Il partito democratico è, più che seguito, preceduto da un grande interrogativo per chi, come me, viene da una formazione cattolico-democratica di matrice sturziana, degasperiana, morotea.

Viene prima il punto interrogativo perché il partito democratico è una risposta e, come tale, la sua bontà va giudicata in relazione alla domanda politica che dovrebbe esaudire. Le considerazioni che seguono sono un modo non reticente di mettere le carte in tavola per tentare di capire e far capire in che misura la risposta del partito democraticoesaudisce la domanda politica mia e di chi la pensa come me.

Non è astrattamente, seguendo un disegno illuministico che prescinde dal retroterra culturale e politico, che si può giudicare la bontà di un nuovo soggetto politico. Sotto questo profilo il primo rilievo è di metodo ma tocca la sostanza, l’humus da cui dovrebbe attingere forza ed ispirazione la nuova formazione. Sfido chiunque a contestare che, facendo perno su Prodi, si è imbastita un’ipotesi politica calata dall’alto, come realizzare una costruzione a partire dal tetto, per il solo fatto di issare la bandierina di un leader. Sono stati interpretati i consensi ricevuti alle primarie non come conferma della bontà di una scelta già fatta, come punto di equilibrio di tutta una composita coalizione, ma come implicita approvazione di un nuovo soggetto politico intorno a Prodi.

I sostenitori del partito dell’Ulivo si sono guardati bene di caricare di questo ulteriore significato la competizione, prima che si effettuassero le primarie all’italiana (una caricatura di quelle americane), caricandole di poteri taumaturgici tali che tutti gli sprovveduti le ritengono un toccasana e non una toppa al vuoto di direzione politica che è e rimane il problema di fondo.

Un capitolo a parte meriterebbe la disinvolta manipolazione dei risultati elettorali per suffragare la bontà di un’indicazione che non nasce dal basso e che, in sede locale, misura un bassissimo grado di omogeneità culturale e politica tra quelle che dovrebbero essere le maggiori componenti della nuova formazione.

Torniamo alle carte in tavole. Vivo intimamente il rifiuto di pensare che l’esperienza cattolico-democratica, la più importante del XX secolo, non abbia più nulla da dire e da fare in piena autonomia di ispirazione, elaborazione e progettazione nel XXI secolo, quando la bussola della trascendenza è l’unica in grado di dare un’anima, un fondamento democratico ad una globalizzazione che, sul piano finanziario ed economico, ha lo stesso effetto devastante e destabilizzante delle reti a strascico lungo un litorale.

La risposta è che questo apporto sarà possibile in un soggetto plurale dove siano garantite tute le componenti, una sorta di melting-pot americano con istituzioni comuni se non condivise, accettate da tutti. Ma proprio questo è il punto dirimente di metodo e di sostanza rispetto agli avanguardisti del partito democratico ad ogni costo, anche di perdersi per strada il consenso popolare radicato nel territorio per inseguire quello di opinione.

La scelta personale mia e di tanti come me, nel momento in cui il maggioritario ci ha costretti a scegliere, aveva un elemento essenziale comune: la difesa di un patrimonio comune, dell’integrità della Costituzione specie della prima parte, evitando che outsider come Berlusconi potessero, com’è poi accaduto, costringerla ad una involuzione autoritaria, quale è quella della costituzione riformata dalla sola destra, in cui il capo dello Stato da garante diventa il notaio della maggioranza ed il Parlamento è portato al guinzaglio dello scioglimento da parte del Premier all’insegna del ricatto “o con me o tutti a casa!”.

Mi riesce difficile, provo addirittura un rigetto a pensare di fare la fine degli indipendenti di centro o, peggio, di dovermi organizzare in corrente politica con tutti i condizionamenti e i cambi di casacca che il nucleo più forte ed organizzato favorirebbe, quando il mio orizzonte culturale, la mia ispirazione di fondo è ben altra, riassumibile nella espressione di Lazzati: “Laico nella Chiesa e cristiano nel mondo”, la qualcosa esige il massimo degli sforzi e una piena autonomia, quel partito leggero che fu a fondamento della nascita della Margherita e che vivrebbe come un vaso di coccio in mezzo a quelli di ferro di un partito DS fortemente organizzato e strutturato con un perdurante costume di centralismo democratico.

