Trasformare il sistema politico italiano e avvicinarlo ancor più ai modelli di democrazia politica matura esistenti, non tanto nel mondo, ma almeno in Europa, si sta rivelando una impresa estremamente difficile. Per chi segue la politica la si potrebbe definire quasi una esperienza frustrante.
Si vede ancora una volta come possono essere considerate profetiche le parole di Tocqueville (1) sui rischi gravissimi che si generano proprio quando si inizia a riformare i sistemi tanto più essi sono in crisi, e si ha conferma del fatto che gli ultimi anni passati in Italia (2) senza ristrutturare a fondo il sistema istituzionale e politico ci stanno costando più dei decenni precedenti di immobilismo, di un immobilismo in fondo ancora non del tutto estraneo alle contemporanee dinamiche politiche europee degli anni ’50 e ‘60 (3).
E’ chiaro però, ed è qui la differenza, che la stessa idea di partito in Italia ha assunto prima concezioni e poi forme assolutamente peculiari.
Non solo venti anni di regime autoritario hanno gravemente bloccato e distorto l’evoluzione di una società che aveva esaurito ormai tutte le potenzialità del sistema politico elitario-liberale, ma una buona dose di provincialismo e la contrapposizione tra grandi partiti di massa legati a ideologie totalizzanti hanno dato vita alla cosiddetta Repubblica dei partiti, termine che tutti non a caso utilizziamo come per significare una degenerazione della normale competizione tra forze politiche diverse.
Spesso lontani, per cause storiche più o meno recenti, da un senso di appartenenza allo Stato e da un autentico rispetto e considerazione delle Istituzioni, gli Italiani non hanno perso l’occasione, tra il Dopoguerra e gli anni ’80, per concentrare tutte le loro passioni nell’identificazione con il proprio, a volte personale, partito di riferimento.
Come ricordava Giuliano Amato (4) nel cruciale periodo dei primi anni ’90, i partiti, prima dello Stato, hanno provveduto nel nostro Paese allo sviluppo e alla ricchezza, così come agli errori e alle mancanze, nei cinquanta anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale.
Per tante ragioni e, soprattutto, perché col crollo del Fascismo (e direi anche dello Stato, dell’Autorità, già da tempo screditata), “erano i militanti dei nascenti partiti che si occupavano di portare il pane e il latte agli sfollati dai bombardamenti” (5).
A lungo si è studiato e discusso su quali partiti abbiamo creato.
Partiti di massa, ma anche partiti-chiesa, a sinistra e al centro.
E’ vero quanto si richiamava nell’articolo dello scorso numero di questa Rivista (6): è stata decisamente carente da noi, sempre, una struttura interna ai partiti realmente trasparente e, aggiungo, assenti, per scelta deliberata, anche forze istituzionali che controbilanciassero adeguatamente il pur giusto ambito di potere dei partiti.
Basti pensare all’articolo 49 della Costituzione italiana o alla tradizionale riluttanza della nostra Corte Costituzionale a emettere sentenze che implicassero una riduzione delle prerogative politiche dei partiti; basti, per rendersene conto, confrontare questa tradizione con la messa fuori legge, ad opera del Tribunale Costituzionale tedesco (certo in un contesto politico diverso dal nostro) dei partiti neonazista e comunista negli anni ’60 (senza per questo pensare che una tale misura fosse possibile o adeguata al nostro sistema politico).
Chi scrive è un militante dei Democratici di Sinistra e vive dunque da anni (pochi solo per ragioni anagrafiche) un’esperienza insieme affascinante e tormentata di trasformazione del più importante partito italiano della Sinistra.
Faticosissima. Estremamente tardiva.
I Democratici di Sinistra sono, ancora oggi in gran parte, gli eredi di uno straordinario apparato di elaborazione ed azione politica che ha costituito un pilastro della democrazia italiana dalla Resistenza clandestina degli anni ’40 sino al 1990.
Si è trattato, peraltro, di una esperienza del tutto specifica, come decine di studiosi e protagonisti hanno avuto a sottolineare.
