La vasta produzione letteraria e la teorizzazione all’interno del femminismo non si riconducono solo a “battaglie politiche per i diritti delle donne”. Nel dibattito bioetico contemporaneo alcuni temi dell’etica femminista sono divenuti essenziali per esplorare la complessità dei dilemmi etici e delle problematiche giuridiche, costituendosi in un pensiero ricco di intuizioni che mettono in discussione molti aspetti del ragionamento bioetico basato sull’individualismo e su un modello astratto di soggetto autonomo, isolato dalle relazioni e dai contesti sociali e culturali. Le analisi femministe pongono in evidenza il bisogno di focalizzare l’attenzione sulla cura, la responsabilità, il dialogo e la comunicazione, nonché sulla capacità di prestare attenzione ai bisogni degli altri. Questa riflessione si concentra su alcuni degli orientamenti più significativi che hanno portato al riconoscimento dell’esistenza e dell’importanza della bioetica femminista.

Lo sviluppo della bioetica femminista si colloca alla fine degli anni ’80 e la diffusione dei primi lavori della letteratura femminista in ambito bioetico si ha solo agli inizi degli anni ’90 quando il pensiero critico femminista riesce a catturare l’attenzione dei dibattiti bioetici mediante la denuncia dello scarso peso che fino ad allora avevano rivestito le prospettive di genere in bioetica. Le severe critiche da parte femminista sono rivolte principalmente alla fisionomia ormai assunta dai dibattiti bioetici, del tutto indifferenti alla voce del movimento femminista in ambito biomedico. L’attivismo politico di questi anni contribuisce, in breve tempo, alla diffusione della critica femminista al pensiero bioetico dominante, in particolare negli Stati Uniti dove la campagna delle femministe assume toni di tutto rilievo che costringono la comunità bioetica a porre al centro dell’attenzione le questioni relative all’aborto, all’esperienza della maternità e alla salute della donna. La vivace agenda politica e culturale del movimento femminista attorno a tali tematiche è dettata da un forte impulso proveniente non solo dalla necessità di sensibilizzare i dibattiti bioetici nel prendere in considerazione gli interessi della donna e le loro implicazioni morali in ambito biomedico ma anche dai rapidi sviluppi del progresso scientifico e tecnologico che hanno portato all’aumento della medicalizzazione delle pratiche biomediche legate al corpo della donna, come ad esempio quelle connesse all’aborto, alla diagnosi pre-impianto e alla riproduzione assistita. Grazie al vivace fermento culturale e politico di questi anni, la letteratura femminista in ambito bioetico inizia a proliferare in parallelo alla istituzione di corsi universitari sul rapporto fra bioetica e femminismo ma continua anche a radicarsi in maniera sempre più profonda lo stereotipo che identifica tale letteratura esclusivamente con i problemi e gli interessi del genere femminile, per cui in quest’ottica l’approccio femminista di tradurrebbe in un’etica “speciale” rivolta alle donne. Seppure vero che nella fase di sviluppo iniziale i maggiori contributi della prospettiva femminista in bioetica si hanno in relazione alle questioni circa l’etica della riproduzione e la salute della donna, tuttavia proprio da tali contributi ben presto emergono questioni più ampie di giustizia sociale fino ad allora trascurate nel dibattito bioetico e che sottendono al rapporto tra medicina, tecnica e società. Nel 1992 Susan Sherwin pubblica No Longer Patient. Feminism Ethics and Healt Care e mostra, mediante una serrata critica ai tratti peculiari alla bioetica dominante, generalmente incentrata su un tipo di ragionamento razionalista e di stampo maschile, come i benefici di una bioetica e di un sistema sanitario non sessisti possano valere in senso universale. (1) Nel 1996 Margaret Little riprende tale questione in un noto scritto Why a Feminist Approach to Bioethics?, dove rivela come le assunzioni basate sul sessismo possano condurre ad una percezione distorta delle nozioni morali e a politiche sociali discutibili. (2) Si può sostenere che a partire dal 1995 la comunità bioetica riconosce l’esistenza e l’importanza dell’approccio femminista nel dibattito bioetico mediante la pubblicazione, nelle principali riviste scientifiche in materia, tra cui “The Kennedy Institute of Ethics Journal” e “The Journal of Medicine and Philosophy”, di articoli e numeri monografici che sarebbero successivamente divenuti il manifesto della letteratura femminista in bioetica.

