“Scrivere la storia d’un determinato partito significa niente altro che scrivere la storia generale di un paese da un punto di vista monografico”, questa frase deve essere letta come emblematica e indispensabile introduzione al tema che vado ad affrontare in questo breve lavoro.

Non è un caso che colui che la scrisse ormai molte ere politiche fa, sia stato Antonio Gramsci ideologo e fondatore di quel partito comunista italiano che dell’analisi attenta della società ha sempre fatto un autentico dogma. La fine di quella esperienza politica e la nascita di una nuova realtà è il tema di questo articolo che cercherà di capire se vi fu una vera svolta o se al contrario si fece solo una operazione di facciata. Perché quella autentica “rivoluzione copernicana”, come molti la definiscono (io non sono del tutto d’accordo con loro) che si ebbe nel biennio 1989-1991 verrà analizzata prendendo come spunto il singolo caso dell’ Umbria ? Perché in altri termini una regione tra le più piccole d’Italia, sia come dimensione territoriale che come numero di abitanti, non certo tra le più ricche e sviluppate, con una popolazione notoriamente considerata come gentile e affabile ma scarsamente intraprendente e piuttosto sonnolenta, dovrebbe essere un modello attendibile per capire quel particolare momento storico? Certo non basta sostenere che colui che scrive è un umbro che conosce piuttosto bene la storia della regione e le sue vicende politiche, soprattutto le più recenti, per averle vissute direttamente. In realtà l’ Umbria rappresenta un caso emblematico per capire la svolta che ha portato alla nascita del Pds, in quanto a partire dal secondo dopoguerra fu uno dei territori in cui il Pci ebbe il più alto seguito, sia come voti elettorali che come numero di iscritti dell’intera penisola, guidando quasi ininterrottamente le giunte comunali dei più grandi centri, controllando e gestendo con continuità le province di Perugia e di Terni e non ultimo la stessa amministrazione regionale. Come ha scritto uno dei più attenti storici della regione “il PCI in Umbria(realtà da sempre disgregata) ha rappresentato un fattore di unificazione sociale, determinando nel bene e nel male processi di modernizzazione” (1). L’ Umbria è definita, in molti casi anche polemicamente, come una “regione rossa” proprio per quanto detto sopra, per il ruolo sociale, economico, politico e culturale che ha svolto il Pci prima e il Pds – Ds poi, per l’influenza determinante che queste esperienze hanno avuto e continuano ad avere nel tessuto socio – economico, nella cultura, nello stesso atteggiamento mentale dei suoi abitanti. Il Pci è stato per quasi un cinquantennio l’assoluto protagonista della vita di questa regione e quindi, a mio parere, in nessun altro luogo come questo è significativa l’analisi politica della svolta che ha portato alla fine del Pci e alla nascita del Pds e di conseguenza ad una attenta riflessione sulla fase immediatamente successiva.

Il PCI in Umbria

Come in tutte le altre esperienze della penisola, anche il partito comunista in Umbria si è contraddistinto sia per le caratteristiche comuni con le altre realtà nazionali che per gli aspetti particolari tipici di ogni regione. Sono questi ultimi quelli che più ci interessano e che tratterò con maggiore attenzione. Una prima peculiarità del socialismo umbro rispetto ad altre realtà, in particolare se posto a confronto alle altre regioni rosse (Toscana ed Emilia Romagna), è la notevole difficoltà con la quale si sviluppa e si diffonde a partire dalla seconda metà del XIX sec. Vi sono varie ragioni che spiegano questo fenomeno, da una parte la vecchia dominazione pontificia e l’arretratezza che aveva lasciato, a ciò si deve aggiungere che le prime organizzazioni socialiste si caratterizzavano per essere per lo più associazioni cittadine in una società prettamente rurale, con città ancora percorse da fenomeni di municipalismo. Una regione che presentava una struttura sociale frammentata, dove gli stessi operai tenevano a differenziarsi per aree territoriali in cui si era sviluppato un particolare settore è il caso dei metallurgici e dei chimici di Terni che tendevano a contrapporsi ai minatori di Spoleto, questo spiega la difficoltà di creare una Federazione socialista umbra. L’ Umbria visse tra l’800 e il ‘900 la netta separazione tra blocco urbano e mondo contadino, il movimento socialista inizialmente si trovò in una difficile situazione di contraddittorietà che ne frenò lo sviluppo, da una parte infatti, esso era interno al blocco urbano, dall’altra tendeva sempre più a presentarsi come momento di rottura dello stesso, attraverso programmi di radicale modernizzazione. Nello stesso tempo non riuscì ad attirare pienamente a sé le masse contadine in parte attratte, in parte respinte, dalla predicazione socialista. Nel primo dopoguerra l’ambiguità dell’essere realtà esterna – interna ai blocchi urbani viene superata e il partito socialista compie quella saldatura città – campagna divenendone il mediatore principale, questo passo rappresenta una novità storica fondamentale per capire la storia futura della regione (2) e soprattutto per poter comprendere la futura natura del Pci umbro (3). Quando nel 1921 nasce il Pci, gli scissionisti del Psi portano nella nuova organizzazione le esperienze politiche fatte dal socialismo locale e questo soprattutto in Umbria più che in altre realtà, sono esperienze di lotta operaia e contadina, di cooperazione, sindacalismo, tutela delle autonomie locali, municipalizzazione ma soprattutto di saldatura sociale tra città e campagna (4). Dopo il congresso di Livorno che aveva visto la nascita del PCd’I, il partito aveva in Umbria un seguito piuttosto esiguo, si trattava di non più di 200 iscritti, per lo più giovani e operai, anche se e questa sarà una caratteristica costante del Pci umbro e non, il gruppo dirigente era composto per lo più dagli esponenti della piccola borghesia cittadina, insegnanti, medici, avvocati, commercianti e artigiani. Nonostante il partito avesse ereditato dal vecchio movimento socialista l’idea di saldare città e campagna prendendo atto dello sfaldamento dei blocchi urbani e di tutto ciò che ne sarebbe derivato, nel suo primo ventennio di esistenza, il movimento comunista umbro