Un partito di massa strutturato sulla dottrina marxista, ma che già si caratterizzava per differenza alla sua nascita, nel 1921, dall’impianto del Partito Socialista (7), e seguiva poi nel Secondo Dopoguerra una originalissima evoluzione, in bilico tra dogmatismo ideologico e crescente innovazione politica.
Una dinamica interna, una dialettica, come si diceva nel PCI, mai del tutto compiutamente risolta, forse per la indispensabile esigenza di tenere insieme una forza e un insieme di valori fondanti rispetto ai quali per lungo, forse troppo tempo, non si è vista una realistica alternativa.
Resta ancora oggi difficile riorganizzare il partito al quale sono iscritto secondo schemi che voltino veramente pagina rispetto alle impostazioni novecentesche del grande e un tempo efficiente partito di massa.
La mentalità delle persone, il costume consolidato, i simboli, gli affetti, la paura del nuovo, quest’ultimo uno dei caratteri tipici dell’homo italicus, hanno sin qui frenato la naturale evoluzione verso un Partito Democratico del Centro-sinistra italiano, che pure sarebbe secondo me il punto d’arrivo storico e logico naturale di un Paese come l’Italia.
Il Paese del Cattolicesimo, ma anche dei movimenti cattolici medievali e radicali, degli ordini monastici, della lotta dei cattolici contro la Chiesa per affermare il proprio diritto a stare in politica, del Compromesso storico, cioè dell’intuizione della possibilità che la cultura del modernizzare la società sia un patrimonio comune alle grandi tradizioni popolari (socialista e cattolica) dell’Italia.
Aldo Moro seppe vedere (8), forse troppo in anticipo, quale poteva essere lo sbocco della tensione riformista che decenni di attività del PCI da un lato e del cattolicesimo democraticodall’altro avevano saputo far nascere in Italia.
Pagò con la vita quella che definirei una sorta di preveggenza, essenzialmente a causa dell’esistenza di un sistema ideologico e internazionale bipolare che, per quanto in crisi, sembrava ai più reggere ancora.
Come tutti i sistemi bipolari, il sistema figlio di Yalta e della Seconda Guerra Mondiale, resta ancora, a decenni di distanza, un elemento socio-politico dall’enorme potere stabilizzante e rassicurante.
Quanti sono coloro che oggi si cimentano o riescono nel difficile esercizio di interpretare la politica attuale e le sfide dell’immediato futuro senza ricorrere automaticamente alle care categorie politiche tradizionali?
Nei DS come in tutta la Sinistra siamo a mio modo di vedere ancora troppo spesso prigionieri di sistemi di riferimento superati.
Concetti fondamentali come l’uguaglianza, la giustizia, il laicismo, per non parlare della democrazia, del progresso, del lavoro, del benessere, della sicurezza sociale, persino e soprattutto del concetto di sinistra, di partito , vengono spesso declinati secondo i metodi e l’azione del secolo che ci siamo lasciati alle spalle.
In realtà è molto difficile, senza nuovi strumenti culturali, definire cos’è, ad esempio, il lavoro oggi, o cos’è o cosa deve e può essere la Sinistra o il Riformismo.
Ci si trova davanti a rispettabili convinzioni secondo le quali sarebbe preferibile che i DS si stringessero in una Santa Alleanza con i Partiti della Sinistra radicale; meglio, si dice, che muoversi alla deriva inseguendo il pallido e poco appassionante Centro; come se Centro e Sinistra non dovessero rivedere le loro definizioni dopo quindici anni di sconvolgimenti epocali e come se qualcosa, qualcuno, impedisse proprio alla Sinistra radicale di gettare ponti verso la creazione di un soggetto politico che, oltre a interpretare i desideri della parte progressista del Paese, sia anche in grado di essere maggioranza di Governo.
Ci si trova anche di fronte a meno entusiasmanti posizioni secondo cui, ad esempio, le riforme sociali di Blair nel Regno Unito (9) sono da biasimare e respingere, ma non perché non convincono o non funzionano, ma perché non sono di Sinistra, si distaccano dalla tradizione laburista inglese, come se proprio un partito di Sinistra, qualunque esso sia, dovesse preoccuparsi di non distaccarsi da una qualsivoglia tradizione.
Certo, mi rendo conto che ciò che è nuovo non è per definizione positivo.
