Gregório Bezerra, Luís Carlos Prestes, Oscar Niemeyer, João Amazonas, Roberto Freire (e altri ancora): la storiografia sui comunisti brasiliani sembra dipanarsi piú come uma successione di nomi e di personalità individuali che come una riflessione sui soggetti sociali che hanno cercato di offrire a questo immenso paese sudamericano un’alternativa politica dai netti contorni leninisti.

Rileggere oggi questa storia (iniziata, come vedremo, nel 1922) significa anche leggere ciò che è cambiato, anche in Brasile , nelle percezioni e nelle condotte culturali e politiche in questo inizio di millennio. Paradossalmente, anche in un paese la cui formazione storica, etnica, economica e sociale si è costruita in un processo di multiple e articolate tappe che hanno visto la partecipazione di una complessa tela di soggetti collettivi (benchè la definizione o riconoscimento di classi sociali sia compito cui la storiografia e la sociologia, qui, hanno spesso risposto allargando le braccia, impotenti), oggi è sulle persone che cade piú spesso – e pigramente – lo sguardo di quanti si dispongono a ricostruire un tragitto.

            Ma le vicende individuali, d’altra parte, possono anche dischiudere un orizzonte che ne obblighi la “spalmatura” su altre e ben piú ampie prospettive storiche: è ciò che sarà tentato in questo breve testo che non ha altra aspirazione se non quella di invogliare il lettore a interrogarsi con piú incisività sulla storia brasiliana di un’idea giunta da lontano.

            Lo sviluppo tardivo dell’industria brasiliana (1) non impedí che, ancora nei primi decenni del XX secolo essa mostrasse un volto “arcaico”: giornate lavorative di 12-14 ore, salari bassissimi, sfruttamento di mano d’opera infantile, assenza di garanzie e di meccanismi di protezione sociale. Ma la sempre piú massiccia introduzione, nel mercato del lavoro, di immigrati provenienti dall’Europa, spesso testimoni o protagonisti di esperienze sindacali e di lotta piú avanzate, fece sí che a cavallo dei due secoli si sviluppasse un’intensa successione di soggetti sindacali e politici: la fondazione del Partido Socialista (1890), realizzazione del 1º Congresso Operário Brasile iro (1906), con la successiva creazione della Confederação Operária Brasile ira. La crisi produttiva legata alla I Guerra Mondiale e il crollo del valore dei salari furono fra le cause scatenanti dei grandi scioperi del 1917-1920, soprattutto nello stato e nella città di São Paulo.

            È in questo clima sociale, caratterizzato anche dal declino della componente “anarco-sindacalista” (a netta maggiornaza italiana) che si pongono le basi per la fondazione ufficiale, nel marzo del 1922, del Partido Comunista do Brasil (PCB) – “Sezione Brasiliana dell’Internazionale Comunista. La vita “legale” del nuovo soggetto politico durerá solo tre mesi: dichiarato illegale dall’allora Presidente della Repubblica, Epitácio Pessoa, il PC brasiliano passerá circa sessanta dei suoi quasi ottanta anni di vita in una intermittente clandestinità. Nello scorcio di questi anni Venti si afferma la figura di Luís Carlos Prestes, un militare gaúcho, protagonista di varie insurerzioni e, piú tardi, di una sorta di epopea che ancora oggi caratterizza una certa cosmologia della sinistra brasiliana. Iscritto al PCB nel 1934, dopo alcuni anni di esilio (e di formazione politica e teorica) in Unione Sovietica, ne diviene il principale dirigente e la piú forte personalità all’interno dell’Aliança Nacional Libertadora (ANL), l’ampio fronte democratico e antifascista in lotta contro la dittatura del presidente Getúluo Vargas (1934-1945).