Un partito , quello dei DS, che è frutto prezioso di una lenta mutazione genetica, l’unica in grado ancora oggi di resistere alle suggestioni di una sinistra radicale ancora in bilico tra governo e opposizione che si riforma puntualmente a sinistra ogni volta che una sua espressione partitica, come Rifondazione comunista oggi, fa prevalere la responsabilità di dare un governo al Paese in una situazione di emergenza economica politica istituzionale.

Prodi ed il futuribile partito democratico vengono caricati di attese prometeiche, se non addirittura messianiche, prescindendo dal contesto istituzionale da cui il modello di partito democratico e le primarie vengono desunti. Capirei l’uno e le altre se si avesse la capacità ed il coraggio di risalire al contesto istituzionale entro cui vivono per ricavarne esplicitamente una proposta di modifica costituzionale coerente, presidenziale o semipresidenziale, come premessa e traguardo essenziale all’obiettivo del partitodemocratico e alle pratiche messe in atto, tipo le primarie. Invece nulla di tutto questo, oltre ad una colpevole disattenzione per quello Stato delle autonomie che fu uno degli apporti più alti del cattolicesimo democratico , da cui non si può prescindere per consentire l’osmosi di classe dirigente dal basso verso l’alto, che costituisce la riserva aurea di ogni stato autenticamente federale, autonomistico, solidale.

Osmosi di classe dirigente dal basso, l’unica che possa smentire una volta per tutte la supposta condanna per alcuni di essere figli di un dio minore e la pretesa di alcuni minori di essere figli di un dio maggiore.

E’ per dissipare questa perdurante incertezza sui lineamenti della casa comune (che deve costituire la priorità assoluta) che ritengo essenziale nel programma di centro-sinistra l’impegno al varo di un’Assemblea costituente eletta col proporzionale e, perciò, espressiva di tutto il Paese.

La proposta di Fassino di introdurre un quorum dei 2/3 per ogni modifica costituzionale, seppure più garantista rispetto ai colpi di maggioranza che hanno fino ad oggi contrassegnato le modifiche operate, prima dal centro-sinistra e poi dalla destra, non tiene conto della paralisi che potrebbe derivarne e della necessità che almeno a livello istituzionale si faccia strada un disegno comune fuori dalla logica degli schieramenti contrapposti e con la rapidità che la situazione richiede.

L’occasione propizia per eleggere l’Assemblea costituente potrebbe essere quella delle prossime elezioni europee a circa metà mandato della legislatura nazionale, anche perché, per ambedue le elezioni, si applicherebbe il metodo elettorale proporzionale.

E’ a livello di scelte costituzionali che emergeranno le maggiori affinità ed il grado di omogeneità necessaria alla nascita di nuove formazioni politiche.

Questo obiettivo prioritario, rispetto a tanto sociologismo e pragmatismo imperanti, giustifica ai miei occhi anche una formazione politica minore che si faccia carico del ruolo di levatrice di una democrazia matura, ma entro alvei costituzionali che ci mettano al riparo dal virus plebiscitario senza bilanciamenti istituzionali, tipici degli USA, mentre il nostro modello costituzionale, come modificato dalla destra, appare degradato a livelli sudamericani.

Non aiutano, in questo necessario chiarimento di fondo, gli esangui (autoproclamatisi) eredi del popolarismo sturziano, più intenti a salvarsi come nomenclatura che a far propria la lezione sturziana di ricominciare dal basso, dalle fondamenta, a partire dalla casa comune per tutti gli italiani.

Tanto meno aiutano nel dirimere nuove conflittualità ed esasperazioni nei rapporti Stato-Chiesa, un terreno in cui prezioso può essere l’apporto dei cattolici democratici per salvare il Paese dal tentativo di marginalizzare da un parte attraverso la Chiesa il suo messaggio evangelico e dall’altra di degradare la fondamentale distinzione “date a Cesare quel ch’è di Cesare e a Dio quel ch’è di Dio” in “date a Cesare quel ch’è di Cesare e alla Chiesa quel ch’è della Chiesa” quest’ultima essendo istituzione umana e divina a un tempo, chiamata a coniugare le due nature in una continua incarnazione senza cedere alla tentazione che possa prescindere l’una dall’altra. Basti pensare alla notizia rimbalzata in questi giorni, della tardiva archiviazione teologica del Limbo per i non battezzati, quasi che dove non arriva la Chiesa, non fosse possibile a Dio arrivare comunque per le vie segrete della sua infinita misericordia. 

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