In questo arco temporale, in cui vengono gettate le basi teoriche della bioetica femminista, il pensiero critico femminista si focalizza quasi esclusivamente sulle decisioni in materia di riproduzione e su come l’autonomia e il controllo della donna su tali pratiche siano stati limitati dal processo di medicalizzazione. Ma è proprio su questa tematica che la bioetica femminista costruisce la sua architettura concettuale più solida, tentando di demolire l’idea del riduzionismo biologico, che identifica la donna con il solo ruolo di madre, e di far la emergere la relazione di potere-oppressione alla base di tale idea, di qui l’ingresso nella discussione bioetica dei concetti di “oppressione”, “ingiustizia” e “discriminazione”. Più propriamente, è in questa fase che la bioetica femminista assume la sua vera identità dichiarandosi contro ogni forma di sessismo e chiaramente questo ha determinato la necessità di rileggere le nozioni morali e filosofiche dominanti nel dibattito bioetico per dare avvio ad una nuova produzione. In quest’ottica si sono delineati gli ulteriori tratti distintivi della bioetica femminista, meglio comprensibili, data l’esistenza di posizioni differenti che oggi animano la riflessione femminista in bioetica, se si considera la principale critica femminista mossa al framework dei principi della bioetica dominante: la critica all’astrattezza dei principi e all’etica dei diritti. Infatti, la critica che l’approccio femminista muove alla bioetica dominante prende avvio dalla critica alla cosiddetta etica dei diritti, al centro del ragionamento bioetico maschile/razionalista, che poggia sull’idea di giustizia e su una concezione astratta e irrelata dell’individuo inteso come soggetto autonomo e indipendente da ogni relazione. E’ ormai chiaramente dimostrato che il ruolo della bioetica non possa essere ridotto alla semplice formulazione di principi generali e di riflessioni astratte ed è altrettanto evidente il notevole contributo che l’etica della cura ha dimostrato di poter dare al dibattito bioetico. Come è noto, il lavoro pioneristico di Carol Gilligan sul pensiero morale femminile e quello maschile ha ispirato le riflessioni sull’etica della cura, centrata sulle dimensioni della sensibilità, delle relazioni e delle responsabilità, per contrastare i modi di ragionare che privilegiano la giustizia, i diritti e che sono centrati su principi astratti e imparziali. (3) L’indagine di Gilligan ha posto in evidenza come lo sviluppo morale delle donne si differenzi da quello degli uomini generando due modi diversi ma complementari di concepire la moralità: le donne intendono la moralità in termini di responsabilità e cura dell’altro, mentre gli uomini vedono la morale in termini di rispetto di norme, diritti e giustizia. Di certo, Gilligan non intendeva identificare l’etica della cura con la moralità femminile e il dibattito suscitato a seguito del suo lavoro ha subito messo in evidenza quanto fosse pericolosa una tale identificazione, ciò, infatti, avrebbe ancor più radicato lo stereotipo legato alla donna e al suo ruolo subalterno nella società. A tal fine, il dibattito femminista ha sottolineato e rivendicato con forza l’estensione dell’etica della cura non solo alla sfera privata ma anche alla sfera pubblica e alle decisioni politiche, per cui tra etica della cura e etica dei diritti non vi deve essere contrapposizione ma complementarietà. Nonostante ci siano state resistenze femministe dinanzi all’utilizzo dei principi propri dell’etica dei diritti e del linguaggio dei diritti (4), tuttavia, come sottolinea Joan Tronto, l’etica della cura non estende soltanto alla dimensione personale poiché l’interdipendenza e il bisogno di cura occupano una posizione rilevante anche nella discussione pubblica e politica. (5) Il pensiero femminista ha criticato quelle teorie morali che hanno preso le distanze dal linguaggio dei diritti e in tal modo hanno rischiato di ostacolare la tutela di individui oppressi ed emarginati, allo stesso modo, la critica femminista si è rivolta anche a quelle teorie morali che hanno dato priorità esclusivamente ai diritti individuali, fornendo una visione morale parziale. (6)