            La sconfitta di Vargas, all’indomani della partecipazione brasiliana alla II Guerra Mondiale, al fianco degli Alleati (partecipazione fortemente appoggiata dai comunisti) apre nuovi scenari. Il PCB ritorna alla legalità, ottiene il 10% dei voti nelle elezioni per l’Assemblea Costituente (1945), ed elegge vari senatori e deputati, fra cui lo stesso Prestes e lo scrittore Jorge Amado. In questo momento il PCB ha consolidato il suo profilo sociale: è il partito degli operai della grande industria paulista e carioca, ma anche delle grandi masse contadine del nordeste, e vede la partecipazione militante di sempre piú numerosi intellettuali (scrittori, docenti universitari, artisti, ecc.). Fra i suoi dirigenti si afferma la figura di Gregório Bezerra (1900-1983), leader dei contadini in Pernambuco, anch’egli eletto nel 1945 e, successivamente, varie volte arrestato, torturato ed esiliato. Bezerra, da una parte, e Prestes, dall’altra, rappresentano i poli della rappresentatività di un partito fortemente radicato nelle contraddizioni sociali ed economiche di un paese ancora abbarbicato alla sua eredità coloniale. Dal canto loro, l’identità del PCB è affidata all’ “immagine” che di esso riescono a costruire e a sdoganare i suoi numerosi e autorevoli intellettuali (2).

            Ma nel 1947 il PCB viene nuovamente costretto all’illegalità, ciò che ne approfondisce il radicamento sociale, da un lato (una funzione di riferimento politico, ma anche sindacale, nelle fabbriche e nei centri di produzione agricola e nelle universtà), e lo spinge a un sempre maggiore appiattimento all’esperienza del PCUS. Se i fatti ungheresi del 1956 non ne scalfiscono che marginalmente i livelli quantitativi, la condotta di Kruschev è la scintilla che porta alla rapida e sommaria eliminazione dei cosiddetti “stalinisti” dal partito, ormai sempre piú fortemente dominato dalla figura di Prestes. Nel 1960, il 5º Congresso del PCB afferma che “non esistono piú le condizioni per le trasformazioni sociali immediate” e definisce che il carattere della “rivoluzione brasiliana” sarebbe stato “nazionale e democratico”. Era ormai in pieno movimento il processo che avrebbe portato alla scissione del 1962 e alla formazione del “nuovo” Partido Comunista do Brasil (PcdoB), con la partecipazione dei dirigenti esclusi dagli organi dirigenti del PCB a partire dal 1956.

            La nuova formazione politica è numericamente “inferiore”, e portatrice di una “linea” distinta (3) ma, in ternmini di radicamento sociale, identità e funzione, non può che trovare il suo luogo negli interstizi del PCB. A macchia di leopardo, e in ragione della maggiore o minore rappresentatività di questo o di quel dirigente, i comunisti brasiliani si schierano con l’uno o con l’altro partito.

            Ma siamo alle soglie del golpe militare del 1964, e al tramonto della breve esperienza democratica del governo di João Goulart, appoggiato da entrambe le formazioni politiche: si sta per aprire la piú oscura delle pagine per i comunisti brasiliani. Di estrazione urbana o rurale, essi sono (in fondo per la prima volta, in maniera cosí dura e sistematica) perseguiti, arrestati, torturati, uccisi e o costretti all’esilio. Il momento storico, paradossalmente, è favorevole al rinnovamento teorico: sia il PCB che (in minor misura) il PcdoB trovano negli scritti gramsciani e nell’esperienza del Partito Comunista Italiano una fonte di riflessione che darà frutti a medio termine. Allo stesso tempo, un’estetica nacional-popular è la caratteristica piú marcante di una nuova generazione di uomini di teatro, arti, cinema, musica e letteratura: gli anni Sessanta, nelle grandi capitali brasiliane, vedono il fiorire di tendenze artistiche e intellettuali che ancora oggi ne caratterizzano l’originalità e la rilevanza. Gli anni Settanta, se possibile ancor piú bui del decennio precedente, confermano il rapporto preferenziale fra l’intellettualità urbana e i due partiti comunisti, mentre nelle fabbriche e nelle aree rurali si va lentamente affermando un sindacalismo fortemente legato ai settori progressisti della Chiesa cattolica, che riduce (benché senza conflitti aperti) il ruolo dei comunisti in queste realtà.

La breve e drammatica esperienza della guerriglia (1970-1972), di cui si rende protagonista il PcdoB, non rappresenta che un ennesimo episodio di sangue nei tentativi di rovesciamento del governo militare.

