Negli ultimi tre anni della storia politica italiana abbiamo assistito all’emergere progressivo di un fenomeno che potrebbe essere definito “questione della laicità”, all’interno della quale quest’ultima, variamente intesa, si configura di volta in volta come elemento chiave per l’impostazione del dialogo fra forze e riferimenti politico-culturali diversi, per la costruzione di una base valoriale unica e onnicomprensiva per nuovi raggruppamenti politici, o addirittura come sema definitorio di identità e sfere culturali, nonché di gruppi di pressione più o meno coesi e/o organizzati.

Tu non pensavi ch’io loico fossi!”
(Divina Commedia, Inf. XXVII, v. 123)

Negli ultimi tre anni della storia politica italiana abbiamo assistito all’emergere progressivo di un fenomeno che potrebbe essere definito “questione della laicità”, all’interno della quale quest’ultima, variamente intesa, si configura di volta in volta come elemento chiave per l’impostazione del dialogo fra forze e riferimenti politico-culturali diversi, per la costruzione di una base valoriale unica e onnicomprensiva per nuovi raggruppamenti politici, o addirittura come sema definitorio di identità e sfere culturali, nonché di gruppi di pressione più o meno coesi e/o organizzati.

Questa politicizzazione del concetto ha vissuto, all’interno dell’arena comunicativa allacciata al dibattito, su alcune issues principali, alcune della quali sono basate su vere e proprie incorrettezze semantiche. 

Una di queste è l’inconsistenza reale della separazione fra “laici” e “cattolici”. Al di là della derivazione storica antecedente, questa contrapposizione è ritornata prepotentemente alla ribalta in corrispondenza con lo scoppiare nell’agenda politica dei c.d. “temi etici”, riguardanti l’inizio e la fine della vita e la definizione dei concetti di famiglia e convivenza, con la conseguente normativa delle fattispecie (1). Molto genericamente, si intende con sempre maggior frequenza, nel senso comune, considerare come “laici” coloro che, su tali temi, si dichiarano a favore di provvedimenti permissivi, e “cattolici” coloro che invece si collocano su posizioni più conservatrici o, addirittura, sono contrari in senso assoluto a normare su di essi. Da un lato si rileva che la tecnicità della materia risulta tendenzialmente in aumento, dati i progressi scientifici-tecnologici; dall’altro, la costruzione artificiosa di uno steccato lessicale “tracciato con l’accetta” ha conferito a questa contrapposizione un carattere manicheo, dal quale è molto difficile sfuggire, persino quando, da più parti, si invita a un confronto più pacato e lungimirante. Gli americani, che di solito si trovano in anticipo rispetto al Bel Paese nell’affrontare tali questioni (il dibattito, ad esempio, sull’omosessualità in America è assai anteriore, ed altrettanto aspro; è inoltre stupefacente come la successione dei temi correlati, all’interno dell’arena politica italiana, ricalchi spesso in modo pedissequo proprio quella, temporalmente antecedente, d’oltre oceano), parlano in modo altrettanto tranciante di posizioni “pro choice” o “pro life”, senza tirare in ballo la dimensione della laicità.

In effetti, la prima critica che si può rivolgere al modo con cui si è assecondato l’impostazione del dibattito è proprio riferibile a questo manicheismo. Di fronte alla necessità del dialogo, e di fronte all’elevatezza e alle difficoltà del compito, forse sarebbe stato opportuno puntare su un assioma fondante ampiamente inclusivo; del tipo “Nessuna posizione è non accetta, all’interno della arena democratica laica, purché sia ben argomentata”. Appare infatti incorretto dirimere la dimensione della laicità facendo riferimento alla posizione scelta (“pro life” o “pro choice”), piuttosto che alle argomentazioni addotte; quanto meno, sorgerebbe immediatamente il problema di individuare un soggetto in grado di conferire con sufficiente oggettività tale patente di laicità. E’ invece evidente che quasi sempre il giudizio verte sulla maggiore o minore vicinanza a quella che è la posizione ufficiale della Chiesa cattolica sull’argomento dibattuto. Tuttavia, la storia stessa dei “temi etici” in Italia è ricca di posizioni (e conseguenti argomentazioni) che violano palesemente questa soluzione piuttosto semplicistica e fortemente fuorviante. Ad esempio, su una materia “etica” e estremamente controversa come l’aborto, più di un cattolico praticante elettore di sinistra si esprime decisamente a favore della legge 194. Parimenti, sono arcinoti diversi casi di atei, o agnostici, o comunque non credenti, che si pronunciarono a suo tempo assolutamente contro la legge sull’aborto, ed al di là di ogni ragionevole strumentalizzazione politica (una categoria ovviamente non assente nel dibattito, e che ha portato a riferire l’appellativo di “ateo devoto” ad alcuni esponenti e intellettuali). 