più che operare con una sua chiara linea politica, divenne l’espressione di speranze, miti, idee, che rappresentavano gli aspetti peculiari di quei ristretti nuclei di operai, artigiani e intellettuali che operavano nelle varie realtà locali. Nella sua prima fase di esistenza 1922-26 era piuttosto isolato politicamente a causa dell’intransigenza che la segreteria nazionale gli aveva imposto e quindi scarsamente efficace da un punto di vista organizzativo. A partire dal 1926 soprattutto grazie alla vittoria della fazione gramsciana al congresso di Lione (5), iniziò a venir meno l’isolamento ma il 1926 è anche l’anno dello scioglimento del PCd’I (5 novembre 1926), dell’arresto di Gramsci, di un partito che entra in clandestinità in Italia e sposta i suoi centri di direzione politica a Parigi e Mosca. Il periodo  dal 1926 al 1945 rappresenta gli anni dell’antifascismo, dell’impegno del partito nella resistenza divenendone la componente maggioritaria, purtroppo la storiografia umbra è un po’ latitante rispetto a questa fase, non si sa molto dei dibattiti interni alla regione relativamente a tematiche quali il socialfascismo, il patto d’unità d’azione ecc., più conosciute sono le notizie della lotta partigiana promossa dai comunisti umbri contro il nazifascismo (6). Il secondo dopoguerra rappresenta un momento cruciale nella storia del partito comunista sia a livello nazionale che regionale, riprendendo la strada intrapresa dal Psi subito dopo il primo dopoguerra infatti, il Pci umbro diventa l’espressione diretta del blocco contadino, in particolare delle masse mezzadrili che cerca di unificare e tutelare, caratterizzandosi come l’organizzazione delle classi subalterne della regione. Il partito e le sue organizzazioni collaterali come, il sindacato, la casa del popolo, la cooperativa, si caratterizzano come luoghi di lotta ma soprattutto di rappresentanza creando un’identità e una consapevolezza nuova tra le classi più povere. Il Pci diventa strumento di unificazione politica e sociale di una realtà come l’Umbria da sempre frammentata! (7) Due sono le arene sulle quali si misura la sua forza, da una parte le lotte sociali che interessano la regione nella seconda metà degli anni ’40 (8), dall’altra la lotta politica che lo vede primeggiare sia nel personale scontro a sinistra con il Psi (allora Psiup), che in generale come maggiore forza della regione. La sua ascesa elettorale inizia con le elezioni amministrative del marzo – aprile 1946, continua con l’elezione per l’assemblea costituente del 2 giugno 1946 ( il Pci ottiene il 28,19%, la Dc il 25,8% e il Psiup il 23%), chiaramente in Umbria il referendum istituzionale che si tenne nella stessa tornata elettorale vide la netta affermazione della repubblica. Nel 1948, nelle ormai famose elezioni politiche, il Fronte Democratico Popolare (Pci e Psiup) stravince con il 47,1% contro il 36,5% della Dc (9). Il partito si dota di una organizzazione capillare, diviene una sorta di Stato nello Stato, controlla direttamente o attraverso una alleanza a sinistra con il Psi, tutte le giunte comunali più importanti e le due amministrazioni provinciali. Tutto questo inizia a dare i suoi frutti, sia come numero di voti, come abbiamo appena visto, che come numero di iscritti, il Pci passa dall’avere 11.600 iscritti nel 1944 a ben 49.046 nel 1948 (la cifra più alta di sempre nella regione), rimanendo fino al 1956 ben oltre le 40.000 unità (10). Interessante è l’analisi della composizione sociale degli iscritti nel periodo 1944-1960, in quanto questo aspetto come vedremo, costituisce una peculiarità del partito in Umbria rispetto al quadro nazionale. Se infatti a livello nazionale gli operai rappresentavano circa il 40% degli iscritti, in Umbria la situazione era completamente ribaltata in favore dei contadini (mezzadri e coltivatori diretti). Nel 1951 risulta che su cento iscritti al Pci in Umbria , 39 fossero contadini e 30 operai, addirittura nel 1960 la forbice si allarga, i contadini raggiungono il 45.5% degli iscritti mentre gli operai scendono al 26,5% (11). In quegli anni la prevalenza dei contadini è chiara al punto che fin dalla seconda metà degli anni ’40, l’iniziativa dei gruppi dirigenti comunisti si sposta in direzione delle campagne ed anche se qualcuno continua a dire che l’avanguardia del partito resta la classe operaia in realtà la vera avanguardia in Umbria sembrano essere piuttosto le masse contadine. Nella seconda metà degli anni ’50 il partito entra in crisi, non tanto nei risultati elettorali che anzi lo vedono progredire sia nelle politiche che nelle amministrative, viceversa inizia ad avere una emorragia di iscritti che si protrae fino agli inizi degli anni ’70. Le ragioni sono in parte da ricollegarsi alle crisi internazionali, in particolare alla crisi ungherese del 1956 e Cecoslovacca del 1968 anche se in questi casi tranne qualche “eretico” subito cacciato, anche in Umbria vi fu una totale adesione alla linea che dava il centro, Roma e in parte Mosca, in ossequio alla nota formula del centralismo democratico tanto cara al partito. I veri motivi della crisi del Pci umbro sono da rintracciarsi con riferimento a questioni economico – sociali interne al panorama regionale. Nella seconda metà degli anni ’50 si assiste infatti alla crisi del blocco contadino, si iniziò a sfaldare quel blocco sociale sul quale il partito aveva basato le sue fortune, vi fu un abbandono delle campagne, soprattutto da parte dei più giovani, la popolazione diminuì in tutta la regione a causa dell’emigrazione, a ciò si aggiunse uno spostamento continuo di masse dai comuni più piccoli a quelli più grandi e dalle campagne alle città. Il Pci tentò di presentare un programma di rilancio delle campagne e lo fece all’VIII congresso della federazione di Perugia tenutosi tra il 22-24 aprile 1954, in cui si parlò della necessità di una sostanziale riforma agraria per superare la mezzadria, l’idea era di portare il mezzadro a possedere la terra in maniera tale da avviare un generale processo di rinascita economica, sociale e culturale che avrebbe interessato l’intera provincia, vi fu inoltre una critica molto dura verso il capitalismo monopolistico che non convinse appieno. Questa situazione di trasformazione della società umbra si