            Siamo ai “giorni nostri”: il lento ma sicuro processo di ritorno alla democrazia (1979-1985) è caratterizzato dalla comparsa di un nuovissimo soggetto politico, il Partido dos Trabalhadores (PT) fondato nel 1982 da Lula e altri sindacalisti nelle vaste fasce industriali e operaie della cintura urbana di São Paulo. Quasi immediatamente, i ceti intellettuali e artistici scorgono nel PT uno spazio alternativo per la loro attuazione “politica” e abbandonano progressivamente i due partiti comunisti, nel frattempo riportati (nel 1985) alla legalità istituzionale. Il tragitto che porta dal sindacalismo operaio al Pt è un colpo mortale alla rappresentatività dei comunisti nelle fabbriche. E nelle campagne, il ruolo della Chiesa cattolica e della Teologia della Liberazione non sembra offrire un destino piú promettente. Nelle università, solo il PcdoB mantiene le sue posizioni, ma ora soprattutto fra gli studenti piuttosto che nel corpo docente.

            Lo scioglimento del PCB e la craezione di un nuovo soggetto politico (il Partido Popular Socialista – PPS) nel 1992, la resistenza di una parte minuscola dei suoi dirigenti e militanti (fra cui il vecchio e famoso architetto Oscar Niemeyer), che riesce a mantenere il nome (ma non certo la struttura) del Partido Comunista Brasile iro, il sempre piú esile radicamento sociale del PcdoB segnano gli anni Novanta come il decennio del declinio dei comunisti in Brasile. Il Partito dei Lavoratori, in cui pure convergono molti ex dirigenti e militanti dei due partiti, si appropria degli orizzonti, delle aspettative e dell’esperienza di lotta di una pluralità di soggetti sociali cui i comunisti, nella loro travagliata (e qui troppo sintetizzata) vicenda storica non poterono o seppero dare risposte. La crescita elettorale del PT è direttamente proporzionale alle sconfitte del PPS e del PcdoB e all’impossibilità del PCB di strutturarsi anche solo per concorrere alle consultazioni. Le affermazioni di sindaci e governatori del PT costituiscono il preludio alla storica elezione di Lula a Presidente della Repubblica, nel 2002.

            Il PPS e il PcdoB entrano nella coalizione di governo da cui, però il primo partito esce quasi immediatamente. Cosí, oggi, paradossalmente, il “vecchio” partito filo-albanese è il principale alleato “di sinistra” nella composita e spesso contraddittoria compagine che permette a Lula di governare.

            Non è questa la sede per un bilancio di piú ampio respiro su una vicenda che, evidentemente, è assai piú complessa e sfaccettata di quanto sia stato possibile rassumere in queste pagine. Le prospettive dei comunisti brasiliani, del resto, sono anch’esse un ben magra eredità della loro storia: un dirigente del PcdoB, Aldo Rebello, è oggi il presidente della Camera dei Deputati, e il partito eleggerà quest’anno vari parlamentari e forse un governatore. Ma è nel contesto di una struttura politica e di una rappresentatività sociale del tutto incompatibili con la tradizione che, benché in maniera dolorosa, c’era stato un forte elemento di identità per circa settant’anni.


Note
1) Il regime economico brasiliano aveva la sua base nella schiavitù, abolita solo nel 1889 e alle soglie del XX secolo l’economia brasiliana era ancora prevalentemente agricola. La bibliografia in italiano su questi temi è scarsa, ma il lettore potrà utilmente consultare PRADO, Paulo. Ritratto del Brasile . Roma, Bulzoni, 1995; FREYRE, Gilberto. Padroni e schiavi. La formazione della famiglia brasiliana in regime di economia patriarcale. Torino: Einaudi, 1965; FREYRE, Gilberto. Case e catapecchie. la decadenza del patriarcato rurale brasiliano e lo sviluppo della famiglia urbana. Torino, Einaudi, 1949; HOLLANDA, Sérgio Buarque. Radici del Brasile , Firenze, Giunti, 2000.
2) Fra di essi, benché non tutti conosciutissimi in Itália, oltre a Jorge Amado, il poeta Oswald de Andrade, la pittrice Tarsila do Amaral, il compositore Heitor Villa-Lobos, gli scrittori Rachel de Queiroz, Graciliano Ramos e José Lins do Rêgo, fra gli altri.
3) L’impossibilità di richiamarsi al PCUS “destalinizzato” portò i dirigenti del PcdoB ad avvicinarsi alle esperienze del PC cinese e, soprattutto, del Partito del Lavoro albanese.

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