Ma ciò che è innovativo, progressista, è in parte incognito; che ci piaccia o no, è un rischio.
Credo ci serva anche una Sinistra, anzi, un CentroSinistra che abbia voglia di rischiare, di sfidare il futuro.
Secondo me attualmente nei DS si profila quella che definirei una sorta di sindrome da salto nel vuoto.
Credo che sempre meno iscritti o dirigenti, sulla base dei risultati elettorali dell’Ulivo, penseranno nei prossimi mesi di mettere seriamente in discussione la prospettiva del PartitoDemocratico .
Tuttavia ci si chiede ossessivamente nei DS con quali contenuti e con che metodo e punti d’arrivo si pensa sia meglio realizzare tale percorso.
Anche per un sostenitore ostinatissimo del Partito Democratico come me questi non sono interrogativi banali.
Sia chiaro, non nutro, beata la mia incoscienza, particolari timori al proposito.
Ma ogni percorso va fatto con prudenza e saggezza.
Ciò che tuttavia riaccende periodicamente la mia preoccupazione sono tutti quei riti simbolici, richiami e legami alle abitudini e agli schemi collaudati che inconsciamente una cospicua quota degli iscritti ai DS pensa di riversare, seppur in un contesto nuovo, all’interno della futura casa dei riformisti italiani.
Mi sono spesso chiesto cosa possono in effetti temere i DS, forza maggioritaria nella Sinistra, con la trasformazione verso il Partito Democratico . Anche solo sul pragmatico versante dei rapporti numerici dovremmo essere favoriti nell’affermare le nostre posizioni.
Comunque chi è convinto di ciò che pensa e che realizza non dovrebbe avere dubbi laceranti nel confronto con altre forze.
In realtà molti hanno capito che le cose non stanno in effetti in questi termini, che esiste una debolezza intrinseca a ciascuna forza del Centrosinistra.
Si rende infatti necessario passare ad un nuovo soggetto politico unitario perché le identità e le idee delle forze dell’Unione non corrispondono più alle etichette partitiche; quindi PartitoDemocratico significa anche ridisegnare tutti gli equilibri interni alla Sinistra e rimetterne in discussione i rapporti di forza; è naturale che ciò provochi timore o persino ostilità per le difficoltà che potrà implicare.
Molti temono di restare privi di un gruppo politico-culturale di riferimento e di sicurezze consolidate.
Questi atteggiamenti, che ovviamente non considerano le enormi potenzialità del progetto unitario e i vantaggi della maturazione definitiva del nostro panorama politico, se non individuati e discussi a fondo in questa fase possono generare, io credo, resistenze e strascichi dannosi quanto e più di tutti quelli che già ci siamo trovati ad affrontare in questi ultimi venti-quindici anni di mancate riforme (10), istituzionali o partitiche che fossero.
Note
1) “L’esperienza mostra che il momento più pericoloso per un cattivo governo è in genere proprio quando sta cominciando ad emendarsi”. Alexis de Tocqueville
2) S. Ceccanti-V. Vassallo (a cura di), Come chiudere la transizione, Il Mulino, 2004, pp. 15-19
3) G. Andreotti, Governare con la crisi, Rcs, 1991, pp. 57-66
4) G. Amato, Dibattito alla Camera dei Deputati, 1992.
5) Ibid.
6) Vittorio Melandri, Partito Democratico : vogliamo un partito più nuovo, maggio-giugno 2006, http: //www.sintesidialettica.it/ Articolo.php?titolo=t_ vogliamo&autore=au_melandri&articolo =a_vogliamo
7) P. Spriano, Storia del Partito Comunista Italiano, Editori Riuniti, 1978, pp. 23-67.
8) AA. VV., Laboratorio Politico – Il Compromesso Storico, Einaudi, 1982, e, in particolare A. Asor Rosa, La cultura politica del Compromesso storico, pp. 5-39
9) Italianieuropei, 5/2002, T.Blair, Il coraggio della convinzione, pp. 55-72 e N. Rossi, Perché Blair ha ragione, pp. 81-85
10) S. Ceccanti-V. Vassallo (a cura di), Come chiudere la transizione, Il Mulino, 2004, pp. 15-19
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