La prospettiva dell’etica della cura si è rivelata particolarmente efficace nel supportare l’approccio femminista alla bioetica poiché le implicazioni di un’etica del prendersi cura tendono a correggere il predominio di un orientamento razionalista nel ragionamento bioetico, inoltre, il dibattito bioetico femminista negli ultimi anni è divenuto sempre più sensibile alla correlazione tra etica dei diritti e etica della cura e il tema dei diritti è ornai parte integrante del dibattito, nel quale hanno assunto un ruolo centrale la cura di gruppi di individui vulnerabili, il rispetto della diversità senza compromettere i diritti degli individui e l’accesso alle cure e ai servizi sanitari. (7) Si può sostenere dunque che l’approccio femminista in bioetica si contraddistingue primariamente dall’essere contro ogni forma di sessismo e, in seconda istanza, per aver adottato la prospettiva di un’etica “relazionale” definita dall’agire con e per gli altri. Pertanto, se nel tradizionale principio di autonomia assumono centralità i requisiti standard richiesti in bioetica per il consenso informato (competenza del paziente, adeguata capacità di comprensione delle informazioni e libertà da ogni forma di coercizione), in quest’ottica viene ad assumere centralità il contesto relazionale entro cui le capacità per esercitare l’autonomia sono sviluppate e la natura di queste capacità è essa stessa relazionale. Il concetto di “autonomia relazionale” viene a correggere il concetto di autonomia di matrice kantiana, diffuso nel ragionamento bioetico, per tradursi non solo in una garanzia di scelta tra una serie di opzioni disponibili ma anche nell’esame delle condizioni per cui è possibile o non è possibile esercitare una piena autonomia. (8) La prospettiva relazionale è interessata non solo alla qualità della procedura decisionale dell’individuo ma anche ai valori e al contesto sociale che hanno portato a compiere quellascelta morale. Tale prospettiva ha così consentito di concepire il rapporto medico-paziente nel passaggio da un’ottica paternalistica, centrata sull’autorità che il medico esercita sul paziente, all’idea di reciprocità, di scambio e di fiducia tra medico e paziente.

Nelle analisi di Susan Sherwin emerge il richiamo costante della pratica medica alla relazione medico-paziente, ossia all’attenzione e al rispetto dei dettagli personali del paziente cosicché gli individui non siano più trattati come soggetti interscambiabili e l’autonomia non sia ridotta al semplice consenso informato, inteso come selezione di una stringente gamma di opzioni che il paziente sceglie senza che il medico o lo staff sanitario dimostrino interesse per il background che porta con sé nella realtà clinica. (9)

In tal senso, si rivela estremamente interessante la prospettiva di Ruth Groenhout che nel suo lavoro, Connected Lives: Human Nature and Ethics of Care, combina l’etica della cura con alcuni aspetti dell’etica delle virtù, ponendo un forte accento sulla valorizzazione del contesto sociale, della centralità della risposta emozionale nel ragionamento bioetico e sull’imprescindibile importanza di giudicare la moralità di un’azione a partire dal vissuto narrativo che dà significato all’azione. (10) Occorre sottolineare, infatti, il ruolo che riveste l’approccio narrativo nella bioetica femminista nel ricondurre il piano teorico del ragionamento bioetico all’esperienza concreta del corpo. (11)

Questo approccio ha rivelato applicazioni interessanti nel dirimere situazioni conflittuali nell’ambito dell’etica riproduttiva e dinanzi a esperienze di dolore e trauma a seguito di un’interruzione di gravidanza o nel processo decisionale a seguito di una diagnosi prenatale infausta, richiamando l’attenzione sulle nozioni di responsabilità, dolore e senso di perdita dell’identità personale nonché sulle categorie sociali ed economiche che si intrecciano inevitabilmente con tali circostanze, dimostrando che è possibile arricchire e ampliare lo spettro delle analisi etiche intorno a queste problematiche per superare la sterile polarizzazione dei dibattiti bioetici, troppo spesso confinati nella dialettica dei diritti e a stabilire ciò che è moralmente ammissibile e ciò che non lo è. (12)