protrasse anche negli anni ’60, la crisi della mezzadria che era divenuta irreversibile, l’abbandono della terra, l’urbanizzazione, l’emigrazione, il Pci umbro si trovò a vivere una fase di ricomposizione sociale e trasformazione culturale molto profonda non riuscendo a trovare risposte adeguate, al punto che entrò in crisi la sua presenza nelle grandi fabbriche e nell’agricoltura. Vi fu una diffusione della piccola e media impresa e una decisa espansione del terziario, il partito nonostante gli sforzi, non sembrò riuscire a capire gli eventi fino in fondo, l’ascesa elettorale che pure continuava, non corrispondeva più all’ascesa politica, i voti aumentavano mentre gli iscritti diminuivano e con loro calava la presa sulla società. Impegnato a doversi districare su questi ambiti si arrivò al biennio ’68 – ’69 con il Pci in una situazione di vera difficoltà organizzativa sia a livello nazionale che regionale. La sua analisi socio – economica appariva inadeguata, in più era isolato rispetto alle altre forze politiche (era il risultato dell’avvento del centro sinistra), fu forse per questi motivi che finì per non capire fino in fondo i movimenti che si stavano sviluppano in quel periodo nella società, non sembrava più in grado di garantire quel cambiamento e quella modernità come in passato. Agli inizi degli anni ’70 la situazione muta, non solo l’ascesa elettorale è irrefrenabile, nel 1976 alle elezioni politiche raggiunge il 47,3% dei voti, ma torna ad avere un alto numero di iscritti pari a 46.743 unità, dato che si registrò sempre nel 1976, l’organizzazione si riafferma su alti livelli. Finisce anche quella che era stata una peculiarità rispetto alle altre realtà nazionali, tra la fine degli anni ’60, primi anni ’70, cambia la  composizione sociale degli iscritti, gli operai sono diventati la maggioranza e rimarranno tale fino alla fine del Pci (1991). Nel 1971 su 100 iscritti ben 40.9% sono operai, i mezzadri scendono al 23.7%, mentre aumenta la presenza dei nuovi ceti medi, studenti, tecnici, impiegati, intellettuali e professionisti. In parte saranno proprio questi ceti intellettuali urbani ad egemonizzare la direzione del partito verso la metà del decennio. L’ Umbria è profondamente cambiata socialmente ed economicamente negli anni ’70, vi è stato un aumento esponenziale del settore terziario al punto da superare come numero di occupati il settore industriale, non solo, il 40% degli occupati nel terziario proviene dal settore pubblico che inizia ad avere un ruolo importante nella regione. Il 7 giugno 1970 vengono istituite le regioni, lo stesso anno si tengono le prime elezioni regionali che vedono una vittoria netta delle sinistre, il Pci ottiene il 41,8% dei voti, il primo presidente della giunta regionale è il comunista Pietro Conti, il Pci prima, il Pds – Ds poi, reggono da sempre la regione dell’ Umbria con un loro esponente come guida. L’istituzione della regione quale nuovo ente amministrativo ben più importante dei comuni e delle province creò diversi problemi nel Pci, sia interni al partito (lotta per accaparrarsi le poltrone), sia tra le forze dell’alleanza di sinistra Pci – Psi, la carica di presidente della giunta regionale divenne ambita come quella di sindaco di Perugia. La nascita della regione quale importante istituzione decentrata, provocò inoltre una modifica delle stesse strategie d’azione del movimento comunista, il nuovo ente portava con sé sia la possibilità di un maggiore utilizzo della spesa pubblica che l’opportunità di un incremento dell’occupazione in una fase dove, come visto, gli impiegati del settore pubblico assumono una certa rilevanza socio – politica. Il partito si rese conto dell’importanza di gestire questo nuovo potere che nel medio – lungo termine gli avrebbe consentito di legittimare il suo controllo sulla regione. In altri termini si sviluppò in quel momento quel “sistema politico amico” che può essere spiegato come una pratica consociativa posta in essere dai principali partiti e forze sociali che ha nel corso degli anni intaccato, in parte, le stesse regole democratiche e di trasparenza, in cui le decisioni più importanti iniziavano ad essere prese fuori dalle sedi democratiche ed istituzionali, dove i centri finanziari, le società di progettazione ecc. unitamente ad amministratori compiacenti, condizionavano la vita pubblica in termini di assegnazioni di appalti, gestione di concorsi, controllo di assetti territoriali e urbanistici ecc. Non è un caso che proprio in questa fase si apra la disputa interna al partito che vede proprio il I presidente della giunta regionale Pietro Conti sul banco degli imputati, in quanto ritenuto responsabile del passaggio dei migliori uomini dal gruppo dirigente del partito alle varie amministrazioni locali, trasformando il Pci in un partito d’area e di opinione appiattito sulla gestione istituzionale. Lo stesso compromesso storico non fece che peggiorare la situazione favorendo l’istituzionalizzazione del partito a discapito della sua organizzazione e del suo radicamento sociale. Neanche il buon andamento dei parametri economici regionali tra il 1970-78, in controtendenza con la situazione nazionale e internazionale e il ricambio generazionale operato agli inizi degli anni ‘80 sembrò far venire meno la dialettica interna tra i dirigenti del partito e gli amministratori, accusati di minacciare l’autonomia dello stesso. Con gli anni ’80 la politica internazionale assume un ruolo di primo piano anche nelle analisi politiche locali, il Pci torna ad avere un lento e inarrestabile decremento nel numero degli iscritti, non solo, se si esamina la loro composizione sociale si può notare come una fetta importante degli stessi sia ormai formata da pensionati, pari al 25,6% e sia in costante aumento. A questo si deve aggiungere il forte calo della presenza dei funzionari di partito, i cosiddetti “rivoluzionari di professione”. Per la prima volta nella sua storia inoltre, il partito ha una flessione anche elettorale che emerge contemporaneamente alla crisi della stessa economia umbra tra il 1980-85. Se a questa analisi delle problematiche interne si aggiunge la crisi irreversibile dei paesi a socialismo reale, il quadro è ben delineato per spiegare i mutamenti avvenuti nel biennio 1989-1991.