Due casi fra questi sembrano particolarmente indicativi a sostegno della tesi qui presentata.

Il primo è un (sommo) intellettuale marxista, Pier Paolo Pasolini (comunista, omosessuale e ateo: al di sopra dunque di molti possibili “indici” di mancata laicità, sempre secondo la tassonomia scorretta di cui sopra); il quale, all’indomani del referendum sul divorzio, si scagliava contro l’aborto denunciando l’appello “alla “Realpolitik” e quindi […] alla prevaricazione “cinica” dei dati di fatto e del buon senso” da parte del fronte “prochoice”, oltre a criticare ferocemente il parallelismo, da lui individuato, fra la liberalizzazione del consumo e quella del coito quale atto mercificato (2). Nell’originalità delle sue argomentazioni c’è dunque tutto il manifestarsi di uno spirito libero e “laico” anche nell’accezione più praticata del termine.

Il secondo è uno dei più grandi autori italiani di tutti i tempi proprio riguardo alla tematica della laicità: Norberto Bobbio. Il quale, provocato sulla materia dal cronista di un famoso articolo (3), si spingeva ad affermare: “Vorrei chiedere quale sorpresa ci può essere nel fatto che un laico consideri come valido in senso assoluto, come un imperativo categorico, il non uccidere. E mi stupisco a mia volta che i laici lascino ai credenti il privilegio e l’onore di affermare che non si deve uccidere”. 

Non certo per invocare la categoria dell’auctoritas, che è sempre pericolosa, e a maggior ragione lo è quando si parla di laicità, ma la posizione di Bobbio è particolarmente interessante per una serie di possibili “corollari” che da essa sembrano discendere. 

Il primo, riguarda l’assioma cui sopra si faceva riferimento. La posizione “pro life”, o “cattolica” secondo i canoni del dibattito attuale, non è invocata da un cattolico praticante, e nemmeno da una persona che avesse un sistema di valori particolarmente segnato dalla Weltanschauung cattolica. E’ invocata da un fior di laico, e con argomentazioni del tutto laiche, consapevolmente rispetto alla durezza del dibattito in corso a suo tempo, e della portata che avrebbero avute (e nei fatti ebbero) tali dichiarazioni, fatte da cotanto personaggio. Dunque, un primo spartiacque da tracciarsi sembra essere il seguente: non esistono posizioni da stigmatizzare a priori, nel dibattito in corso sui “temi etici”; caso mai, sono da considerare “non laiche”, e da non ammettersi nell’arena democratica, talune argomentazioni. Fra queste ultime, ad esempio, appaiono senz’altro inadeguate le pretese di traduzione diretta di precetti biblici in norme, o anche gli utilizzi di essi quali criterio etico dirimente e totalitario nella impostazione di una normativa su un argomento qualsiasi

Ma sul piano della laicità, fuor da questo, tutto è lecito. 