Intorno alla metà degli anni ’90 si è diffusa la letteratura bioetica femminista sulle questioni di fine vita e sull’analisi del contesto culturale entro cui le donne prendono decisioni di carattere medico sui trattamenti di fine vita. Il dibattito si è sviluppato tenendo presente sia il richiamo all’etica dei diritti sia all’etica della cura. Da un lato, le questioni di fine vita sono state inquadrate in termini di diritti, e il diritto di disporre del proprio corpo nelle fasi finali della vita è stato pensato come una estensione dell’originaria rivendicazione del controllo del processo riproduttivo da parte della donna, dall’altro lato, la prospettiva relazionale legata alle nozioni di cura, responsabilità, autonomia, dialogo, compassione, capacità di rispondere ai bisogni, ha portato a considerare le questioni di fine vita a partire dalle implicazioni sociali e morali di strutture di potere e status di subordinazione dei soggetti più deboli e vulnerabili.

In questa prospettiva l’alternativa femminista si presenta come proposta di cambiamento del paradigma etico e giuridico per fronteggiare questioni cruciali come l’assistenza medica ai pazienti che la richiedono per poter morire e porre termine alla sofferenza, il finanziamento del sistema sanitario e la distribuzione delle risorse sanitarie (per assicurare che nessun cittadino sia costretto a compiere certe scelte mediche per mancanza di risorse economiche o di assicurazione), l’umanizzazione della medicina di fine vita dinanzi alla tecnologia (fornire assistenza medica ai morenti richiede una attenzione molto forte ai loro particolari bisogni e chi presta le cure deve scoprire quali siano questi bisogni ascoltando il paziente).

Le riflessioni si concentrano sull’ipotesi di legittimare il diritto di morire, prendendo in esame cosa significhi parlare di autonomia, di autodeterminazione, di diritti e doveri dei medici, del prendersi cura, a partire da un paziente non generico e astratto ma da un paziente che si trova in una specifica situazione relazionale e psicologica. (13) L’obiettivo non è solo di contribuire al dibattito sulla bioetica di fine vita mediante l’apporto dell’etica della cura, ma anche di comprendere il modo in cui le differenze di genere tra i pazienti possono alterare la loro eguaglianza nelle decisioni morali e giuridiche di fine vita, nella sfera privata e nella sfera pubblica. (14) Sulla base di queste riflessioni, il dibattito sul diritto di morire si intreccia inevitabilmente con quello sulla medicalizzazione della morte, sul diritto a non subire trattamenti non voluti, sulle cure palliative, sulla questione dell’abbandono terapeutico, e quindi sulla vulnerabilità e sull’isolamento degli individui in tali situazioni tragiche, e infine sull’accesso alle cure e all’assistenza sanitaria.

Tuttavia, se nell’ambito dell’etica femminista le premesse per una riflessione comune sulla bioetica di fine vita possono essere tracciate, le analisi femministe su queste problematiche mostrano posizioni differenti sul modo di intendere e di affrontare le questioni di fine vita nei termini suddetti, ad esempio, le problematiche bioetiche legate a casi specifici di eutanasia e suicidio medicalmente assistito rivelano molteplici e contrastanti posizioni se sviluppate in riferimento al tema dei diritti e della differenza di genere.