1989-1991: la nascita del PDS

Tre sono i fattori principali che spiegano come la svolta e il superamento dell’esperienza politica del movimento comunista italiano, il più importante nella storia dell’Europa occidentale, fosse diventata ormai una necessità inderogabile. Il primo fattore è di natura internazionale, la politica di Gorbaciov in URSS  e la crisi irreversibile dei paesi comunisti; il secondo fattore è di natura interna, la direzione del Pci si rende conto che la politica del “nuovo corso” presentata nel XVIII congresso nazionale (18-22 marzo 1989) è inefficace ancora prima di prendere l’avvio. Il terzo fattore, locale, è quello che più ci interessa in questa ricerca, non tanto perché in Umbria vi furono spunti di particolare originalità sul dibattito politico che accompagnò la svolta, in questo il partito regionale si attenne a quel centralismo democratico da sempre perseguito con assoluta lealtà, l’aspetto interessante è l’analisi socio – politica del periodo che accompagnò la nascita del Pds. Come detto tra il 1985-89 il Pci umbro pur diminuendo il suo peso elettorale e di iscritti, non appariva in condizioni tali da far prospettare una sua fine politica, nel 1989 il numero di iscritti era pari a 42.574 unità, nelle elezioni politiche del 1987 continuava a godere del 40,2% dei voti, controllava l’amministrazione della regione, delle due province e dei comuni più importanti. Eppure questi dati analitici nascondevano un problema ben più profondo, in Umbria ormai da anni si assisteva ad una frammentazione sociale, economica e culturale che provocava segni di cedimento e prime avvisaglie di pericolo nello stesso corpo elettorale e di iscritti del partito. Un partito lacerato dalla polemica tra politici e amministratori che più che dare una risposta ad una società in mutamento, godeva della rendita che gli veniva assicurata dalla gestione del potere, dal cosiddetto “sistema politico amico” e da quella democrazia consociativa che aveva innescato ( formalmente la fase del compromesso storico era stata superata dal XVIII congresso nazionale). Se a questo si aggiunge la crisi interna all’alleanza di sinistra con il vecchio PSI che aveva permesso la guida della regione fin dal secondo dopoguerra, possiamo capire come l’idea di cambiare pagina fosse entrata nella mente dei più come qualcosa di non ritardabile, pena il totale sganciamento dalla realtà. Il 9 novembre 1989 tra la sorpresa generale cadeva il muro di Berlino, era il momento di agire se non si voleva che quelle macerie travolgessero tutto e tutti. Il 12 novembre, il segretario nazionale del Pci Achille Occhetto, nella sezione della Bolognina (popolare quartiere di Bologna) dichiarò la volontà di non continuare più su vecchie strade ma inventarne di nuove in nome del progresso e delle riforme, era in altri termini la presa d’atto della fine del legame con il comunismo avviando l’ingresso del partito nell’alveo della moderna socialdemocrazia europea, era come la storiografia poi ha sostenuto, la “svolta della Bolognina”, l’inizio del processo che porterà alla fine del Pci e  alla nascita del Pds. Nella direzione nazionale del 14 novembre si formalizzò la proposta del segretario Occhetto di aprire una fase costituente per la creazione di una nuova forza politica che avrebbe condotto al cambiamento del nome e del simbolo del partito, proposta che venne ratificata  nel successivo comitato centrale del 20-24 novembre. Il partito decise di indire un congresso straordinario per la primavera successiva, le tensioni e le resistenze apparvero subito piuttosto forti, si formano tre mozioni: la prima del segretario Occhetto, che chiameremo della “svolta” per maggiore semplicità; la seconda di Ingrao, Natta e Tortorella che chiedeva un rinnovamento del Pci ma non un suo annullamento (sullo schema del XVIII congresso); la terza di Cossutta  puntava viceversa al rafforzamento del Pci. In Umbria la situazione seguì i percorsi del centro, dopo il burrascoso novembre, i comunisti umbri radunarono il comitato regionale, congiuntamente ai comitati federali delle due province, nei giorni 1-2 dicembre 1989, al centro di vita associativa di Madonna Alta, come a livello nazionale, i vari delegati si schierarono in base alle tre mozioni, con una netta prevalenza della prima, quella della “svolta” di Occhetto. Nel febbraio del 1990 si tennero i congressi delle federazioni di Terni e di Perugia in preparazione del congresso nazionale. Nel congresso di Terni la mozione Occhetto ottenne il 68,4%, quella di Ingrao il 30%, quella di Cossutta il 1,5%, a Perugia i risultati furono rispettivamente del 73,8%, 19,9% e 6,3%. A livello nazionale le tre mozioni avevano ottenuto il 67%, 30% e 3%. L’ Umbria con il 70,6% per la mozione Occhetto dava un largo seguito al programma di svolta presentato dal segretario, deludente e inaspettato fu il risultato della mozione Ingrao (comunisti democratici) che godeva nella regione di un notevole apprezzamento politico e umano data la sua presenza costante nel territorio (12). In base a questi risultati nel periodo 7-11 marzo 1990 si svolse a Bologna il XIX congresso che aprì ufficialmente la fase costituente che avrebbe dovuto portare alla nascita di una nuova forza politica della sinistra, il 10 ottobre 1990 venne presentato il nome e il simbolo del nuovo partito. In attesa del XX e ultimo congresso del Pci si tennero i congressi federali, a misurarsi furono sempre tre mozioni ma non le stesse di prima, a parte la mozione del segretario, la seconda vide uniti Cossutta, Ingrao, Natta e Tortorella critici verso la svolta, la terza capeggiata tra gli altri da Bassolino, pur accettando il nuovo partito ne voleva sottolineare la forte impronta di sinistra. I risultati furono i seguenti: la prima mozione ottenne il 71,3% a Terni e il 75,6% a Perugia, la seconda il 21,5% a Terni e il 20,4% a Perugia, la terza il 6,8% a Terni e il 4% a Perugia. In Umbria la svolta e quindi la nascita della nuova formazione politica e del nuovo simbolo, ottenne in totale il 79,6% a Perugia e il 76% a Terni (13). Il XX congresso del Pci che si tenne a Rimini (31 gennaio – 4 febbraio 1991) decretò la fine del partito  e la nascita di una nuova realtà politica il Pds, dopo settanta anni il Pci cessava di esistere. Quale doveva essere il futuro politico di questa nuova formazione? Se si guarda alla fase costituente 1989-91, le prospettive non sembravano buone, nelle elezioni amministrative del 1990 vi fu un forte calo del Pci, l’alleanza di sinistra continuava a controllare la Regione, le due Province e molti comuni, ma altre zone sfuggirono di mano è il caso di due importanti centri come Spoleto e Foligno dove si formano giunte controllate dall’asse Dc – Psi o ancora città come Assisi e Città di Castello dove si crearono giunte Dc – Pci (14). In realtà il Pds durante la sua esistenza (1991-1998) e i Ds oggi, hanno saputo recuperare parte del terreno perduto durante il terremoto 1989-91 e pur non contando più su il massiccio consenso del Pci, sia in termini di voti che di iscritti, hanno continuato e continuano ad essere il partito più importante, tornando a controllare la quasi la totalità dei comuni, confermando il loro potere sulle due province e sulla regione stessa, rappresentando la guida indiscussa dell’ Umbria .