Dubbi fondati sulla interferenza in una dimensione di laicità sembrano intervenire quando, da parte dell’istituzione ecclesiastica, si richieda direttamente “obbedienza” a un parlamentare cattolico nell’esercizio della sua funzione, che è ovviamente laica. Ovvero, laddove non si cerchi tanto di attivare una riflessione individuale e al livello della libertà di coscienza attraverso un messaggio cristianamente ispirato, ma si punti piuttosto a una sorta di delegittimazione di quella libertà di pensiero e d’azione che è prerogativa di ogni individuo, ivi compreso (o forse, più propriamente, a maggior ragione) il credente cattolico, e ancora a maggior ragione di un parlamentare. Dall’altro lato, sembra sempre più accolto all’interno del dibattito (con significative eccezioni costituite dalla parte più intransigente del laicismo italiano) uno dei punti nodali dei recenti dialoghi intercorsi fra l’allora cardinal Ratzinger e l’alfiere della laicità Jurgen Habermas; ovvero, che è caratteristica propria di un’arena democratica laica permettere alle istituzioni ecclesiastiche di propagare il proprio messaggio ai fini di riflessione cui sopra accennavo (4). Laddove si riconosca il contributo della cultura cattolico-democratica e popolare alla costruzione stessa del concetto di laicità in Europa (5), appare infatti evidente che una concezione esclusiva della laicità, volta ad impedire alla Chiesa di esprimere una propria posizione su una qualsiasi materia, risulta semplicemente foriera di ostracismo verso un sistema di valori, e una corrispondente identità politico-culturale, che non sia quello che si reperisce al di fuori dello stesso sistema ecclesiastico. E’ per questo che l’argomentazione di chi vorrebbe impedire alla Chiesa di esprimersi, in quanto detentrice di un “sistema di coercizione delle coscienze” eventualmente più efficace, appare quanto meno parziale. Rebus sic stantibus, è altrettanto vero che lo sforzo di laicità da parte di chi sia portatore di un sistema di valori “forte” (sia esso quello cattolico, o quello socialista, o quello liberale, secondo i rispettivi assiomi fondanti e “valori non negoziabili”), nel momento in cui ci si trasferisca nell’arena del dialogo, deve essere sempre quello di una traduzione di tali valori nel “linguaggio universale” del confronto democratico. Questo sforzo di traduzione passa necessariamente attraverso una dimensione relativistica: ovvero, di riconoscere che esistono altri modi di pensare rispetto al proprio, altrettanto degni di attenzione e di riflessione. Si badi bene che questa accezione di relativismo non è in nessun modo equivalente al concetto di relativismo radicale, o gorgiano, secondo il quale tutti i valori si prestino a sparire nella notte del confronto, nella quale tutti i gatti sono bigi (6). 

Un secondo corollario che è possibile trarre dalle posizioni bobbiane, con le relative argomentazioni, è l’inconsistenza di un altro precetto spesso brandito: siccome tutti i valori sono uguali, tutti coloro che arrivano all’arena del dialogo democratico hanno diritto a veder rappresentata nella decisione normativa esattamente la propria posizione (7); dal che consegue che l’unico modo per ottenere questo è non normare, o adottare una sorta di “minimo comun denominatore” rispetto al quale si possano prevedere solo delle successive strette comportamentali, a livello del tutto individuale, dettate dal proprio sistema di valori. Un assioma da cui parte questa impostazione, che è largamente condivisa nel dibattito attuale sulla laicità, è che non debbano esistere valori assoluti: l’esistenza di un valore assoluto presupporrebbe automaticamente mancanza di laicità. 

Tuttavia Bobbio stesso, nel medesimo articolo (8) sostiene tre cose. La prima, esplicitamente, è l’esistenza di un valore assoluto, un “imperativo categorico”, come lui lo chiama rifacendosi a Immanuel Kant, che è il “non uccidere”. La seconda, implicita, è che questo imperativo non è pertinenza di un solo sistema di valori “forte”, ma può esso stesso essere posto a fondamento di una base valoriale comune; la quale non coincide con un “minimo comune etico”, dal momento che questo potrebbe essere, nel senso individual-anarcoide sopra descritto, “è lecito uccidere, per chi lo preveda nel proprio sistema di valori; dopo di che, se qualcuno non lo prevede, si regoli di conseguenza e non lo faccia…”. 