Una delle prime espressioni della varietà di posizioni all’interno della voce femminista sul dibattito bioetico di fine vita è rappresentata dall’analisi di Susan Wolf sulla ipotesi di legittimare il suicidio medicalmente assistito e l’eutanasia. (15) A partire dalla critica mossa a buona parte dei dibattiti bioetici, che si sono concentrati su un paziente astratto che non ha genere, razza, copertura assicurativa e non hanno tenuto conto di come le differenze tra i pazienti potrebbero alterare i termini del discorso, Wolf rileva che ci possono essere ragioni connesse al genere che inducono i medici ad assecondare più facilmente le richieste di donne che cercano assistenza al suicidio o all’eutanasia attiva. Le richieste di aiuto a morire da parte di donne rientrano in una dinamica sociale più ampia, impossibile da ignorare e in relazione alla quale occorre essere estremamente prudenti. I ruoli di genere suggeriscono la necessità di esaminare il contesto in cui agisce la donna, il contesto in cui agisce il medico e la relazione tra i due soggetti e solo un percorso morale di questo tipo può dirsi incentrato sulla nozione del prendersi cura da parte del medico che, secondo Wolf, dovrebbero perseguire una “cura basata sui principi”. (16) Wolf è contraria alla legittimazione del suicidio medicalmente assistito e dell’eutanasia, ma la sua dettagliata analisi si rivela interessante non tanto per la posizione assunta su tali pratiche quanto per il fatto che dal suo contributo emerge che il richiamo al genere, alle “preoccupazioni” femministe, all’intreccio richiesto tra principi e cura, alle questioni di giustizia sociale, non può essere considerato un aspetto facoltativo nel dibattito bioetico di fine vita. La riflessione di Diane Raymond rappresenta la risposta critica alla posizione assunta da Wolf contro il suicidio medicalmente assistito e l’eutanasia ed è una chiara espressione della pluralità e della ricchezza di letture che l’approccio femminista offre in ambito bioetico. (17) Raymond non si oppone al fatto che il suicidio medicalmente assistito non dovrebbe essere una politica perseguibile e che nell’analisi di questi problemi il prestare attenzione al genere non deve essere più ignorato, quanto agli “approcci femministi” di Wolf alle pratiche di fine vita. Se ci sono elementi per dire che esiste una differenza di genere nei trattamenti di fine vita, ciò, secondo Raymond, richiede una più articolata analisi del suicidio medicalmente assistito e dell’eutanasia, considerando il ruolo delle donne non solo in quanto pazienti ma anche in quanto responsabili delle cure e come professioniste sanitarie. L’attenzione di Wolf verso le donne, infatti, tende a configurare un’idea troppo limitata di ciò che significa il prendersi cura: spesso i bisogni, le necessità, le situazioni conflittuali e le esperienze delle donne che si occupano delle cure e dei pazienti non sono presi in considerazione perché dettati da una emotività troppo forte.

Raymond sostiene, in pieno accordo con Wolf, la necessità di un femminismocontestualizzato ma aggiunge anche che un netto divieto dell’eutanasia non è coerente con il rifiuto femminista di un rigido assolutismo e con la sua attenzione al contesto, pertanto l’insistenza sulla molteplicità e le differenze ci sfida a esaminare più criticamente i nostri atteggiamenti rispetto alle richieste di aiuto a morire per poter così estendere la comprensione di tali richieste oltre la consueta dicotomia si/no.