 Un nuovo partito?

Quale creatura aveva preso forma dalle ceneri del Pci? Si può sostenere che il Pds fosse veramente una nuova entità politica o quel cordone ombelicale che lo continuava a tenere legato al Pci come era ben evidente se si esaminava il simbolo (le radici della quercia, simbolo del Pds, restavano pur sempre la falce e il martello) ne minava la sua stessa legittimità politica quale forza del moderno riformismo europeo? I giudizi degli storici e dei politologi in tal senso sono piuttosto variegati, c’è chi sostiene che il Pds sia stato effettivamente qualcosa di nuovo e chi viceversa lo vede come un travestimento che ha celato ma non superato del tutto la politica del vecchio Pci. In tal senso un attento osservatore come Eugenio Scalari ha scritto nel febbraio del 1999 sulle pagine della Repubblica: “…il vero guaio del PCI fu di essere il meno peggio dei partiti comunisti dell’Occidente, con una cultura non priva di qualche ascendenza democratica (Gramsci, Godetti, Amendola). Così al momento della resa dei conti, riuscì a cambiare identità, lasciando immutato il gruppo dirigente. Oggi sta pagando il prezzo di questa sopravvivenza…)”. Mi trovo in totale sintonia con questa linea interpretativa, tanto il Pds quanto i Ds non sono riusciti né riescono più ad avere quel radicamento sociale ed elettorale che pure ci si aspetterebbe da un grande partito riformista. Non è necessario guardare troppo indietro per avere una dimostrazione di ciò, nelle ultime elezioni politiche (9-10 aprile 2006), i Ds al Senato dove si presentavano con una lista propria, hanno ottenuto il 17,5% dei voti, un risultato piuttosto deludente se si considera che il centro – sinistra ( l’Unione) ha vinto quelle elezioni. Se a questo si aggiunge che lo stesso Pds toccò il suo massimo nelle elezioni politiche del 1996 con il 21,1%, il quadro appare più esauriente. La nuova forza politica sorta nel 1991 ha fallito i suoi obiettivi di porsi alla testa di un grande movimento progressista sulla linea delle grandi esperienze della socialdemocrazia occidentale, soprattutto è venuta a mancare quello spirito di innovazione e di riforma della società, della cultura e del sistema politico che viceversa dovrebbe essere un aspetto insito in una forza che si ispira alla tradizione del socialismo europeo (15). Il biennio della svolta si era contraddistinto tanto a livello nazionale quanto nel quadro regionale per la ripresa di un grande dibattito interno, per certi versi ci trovammo di fronte ad un confronto e uno scambio di idee, progetti, impegno, dinamicità che raramente si erano avuti a livello italiano. La base del vecchio Pci sembrò riemergere da una sonnolenza che perdurava da decenni, ognuno si sentiva in diritto di trovare una nuova strada al nascente soggetto politico, fu una importante stagione democratica, peccato che come spesso accade, la punta della piramide è sorda alle richieste della sua base. Il nuovo partito fin dalla nascita si è trovato nell’esigenza di rinnovare la sua dirigenza, affidando la guida dello stesso a persone che fossero sinceramente pronte e convinte ad abbracciare il nuovo corso politico. Purtroppo e qui torna d’attualità la frase di Scalfari, il Pds non è riuscito ad ottenere o non ha voluto un vero mutamento. Il gruppo dirigente si è riconvertito quasi in toto ripresentandosi alla guida del nuovo partito, vi sono stati sia a livello nazionale che regionale dei cambiamenti ma tutto è avvenuto per volontà di una ristretta cerchia di notabili che dirigevano il partito, la base è stata per lo più inascoltata, la democrazia interna è sembrata essere più una formalità, la trasparenza nelle scelte è apparsa minima. Il Pds aveva un altro abito rispetto al Pci ma in realtà la sostanza sottostante era la stessa, i personaggi che hanno preso il timone della nuova organizzazione erano tutti ex comunisti o come molti si definivano, post comunisti, in qualche caso si è avuto il rientro di qualche “eretico” che era uscito in determinati momenti di crisi del vecchio partito ma nulla più. Persone nuove non significa tanto volti nuovi, il più delle volte si spera che una nuova persona, magari anche giovane, porti nuove esperienze, nuove idee, progetti ecc. Tutto questo è mancato, in una fase di grandi sommovimenti politici, da lì a poco esploderà “mani pulite”, il partito non è riuscito ad attrarre quelle componenti democratiche, progressiste, socialdemocratiche, ecologiste che pure sono il nerbo di ogni grande movimento riformista. Il Pds confermando tutta una generazione di “vecchi” personaggi, ha mantenuto nonostante i programmi iniziali, una continuità di impostazione politica e soprattutto di mentalità che era propria del vecchio Pci. Questo è stato evidente soprattutto in Umbria dove le idee nuove, i nuovi progetti, le nuove speranze, soprattutto della base e dei più giovani, si sono dovute ben presto scontrare con le vecchie logiche di un partito che si era istituzionalizzato, che controllando le sorti politiche ed economiche della regione metteva in campo degli interessi contro i quali era difficile misurarsi. Alla fine la ventata di novità si è dovuta piegare alla “priorità umbra”, ovvero all’esigenza di privilegiare il controllo e la gestione del potere e del governo locale su ogni altra cosa. In questo la continuità con la politica del Pci è stata evidente anzi, se vogliamo, la cosa è persino peggiorata, la dialettica interna al partito tra politici e amministratori che era esplosa negli anni ’70-’80, ormai era quasi del tutto venuta meno negli anni ’90, per non parlare dei nostri giorni. Oggi gli amministratori controllano il partito attraverso le loro sedi istituzionali, sono scomparsi i vecchi rivoluzionari di professione, i funzionari, per molti questo è stato un bene ma come loro sono venuti meno anche coloro che se non a tempo pieno, comunque decidevano di impegnarsi nella vita interna del partito, tutto ciò ha penalizzato il dibattito, la democrazia interna e la visibilità sociale dello stesso. La nascita dei Ds nel 1998 non ha cambiato le cose, si è trattato di un lifting (16), la sostanza è rimasta la stessa. 

