Skip to main content

Lo scontro tra marxismo e cattolicesimo in Italia ha segnato profondamente la storia del Novecento, e ha avuto un’evoluzione del tutto particolare con il progressivo, seppur sofferto, avvicinamento tra PCI e mondo cattolico. Il ruolo del Partito comunista nella Costituente repubblicana si rivelò da subito originale e ad esso seguirono le prime aperture ai cattolici e l’appello del 1954. Palmiro Togliatti intraprese un confronto con il movimento comunista internazionale anche per controbilanciare la competizione interna con la Democrazia Cristiana, e si pose alla guida del movimento pacifista degli anni ’50 e ’60 del secolo scorso, nel periodo del pontificato di Papa Giovanni XXIII. Iniziò così un lento cammino che avrebbe garantito all’Italia canali di dialogo e stabilità interna nonostante le tensioni della Guerra Fredda; almeno sino alla metà degli anni ’60 del Novecento, quando, con quello che può considerarsi il testamento politico di Togliatti , il «Memoriale di Yalta», l’uomo politico definisce la posizione del PCI rispetto alle questioni più urgenti di quel momento, disegnando una strategia politica di un livello mai più eguagliato nella storia successiva del più grande partito comunista dell’Occidente.

Le tradizioni politiche italiane

La storia italiana del XX secolo è attraversata dal contrasto tra l’ideologia marxista e la dottrina cattolica.

Nel secondo dopoguerra questo confronto raggiunge il culmine e la sua manifestazione politica nell’opposizione tra comunisti e democristiani.

E’ chiaro, però, che sul piano culturale il contrasto tra marxismo e cattolicesimo era inevitabile sin dal principio, anche se ciò si esprimerà sul piano politico solo nel Secondo dopoguerra.

Quella che intendo qui delineare non è, tuttavia, una storia di soli contrasti, ma la storia di un rapporto contraddittorio e complesso fatto sia di ostilità che di collaborazione.

Innanzitutto cattolici e comunisti condividono dal marzo 1944, con le altre forze politiche, la pesante responsabilità di ricostruire la democrazia italiana e le strutture materiali di un paese distrutto.

In qualche misura il successo del fascismo era stato anche il riflesso dell’immaturità politica di socialisti, liberali, comunisti e cattolici e, con la sanguinosa Lotta di Liberazione, le vari anime filosofico-politiche, furono costrette a collaborare.

Le più recenti acquisizioni storiche ci mostrano che gli scontri tra le diverse componenti ci furono, ma qui interessa rilevare che il grosso dei due più grandi filoni politici impegnati nella Liberazione non cedette mai alla tentazione, pur forte in certi momenti, di una guerra interna1.

La Lotta di Liberazione dette così l’impronta fondamentale all’assetto politico repubblicano e questa impostazione di fondo avrebbe sostanzialmente retto sino ai giorni nostri.

Con l’Assemblea Costituente – eletta il 2 giugno del 1946 – la collaborazione tra i principali partiti continua; e dà buoni frutti, perché con il concorso determinante di comunisti e cattolici democristiani si scrive la Costituzione, esempio quasi perfetto di equilibrio tra diverse tradizioni politiche.

Questo elevato grado di civiltà politica e collaborazione non impedisce il contrasto tra le due principali correnti del pensiero politico italiano e lo scontro tra di esse, pur evitato con saggezza nell’Assemblea Costituente, si svolge a seconda dei momenti nella normale dialettica parlamentare.

Tuttavia esso si rivelerà comunque condizionato dall’impronta con la quale il nuovo Stato italiano nasce, e forse anche da altri fattori storici e culturali, che danno alla vicenda dei rapporti tra comunisti e cattolici in Italia uno sviluppo assolutamente originale, diremmo unico.

Quello che qui mi sforzerò di delineare per punti sommari è una parte del percorso di avvicinamento tra PCI e mondo cattolico (solo molto più tardi si parlerà di avvicinamento tra i due partiti) che costituisce uno degli elementi propri della storia italiana dal Dopoguerra ad oggi.

La storia del PCI e poi la particolare situazione geopolitica dell’Italia spingono verso questo esito originale, il quale però si deve soprattutto alle capacità e all’intelligenza politica di Palmiro Togliatti , il Segretario più importante che il PCI abbia avuto, in carica ininterrottamente dal 1927 al 1964.

Si tratta di una vicenda che non vede un punto d’arrivo definito, un successo evidente; un processo che non arriverà mai ad un risultato politico netto, sia per i limiti dello stesso Togliatti , che per la complessità delle vicende in gioco.

Sta di fatto, però, che il fenomeno c’è, ed è tale da plasmare in buona parte la storia repubblicana.

Il clima alla Costituente

Il 25 marzo 1947 Alcide De Gasperi, Segretario della Democrazia Cristiana, e Palmiro Togliatti prendono la parola per esprimere ciascuno il punto di vista del loro partito e le motivazioni del voto sul futuro articolo 7 della Costituzione italiana, quello che tratta dei rapporti tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica.