La terza, che assume la conformazione di un terzo corollario rispetto alla sequenza logica presentata in quest’articolo, è l’altrettanta inconsistenza di un ulteriore precetto: ovvero, che si deve prendere spunto da una fattispecie reale ed osservabile per normare di conseguenza, definendo il suddetto minimo comun denominatore. Nel caso dell’aborto, l’osservazione fatta a Bobbio dall’intervistatore era: è necessario legalizzarlo, dal momento che viene altrimenti fatto in clandestinità. Bobbio definisce questa argomentazione “debolissima”. La sua difesa proviene probabilmente dall’impostazione iperrelativista di cui sopra, per cui non devono vigere giudizi valoriali di ciò che avviene in realtà, ma solo prese d’atto. Le conseguenze di un’assunzione di principio siffatta sono però abbastanza sconcertanti, anche ad una prima osservazione superficiale. Basterebbe dire che non tutto ciò che è osservabile come prassi reale è da considerarsi opportuno, necessario, positivo. Se l’eroina è così diffusa nell’illegalità attuale, dovremmo statalizzarla? Se per una persona, o per molte persone, le tasse sono troppo elevate, e lo stato è per questo predatore e tiranno, occorre depenalizzare l’evasione? E’ evidente che il principio di responsabilità individuale a cui alcuni si appellano dimostra di non funzionare nella maggior parte dei casi, e per diversi motivi che non è il caso di esaminare solo per motivi di brevità. Persino l’imperativo categorico kantiano a volte mostra i propri limiti, come sappiamo dalla letteratura relativa. Infatti, ciò che è divenuto evidentissimo attraverso l’evoluzione dei paradigmi scientifici, e in particolare con lo shifting dall’impostazione meccanicistica della fisica a quella caotica (es. il c.d. “effetto butterfly”), è che non solo non sono perfettamente conoscibili le conseguenze delle proprie azioni nel breve periodo, ma soprattutto non lo sono nel lungo periodo, e su una scala di osservazione più ampia che si dipani lungo l’interazione concatenante di eventi ed elementi della complessità. Altrettanto inconsistente mi sembra risultare la visione per la quale, sic et simpliciter, “non si deve imporre agli altri una particolare visione del mondo”, anche quando essa sia espressione della maggioranza. Di fatto, questa massima continua ad assumere un ruolo fondamentale nelle democrazie, e la sua difesa è il compito di ogni governo ispirato a principi democratici; il rispetto del pluralismo di vedute dovrebbe essere sempre un principio ispiratore dell’attività legislativa, un assoluto cui ispirarsi e tendere. Ben sapendo, però, che rappresenta anche un asintoto al quale risulta pressoché impossibile arrivare con sistematicità. Molto spesso (ma forse è più corretto dire: praticamente sempre), infatti, in tema di politiche pubbliche gli interessi di una parte del sistema sociale, o di un suo gruppo particolare, entrano in conflitto con quelli di altre parti o altri gruppi. In quei casi, la componente della politica che si identifica con “l’arte del compromesso” trova il proprio terreno principe d’applicazione; ma sovente si ha che una delle due parti fa decisamente prevalere la propria visione del mondo sull’altra. Nel caso, poi, di soluzioni mutuamente escludenti (che sono, ad esempio, frequenti nei temi etici…è possibile, ad esempio, trovare un compromesso onnicomprensivo sulla pena di morte? Ovvero, “legalizzarla per metà”?), può accadere che la parte perdente del confronto democratico veda del tutto non rappresentati i propri interessi. Si può parlare, allora, di non rappresentanza delle minoranze, o (come qualcuno si azzarda a teorizzare) di “Stato etico”, in quanto impositorio di una particolare Weltanschauung rispetto alle altre? I dubbi sollevabili in proposito derivano dalla stessa possibilità di relativismo estremo sopra analizzata, e dalla pericolosità nello spingere alle estreme conseguenze il principio del “minimo comune etico”. 

Riguardo a questo tema, potrebbe essere utile individuare un ulteriore assioma, da adottare all’interno delle decisioni “ad esposizione valoriale”; in un arena democratica, si cerchi fin dove è possibile di rispettare il pluralismo delle posizioni nelle proposte legislative, e di ricorrere a sintesi elevate, attraverso l’utilizzo del principio del “minimo comune etico” e la costruzione di un percorso fatto di piccoli passi; lasciando come extrema ratio il ricorso alla conta e alla decisione a maggioranza. A salvaguardare dal pericolo di relativismo radicale, come di totalitarismo ideologico, dovrebbero stare dei principi assoluti costruiti secondo lo stesso criterio del “minimo comune etico”; dopo tutto, una iniziativa simile è già stata realizzata con il riconoscimento dei diritti inviolabili della persona umana. Del resto, pure Jurgen Habermas, nel medesimo dialogo con Ratzinger, riconosce l’attualità di questo recupero di forme pre-politiche di civismo rispetto all’individualizzazione post-secolare, lasciando ovviamente aperto il problema cognitivo della legittimità di presenza della religione a fianco delle etiche civiche e non metafisiche.