Oggi in Umbria il partito è visto come un peso morto da rianimare durante le campagne elettorali a beneficio di qualche amministratore che raggiunto il suo scopo si prodiga nel riaddormentarlo in attesa della tornata successiva. Negli anni ’70 il Pci umbro si era dotato di una unitaria direzione politica regionale (per effetto della nascita dell’ente regione) che aveva superato la frammentazione in tema di coordinamento e direzione politica che il partito aveva avuto negli anni ’40 – ’50 – ’60. Il Pds non ha saputo mantenere tale compattezza, città e aree della regione hanno richiesto con sempre più insistenza autonomia progettuale e decisionale rispetto alla direzione regionale, in nome di un nuovo campanilismo municipalistico, frutto a mio avviso, del ruolo preponderante che gli amministratori hanno assunto in seno al partito stesso. Fin qui dunque se si esclude il nome ed il simbolo, non si direbbe che il Pds sia stato un qualche cosa di diverso dal Pci, anzi rispetto a quest’ultimo, su molti aspetti si erano fatti passi indietro, non vi sono più state, ad esempio, analisi approfondite sul tessuto sociale, economico e culturale della regione, o anche quando sono state fatte, il partito ha stentato a trovare delle risposte politiche ai tanti problemi che pure hanno afflitto e continuano ad interessare il nostro territorio. A mio avviso la vera novità, se non altro in Umbria , che potrebbe giustificare chi sostiene che la svolta abbia davvero creato una nuova realtà politica è rappresentata dai giovani e in particolare dal ruolo svolto dalla componente giovanile del Pds, la “Sinistra Giovanile”, nel periodo compreso tra il 1993-1996. Furono loro probabilmente i più speranzosi, i più attenti, disinteressati, attivi e propositivi di quella prima fase politica che andò dal 1991 al 1996, non furono immediatamente visibili né riuscirono a riorganizzarsi con tanta facilità ma quando lo fecero dimostrarono di aver colto molto più degli altri, la nuova situazione politica che si era aperta. Fu un periodo di grande vivacità politico – ideale, in parte favorito dai fermenti sociali che iniziarono a sorgere nella prima fase del berlusconismo 1994-96. In questo senso l’esperienza umbra fu emblematica e importante, non solo la sinistra giovanile regionale fin dai primi momenti si impegnò al fine di ottenere di poter contare di più negli organismi decisionali del partito, pur mantenendo una sua autonomia organizzativa, iniziò nel contempo al suo interno quella lotta tra vecchio e nuovo che probabilmente è mancata nel Pds. Da una parte emersero i giovani “vecchi” per lo più orfani della vecchia Fgci, che della loro sclerotica organizzazione erano nostalgici, chiedevano di continuare a fare gli “appendi manifesti”, organizzare qualche inutile festa giovanile e poco altro, nella speranza di essere cooptati un giorno nei luoghi della pubblica amministrazione gestita dal partito. Dall’altra parte i giovani “nuovi” che non provenivano, per lo più, dalla Fgci ma che avevano in comune la voglia di fare politica e un po’ di sano idealismo, che volevano partecipare alla vita del partito come componente ad esso autonoma ma nel contempo attiva nella sua programmazione e gestione. La lotta fu locale e regionale, il centro più attivo sia come numero di iscritti che come luogo di progettazione politica fu Spoleto, e proprio a Spoleto la disputa vide prevalere nettamente la componente dei giovani “nuovi” che non solo portarono una ventata di innovazione politica nel partito cittadino ma in generale anche nelle componenti regionali tanto del Pds che della Sinistra Giovanile. Fu un’esperienza molto positiva, si chiedeva una politica che tornasse ad aprirsi alla gente, un partito che vedesse una partecipazione maggiore dal basso e soprattutto una maggiore capacità decisionale della base, si voleva il ritorno ad un partito sganciato e libero dalle istituzioni, in cui si riscoprisse il piacere di fare politica come impegno civile, dove soprattutto l’etica tornasse a primeggiare sull’interesse fine a se stesso. L’idea delle primarie divenne la bandiera di quelle battaglie (a dieci anni da quelle proposte, il centro sinistra per la prima volta nella storia della politica italiana, il 16 ottobre 2005, ha tenuto le primarie per designare il leader della coalizione), il progetto di fissare un tetto massimo di mandati (sia per le cariche politiche che per quelle amministrative) fu visto come un punto necessario per garantire quel rinnovamento generazionale e quel ricambio di idee, indispensabile ad ogni movimento riformista. Fu una stagione emozionante ma che non ebbe seguito, quando la lotta si spostò dalle stanze della Sinistra Giovanile a quelle del partito, ci si trovò di fronte un ostacolo insormontabile, il Pds non aveva voglia né di stare ad ascoltare dei giovani idealisti né tanto meno di cambiare la sua ultra decennale impostazione. La cosiddetta “priorità umbra” fatta di occupazione e gestione del potere e del governo locale era l’unica bussola che ispirava il ceto dirigente umbro. Quella corrente politica innovativa della sinistra umbra che sola aveva capito la scommessa di vero rinnovamento che si celava dietro il passaggio dal Pci al Pds fu sconfitta dai dinosauri del partito, venne mortificata e messa a tacere, annullando probabilmente l’unico fattore di vera novità che la svolta del 1989-91 aveva portato nel panorama regionale, l’unico elemento che giustificava coloro che sostenevano che dalla svolta fosse emerso un nuovo partito politico.