Già questo evento, tra i tanti all’origine del nostro testo costituzionale, si rivela eccezionale rispetto alle previsioni più scontate.

De Gasperi sottolinea l’importanza e la necessità di inserire nell’articolo della Costituzione, oltre al riconoscimento della stato di separazione di poteri tra l’autorità ecclesiastica e quella statale, anche la citazione esplicita dei Patti del Laterano del 1929, sulla base dell’argomentazione che, pur esistendo nei Patti sicuramente disposizioni superate o inadatte ai tempi, il senso politico di essi era da accogliere senz’altro, sia per l’implicita pacificazione religiosa tra Stato e Chiesa sia per la legittimazione e il rafforzamento della giovane autorità dello Stato repubblicano che da tale accettazione sarebbe derivata; uno Stato che, in caso contrario, avrebbe mal investito la propria troppo recente reputazione e mostrato una ostilità assolutamente inadeguata alle proprie pretese di consenso e solidità.

Togliatti con il suo intervento successivo intende innanzitutto annunciare il voto positivo del PCI all’articolo 7, cosa di per sé sorprendente; presenta argomentazioni2 nelle quali si riflette appieno sia l’adesione ai principi di libertà religiosa, in questo chiaramente contrastanti con la teoria e la pratica dei Paesi socialisti del tempo3, sia il riconoscimento del peso dell’istituzione ecclesiastica in Italia e, ancor di più, dell’importanza del consenso e del sentimento di una grandissima maggioranza della popolazione che si identifica con i valori cristiani.

Snocciola tutti gli elementi di contrarietà e perplessità all’inserimento della citazione dei Patti nel testo costituzionale, sia per il fatto di essere stati firmati dallo Stato fascista, sia per il contrasto con alcune norme costituzionali (quelle sulle minoranze religiose, ignorate dai Patti); rispetto a tali punti denuncia il mancato raggiungimento di accordi parlamentari con larghe maggioranze; rimbrotta De Gasperi per affermazioni sul metodo di ricerca delle intese; contesta il mancato ruolo preminente del Governo verso ciò che egli definisce la vera controparte del dibattito parlamentare e cioè la Chiesa e non la Democrazia Cristiana; ma, sostanzialmente, chiama i suoi ad una adesione all’articolo 7, nel nome della pace religiosa e delle conquiste che con la fondazione della Repubblica le forze progressiste hanno realizzato rispetto al contesto clericale nel quale i Patti Lateranensi furono firmati.

Sorprendentemente Togliatti richiama i suoi, e Pietro Nenni, a non infrangere la pace religiosa tra cattolici e socialisti, riconfermata con la Resistenza, per non passare dalla parte del torto4 e, oltre a ciò, per non discreditare la reputazione delle autorità repubblicane e delle forze progressiste.

Ancora nel nome della pace religiosa Togliatti si richiama al senso di responsabilità delle forze progressiste e in particolare alla necessità di non introdurre spaccature all’interno delle classi lavoratrici, divise, egli non poteva ignorarlo, tra cattolici e social-comunisti.

Il voto favorevole del PCI all’articolo 7 della Costituzione è il primo grande episodio di scostamento di tale Partito rispetto all’ortodossia marxista.

Per quanto inattesa, tale decisione non era, però, in contrasto con molte delle posizioni politico-ideologiche che il PCI aveva preso dal 1944 e ancor più con il V Congresso fondativo del 1946; il Segretario comunista si richiama direttamente nel suo discorso per il voto dell’articolo 7 alle posizioni espresse nel 1946, quando egli stesso affermava che «Poiché l’organizzazione della Chiesa continuerà ad avere il proprio centro nel nostro Paese e poiché un conflitto con essa turberebbe la coscienza di molti cittadini, dobbiamo regolare con attenzione la nostra posizione nei confronti della Chiesa cattolica e del problema religioso. La nostra posizione è anche a questo proposito conseguentemente democratica. (…) vogliamo che nella Costituzione italiana vengano sancite le libertà di coscienza, di fede, di culto, di propaganda religiosa e di organizzazione religiosa. Consideriamo queste libertà come le libertà democratiche fondamentali, che devono essere restaurate e difese contro qualunque attentato da qualunque parte venga. (…) esistono altre questioni che interessano la Chiesa e sono state regolate coi Patti del Laterano. Per noi la soluzione data alla questione romana è qualcosa di definitivo, che ha chiuso e liquidato per sempre un problema. Al Trattato del Laterano è però indissolubilmente legato il Concordato. Questo è per noi uno strumento di carattere internazionale, oltre che nazionale, e comprendiamo benissimo che non potrebbe essere riveduto se non per intesa bilaterale, salvo violazioni che portino l’una parte o l’altra a denunciarlo. Questa nostra posizione è chiara e netta. Essa toglie ogni possibilità di equivoco e impedisce che fondandosi sopra un equivoco si possano avvelenare o intorbidare i rapporti fra le forze più avanzate della democrazia, che seguono il nostro partito e la Chiesa cattolica».