L’assioma appena descritto dovrebbe essere naturalmente implicito nell’assunzione dei principi della democrazia. Tuttavia, il dibattito aspro e l’interpretazione tranchant che da esso è derivata di concetti e argomentazioni, pare comportare la necessità di una nuova e più stringente formulazione di esso, da doversi richiamare ogni qual volta il discorso tenda a distaccarsene, nel momento politico aberrante in cui la discussione è inviluppata, e nel quale si assiste a tentativi di scomunica reciproca delle posizioni contrastanti, e di estremizzazione delle loro polarità fino a limiti inopportuni (si vedano la necessità di affidarsi direttamente all’Altissimo e alle formule bibliche per la formulazione delle leggi, o le definizioni addirittura offensive della religione cattolica avanzate dai più estremi interpreti del laicismo). In buona parte, è ascrivibile a questa polarizzazione proprio la distinzione linguistica fra “laicità” e “laicismo”, termini che sono sinonimi nella nostra lingua ma che sono ormai utilizzati con diversa sfumatura per sottolineare una “sana” laicità da una laicità “radicale” e anticlericaleggiante. 

L’ultima dimensione, a concorrere al disagiato scenario del dialogo e del percorso di costruzione, è quella temporale. Questo tipo di processi implicherebbe di per sé tempi lunghi, e alcuna forzatura nell’accelerarli. Purtroppo è la stessa contingenza politica a favorire drammaticamente tempi rapidi di elaborazione: sia per la situazione dei rapporti fra forze di maggioranza e di opposizione, sia per la precarietà della maggioranza in Parlamento, sia per l’utilizzo continuo, a fini di definizione identitaria, o strumentale per l’attività dei gruppi di pressione, della “laicità”, cui si faceva riferimento anche all’inizio dell’articolo. 

L’impressione che si ricava dalla proiezione nel breve-medio periodo delle dinamiche attuali è che il tema è destinato a riproporsi con forme sempre più esasperate nel dibattito politico del prossimo futuro.


Note

1) Si pensi, ad esempio, al referendum per l’abrogazione della legge 40/2004 sulla procreazione medicalmente assistita, o al ddl del governo 8 febbraio 2007 sui Diritti e Doveri dei conviventi.

2) cfr. P.P. Pasolini, Pasolini replica sull’aborto, in “Corriere della sera”, 30 gennaio 1975, ora con il titolo Sacer, in Scritti corsari cit., pp. 128-133.

3) Intervista di Giulio Nascimbeni a Norberto Bobbio pubblicata sul “Corriere della sera” l’8 maggio 1981.

4) Cfr. J.Habermas, J. Ratzinger, Ragione e fede in dialogo, a cura di G. Bosetti, Marsilio 2005

5) Cfr. Intervista a J. D. Durand, in Il Popolarismo (parte prima), a cura di Istituto Sturzo/Sintesi Dialettica; ma anche Pietro Scoppola, La proposta politica di De Gasperi, il Mulino, Bologna 1977

6) Si rimanda, per un approfondimento sul tema, ai saggi di C.Magris; cfr. C.Magris, La storia non è finita. Etica, politica, laicità, Garzanti 2006.

7) Si veda sull’argomento C.Magris, The fair of tolerance, Essay, The Hague 2001.

8) Qui adottato come summa del pensiero del filosofo torinese, che è tuttavia ad essa non meramente riconducibile. Cfr. Enrico Lanfranchi, Un filosofo militante. Politica e cultura nel pensiero di Norberto Bobbio, Bollati Boringhieri, 1989; Giannetti Roberto, Tra liberaldemocrazia e socialismo. Saggi sul pensiero politico di Norberto Bobbio, Plus, 2006

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