Quale futuro?

Dal biennio 1989-91 ad oggi la scena politica italiana ha subito dei mutamenti notevoli, non solo come visto in precedenza, il Pci è diventato Pds poi trasformatosi a sua volta in Ds, è sparita la Dc, il vecchio Psi è stato seppellito dalle macerie di tangentopoli, persino la destra, il Msi, ha deciso di rifarsi il trucco divenendo An. Non a torto si è parlato di fine della prima Repubblica, a partire da quel momento siamo entrati in una lunga fase di transizione in cui il berlusconismo è stata la novità assoluta che ha influenzato la politica italiana. La seconda repubblica che molti hanno con tempestività annunciato non si è ancora materializzata, i partiti si sforzano di cambiare nome e simbolo ma come ho cercato di spiegare in questa ricerca, ciò non basta per rinnovare la politica, le persone infatti rimangono le stesse, il modo di far politica è il medesimo. Due settantenni si sono contesi la guida del paese nelle ultime elezioni politiche (9-10 aprile 2006), per giunta erano gli stessi di dieci anni prima (elezioni politiche 1996). Molti ritengono che non si possa fare una questione di età, forse non è un problema di età ma è sicuramente un problema di mentalità. Chi è vissuto, è cresciuto, si è formato culturalmente in un’epoca, non capirà mai appieno quella successiva, il più delle volte avrà bisogno di qualcuno che gliela spieghi, il rinnovamento generazionale serve a questo ad essere al passo con i tempi, e allora se due vecchietti di settanta anni sono ciò che di meglio ha l’Italia addio rinnovamento, addio dinamicità, se continuiamo così saremo il primo paese del mondo che verrà messo in pensione dagli altri perché del tutto inutile. Si parla molto di creare in Italia un Partito Democratico che unisca le due forze più importanti del centro sinistra i Ds e la Margherita, che cosa dovrà essere questo partito? Sono oltre dieci anni che nel centro sinistra si sperimentano alleanze, unioni di partiti che apparentemente sostengono di avere comunità d’intenti, cartelli elettorali ecc. ci troviamo da tempo soggetti ad una alchimia politica che ha prodotto finora risultati piuttosto deludenti. Si è partiti dalla coalizione di sinistra chiamata i “ Progressisti” composta dal Pds, Prc, Verdi, Partito Socialista Italiano, Alleanza Democratica, La Rete, che avrebbe dovuto portare alla vittoria nelle elezioni politiche del 1994 ma che in realtà ha ottenuto l’esatto contrario. Nel 1995 si è pensato di allargare la coalizione alle forze del centro, nacque L’Ulivo quale alleanza di centro sinistra formata dal Pds, Partito Popolare Italiano, Rinnovamento Italiano, Verdi, questo nuovo soggetto aveva una base più solida del precedente e non a caso ha portato alla vittoria nelle elezioni politiche del 1996. Purtroppo non vi è stata continuità e nelle elezioni politiche del 2001 L’Ulivo è stato sconfitto. Se fino ad allora il movimento era parso più un cartello elettorale che altro, in quanto nella sostanza ogni partito si presentava separato dagli altri, sotto la spinta di Romano Prodi si è chiesto a tutti quei partiti di presentarsi insieme sotto il simbolo dell’Ulivo. In vista delle elezioni europee (2004) è stata creata la lista “Uniti nell’Ulivo” che ha visto riuniti i Ds, la Margherita, lo Sdi, e il Movimento dei Repubblicani Europei. Da questa esperienza ha preso vita la Fed, la federazione dell’Ulivo (febbraio 2005) con l’intento di unificare ancora di più il movimento. In occasione delle importanti elezioni regionali (2005) e in preparazione delle politiche (2006) il centrosinistra ha cercato di compattarsi sotto la sigla de L’Unione, questa mossa si è rivelata vincente in entrambe le consultazioni. Alle elezioni regionali del 2005 però la Fed è arrivata unita in 9 regione mentre in altre 5 le liste che la componevano hanno deciso di correre separatamente, così come nelle elezioni politiche del 2006 che hanno visto L’Ulivo unito alla Camera dei Deputati e diviso al Senato, mossa politicamente incomprensibile al punto da lasciare il contentino ad un Berlusconi sconfitto di poter dire di essere il partito di maggioranza relativa. Questa carrellata apparentemente inutile è a mio avviso importante da analizzare se non vorremo che il Partito Democratico di cui tanto si parla ultimamente, non sia che una delle tante voci prive di continuità politica che riempiono i libri di storia, soprattutto della storia di sinistra o se vogliamo del centrosinistra italiano. Partire sostenendo che gli elettori preferiscono la lista dell’Ulivo a quelle separate dei Ds o della Margherita e quindi fare un ragionamento di pura utilità elettorale, rischia di essere un’analisi di breve periodo destinata alla sconfitta. Il futuro Partito Democratico deve dare l’impressione di essere qualcosa di nuovo e non una semplice sommatoria di voti, per fare questo occorrono programmi nuovi e persone nuove ma soprattutto è importante dotarsi di una nuova mentalità politica, detta così sembra essere una cosa banale, in realtà è una prospettiva difficilissima da realizzarsi, se si riflette è proprio su questo punto che si è avuto il fallimento della svolta del 1989-91 del passaggio dal Pci al Pds da cui successivamente sono sorti i Ds. Viviamo in un’epoca storica paradossale, tutti reclamano il rinnovamento ma in realtà il sistema è retto dalla gerontocrazia in ogni settore, non so fino a che punto noi giovani decideremo di seguire politici e politiche tanto datate, questo è il nostro tempo occorrerebbe che un po’ marxianamente prendessimo coscienza di noi stessi. Questo per dire che se ai giovani e soprattutto alle idee giovani verrà lasciato il ruolo subalterno a cui sono state destinate ultimamente, se in altri termini il futuro Partito Democratico nascerà secondo le vecchie logiche, avrà a mio avviso, vita breve e tormentata e la tanto agognata seconda Repubblica tarderà a prendere forma.