Note
1) S. Sherwin, No Longer Patient. Feminism Ethics and Healt Care, Temple University Press, Philadelphia, 1992.
2) M. O. Little, Why a feminist approach to bioethics?, “Kennedy Institute of Ethics Journal”VI (1996), n. 1, pp.1-18.
3) C. Gilligan, Con voce di donna. Etica e formazione della personalità, Feltrinelli, Milano, 1987.
4) Nel Noddings riteneva che le teorie morali femministe non dovessero includere principi morali che utilizzano il linguaggio astratto dei diritti e della giustizia poiché norme morali adeguate possono derivare anche da casi empirici in cui le persone esercitano doveri di cura. Nel Noddings, Caring: a Feminine Approach to Ethics and Moral Education, University of California Press, Berkeley-Los Angeles, 1984.
5) J. Tronto, Confini morali, un argomento politico per l’etica della cura, Diabasis, Reggio Emilia, 2006.
6) Minow attribuisce il cosiddetto dilemma della differenza, che si ha nelle comunità socio-politiche dove le differenze sono sinonimo di diseguaglianza e di anomalia, alle istituzioni sociali che misurano la differenza sulla norma standard, di per sé escludente quando viene assunta come oggettiva, autoevidente, imparziale e non contestualizzata, annullando i punti di vista e gli interessi concreti. Minow propone un approccio relazionale al diritto e ai diritti, nell’ottica di un’interazione tra sfera privata e sfera pubblica. M. Minow,Making All the Difference: Inclusion, Exclusion and American Law, Cornell University Press, Ithaca, 1990.
7) Se si muove dal riconoscimento che le opzioni a disposizione del paziente sono condizionate da molteplici fattori che includono il rapporto con la famiglia, con il medico, le disparità sociali ed economiche, diviene ovvia l’importanza dell’autonomia relazionale anche ai fini della giustizia sociale. Numerose analisi femministe si sono concentrate su programmi di salute e di giustizia sociale mediante una prospettiva di indagine che combina l’etica della cura con la riflessione sul Welfare State. S. Sherwin, The politics of women’s health: Exploring agency and autonomy, Temple University Press, Philadelphia, 1998.
8) Si rimanda alla riflessione di Anne Donchin sul concetto di autonomia relazionale in riferimento alle implicazioni politiche e sociali delle biotecnologie riproduttive: A. Donchin, Prospettive che convergono: le critiche femministe alla riproduzione assistita, in C. Faralli, C. Cortesi (a cura di), Nuove Maternità. Riflessioni bioetiche al femminile, Diabasis, Reggio Emilia, 2005.
9) Susan Sherwin sostiene che al paternalismo medico, in quanto accordo gerarchico che si sviluppa in modo verticale e che è costruito sul dominio e sulla subordinazione, deve subentrare l’ “amicalismo”, un modello di relazione egualitaria fondata sull’amicizia. Quando il paziente è una donna ed il medico un uomo, è probabile che l’accordo gerarchico sia ancora più accentuato sullo sfondo della storia della dominanza maschile e della sottomissione femminile presenti nella società. Cfr. S. Sherwin, No Longer Patient. Feminism Ethics and Healt Care, cit., p.157.
10) R. E. Groenhout, Connected Lives: Human Nature and an Ethics of Care, Rowman and Littlefield, Lanham, 2004.
11) Sul tema dell’approccio narrativo all’etica clinica e sull’importanza di tale approccio per la bioetica femminista si vedano: H. Lindemann Nelson, Damaged Identities, Narrative Repair, Cornell University Press, Ithaca, 2001; C. McLeod, Self –Trust and Reproductive Autonomy, MIT Press, Cambridge, 2002.
12) Si rimanda alla riflessione di Susanne Gibson sulla consapevolezza che problemi come l’ammissibilità morale dell’aborto non possono essere risolti nel dibattito bioetico a partire dalla definizione dello statuto morale dell’embrione o attraverso la sterile dialettica dei diritti, ma si rivela molto più efficace l’adozione di una prospettiva incentrata sull’autonomia relazionale. Cfr. S. Gibson, Il problema dell’aborto: concetti costitutivamente controversi e autonomia morale, pp. 165-178, in C. Faralli, C. Cortesi (a cura di), Nuove Maternità. Riflessioni bioetiche al femminile, cit.
13) Cfr. A. Donchin, Autonomy, Interdependence, and Assisted Suicide: Respecting Boundaries/Crossing Lines, “Bioethics”, 2000, n.3, pp. 187-204.
14) Cfr. S. H. Miles, A. August , Le corti, il genere e “il diritto di morire”, pp. 77-102, in C. Faralli, S. Zullo (a cura di), Questioni di fine vita. Riflessioni bioetiche al femminile, Bononia University Press, Bologna, 2008.
15) S. Wolf, Genere, femminismo e morte: il suicidio medicalmente assistito e l’eutanasia, pp. 135-182, in C. Faralli, S. Zullo (a cura di), Questioni di fine vita. Riflessioni bioetiche al femminile, cit.
16) Ivi, p. 175.
17) D. Raymond, Pratiche fatali”: un’analisi femminista del suicidio medicalmente assistito e dell’eutanasia, pp. 183-218 , in C. Faralli, S. Zullo (a cura di), Questioni di fine vita. Riflessioni bioetiche al femminile, cit.

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