Note
1) Renato Covino, Partito Comunista e Società in Umbria , Foligno 1994, ed. Editoriale Umbra.
2) Non è un caso che fino ad allora il ceto dirigente socialista era composto per lo più dagli intellettuali e dai ceti professionali, mentre gradualmente da questo momento (in realtà la cosa era iniziata fin dal 1907-10)  subentrano anche dirigenti di origine proletaria.
3) Renato Covino, op. cit.
4) Raffaele Rossi – Alberto Stramaccioni, Per la Storia dei Comunisti di Perugia e dell’ Umbria1921-1991, Perugia 2000
5) Alberto Stramaccioni, Il PCI in Umbria 1921-1991, Perugia 1992, Cronacheumbreedizioni. Nella disputa ideologica che vide contrapposte le tesi di Gramsci e di Bordiga, il Pci umbro sembra essere schierato sulle posizioni gramsciane, lo si attesta dai due congressi umbri, presente lo stesso Gramsci, che si tennero nell’ottobre del 1924 in una trattoria di Monteverde e nel novembre del 1925 in un edificio in costruzione alla barriera nomentana. Non solo, nel gennaio 1926 si tenne un convegno interregionale in una cascina dei castelli romani, presente Togliatti, in preparazione del III congresso di Lione e in quel caso le tesi gramsciane ebbero quasi l’unanimità.
6) Il 15 maggio 1943 in virtù dello scioglimento dell’Internazionale Comunista (Comintern), il Partito Comunista d’Italia (sezione italiana dell’Internazionale Comunista) PCd’I diventa Partito Comunista Italiano, PCI.
7) Renato Covino,op. cit.
8) Renato Covino, Dall’ Umbria verde all’ Umbria rossa, in Renato Covino – Giampaolo Gallo, Storia d’Italia. Le regioni dall’Unità ad oggi. Vol. l’ Umbria , Torino 1989.
9) Renato covino, Partito Comunista e Società in Umbria , Foligno 1994, ed. Editoriale Umbra.
10) Ibid.
11) Ibid.
12) Ibid.
13) Ibid.
14) Raffaele Rossi – Alberto Stramaccioni, op. cit.
15) Ricordo come il Pds sia stato co-fondatore del Pse nel 1992 al congresso dell’Aia che ha unificato la preesistente Confederazione dei Partiti Socialisti della Comunità Europea. Non solo, subito dopo la sua nascita nel 1991 vi fu anche l’adesione all’Internazionale Socialista.
16) Nel 1998 sotto la segreteria D’Alema il Pds diventa Ds, nel simbolo viene tolta la falce e martello e al suo posto viene inserita una rosa ( simbolo del socialismo europeo) con accanto la sigla PSE. I Ds hanno accolto al loro interno la Federazione Laburista ( Valdo Spini), il Movimento dei Comunisti Unitari (Sergio Garavini), i Cristiano Sociali (Pierre Carniti), la Sinistra Repubblicana (Giorgio Bogi) ed i Riformatori per l’Europa (Giorgio Benvenuto), in realtà si è trattato di sparuti gruppuscoli che hanno avuto un ruolo del tutto insignificante nei Ds che sono in tutto e per tutto la continuazione politica del Pds. Nel 2001 il segretario Piero Fassino nel tentativo di affermare con più forza la natura socialista democratica del partito, fa mettere nel simbolo, per esteso, il riferimento al “Partito Del Socialismo Europeo”.

Bibliografia
Opere di carattere locale:
Renato Covino, Partito Comunista e società in Umbria , Foligno 1994, ed. Editoriale Umbra.
Raffaele Rossi e Alberto Stramaccioni, Per la Storia dei Comunisti di Perugia e dell’Umbria 1921-1991, Perugia 2000.
Alberto Stramaccioni, Il PCI in Umbria 1921-1991, Perugia 1992.
Renato Covino e Giampaolo Gallo, Storia d’Italia. Le regioni dall’Unità ad oggi. Vol. l’Umbria , Torino 1989.
Raffaele Rossi, Il Pci in una regione rossa. Intervista sui comunisti umbri, Perugia 1977, Editrice Grafica.
Renato Covino, Il Pci negli anni ’70. La composizione sociale dei gruppi dirigenti umbri, “Segno Critico”, n.1 marzo-giugno 1979.
Renzo Martinelli, Storia del partito comunista italiano, Torino 1995, ed. Einaudi.
Paolo Spriano, Storia del Partito Comunista Italiano, Torino 1967-75, ed. Einaudi.
Aldo Agosti, Storia del Partito comunista italiano 1921-1991, Roma – Bari 1999, ed. Laterza.
Giorgio Galli, Storia del Pci, Milano 1993, Kaos edizioni.
Aris Accorsero, Il Partito Comunista, Milano 1982, ed. Feltrinelli.

© Sintesi Dialettica – riproduzione riservata

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