Certo, questa linea di apertura al mondo cattolico, riflesso della consapevolezza del particolare ruolo che il PCI avrebbe svolto in un paese quasi integralmente cattolico e collocato nel blocco occidentale, non era priva di limiti e problemi; essa si inscriveva, lo abbiamo detto, in un percorso già iniziato per certi aspetti5 già con la Svolta di Salerno del 1944, che aveva ripreso e rilanciato l’idea della «democrazia progressiva» originariamente concepita nel 1935 al VII Congresso dell’Internazionale Comunista, e si era concretizzata dal ‘47 con l’adozione della politica della «via italiana al socialismo»6; tale linea risentiva però di notevoli ambiguità, in parte risolte tra il 1950 e il 1956, ma in parte rivelatesi irriducibili fino agli anni ’70 e oltre.

Il PCI si integra nel sistema parlamentare

Al V Congresso del 1946 Togliatti individua la Costituzione e la rappresentanza parlamentare come vittorie verso la realizzazione del socialismo, punta ad includere il PCI dentro il sistema democratico-parlamentare, ma al tempo stesso non esclude la validità storica dell’approccio rivoluzionario, cioè violento; ciò nel caso in cui il comportamento delle forze al potere, o, secondo il PCI, delle «classi reazionarie », in Italia ne avesse giustificato la necessità. Si crea quindi una doppiezza tra l’indubbia appartenenza del PCI all’arco costituzionale e le velleità rivoluzionarie non smentite. Questa doppiezza, sebbene il tema dell’azione rivoluzionaria e dell’uso della forza sarà superato7 all’VIII Congresso del 1956, e poi definitivamente al IX, si ripresenterà sotto altre forme e sarà alla base della crisi di identità che lacererà il PCI nei rapporti col resto del movimento comunista internazionale8.

Le posizioni che Togliatti prende nei primi anni di vita repubblicana entrano sempre più in contrasto con l’ideologia comunista, oltre che con le tesi ufficiali del movimento comunista, guidato dall’URSS; si presentava, tra gli altri, il problema di come conciliare l’apertura del PCI ad alleanze più larghe con la tradizionale funzione dei partiti comunisti di esclusiva rappresentanza della classe operaia9.

Questa inevitabile contraddizione, insieme a quelle legate alla visione dei rapporti tra i partiti comunisti, minerà la stabilità dei rapporti tra PCI e movimento comunista internazionale, limitando anche la portata delle sue aperture ai cattolici10; i limiti alle possibilità di manovra sul piano ideologico impediranno infatti al PCI un contraddittorio diretto e più disinvolto con i rappresentanti politici dei cattolici, costringendolo ad un appello diretto «alle masse cattoliche» allo scopo di non fare emergere la contraddizione di un partito comunista che getta apertamente ponti verso le forze di centro11.

Coerentemente con le aperture ai ceti medi e ai cattolici, infatti, Togliatti cerca di tracciare una linea di differenziazione dalla politica del blocco sovietico; entro tale disegno adotta e rielabora la politica della coesistenza pacifica di Nikita Krusciov (affiancandola alla politica della «via italiana al socialismo» e, più tardi, al «policentrismo» nei rapporti tra i partiti comunisti), con l’obiettivo di sostenere sia il superamento dei blocchi militari (NATO e Patto di Varsavia) che la lotta pacifista contro la guerra nucleare.

Di fronte a questa sfida, che egli individua come epocale, Togliatti rivolge un illuminato appello ai cattolici, ma questa strategia acuisce al contempo le distanze col movimento comunista internazionale e quindi, nel medio termine, la crisi di identità del PCI12.

Il primo appello ai cattolici

Nell’aprile del 195413, in occasione di una riunione di comitato centrale del PCI, Togliattilancia un appello ai cattolici in merito alla necessità di fare fronte comune contro i pericoli di una guerra nucleare; egli fonde e porta a sintesi il piano internazionale con quello interno, già di per sé legati in un periodo di piena guerra fredda.

Togliatti afferma infatti che «alle volte intrecciato (…) [o] contrapposto con il mondo comunista, vi è il mondo delle masse cattoliche… E’ possibile trovare la via di un contatto non solo occasionale (…) ma di un incontro più profondo, da cui possa uscire un decisivo contributo alla creazione di questo movimento per la difesa della nostra civiltà, per impedire che il mondo civile venga spinto sulla strada della distruzione totale?… Taccia colui che già si dispone a gridare che qui si tratta delle solite lusinghe. No, qui si tratta di salvare dalla distruzione l’umanità e la civiltà… Noi non chiediamo al mondo cattolico di cessare di essere mondo cattolico. Noi avanziamo quella dottrina (…) della possibilità di convivenza e di pacifico sviluppo (…). Tendiamo cioè alla comprensione reciproca, tale soprattutto che permetta di scorgere che esiste oggi un compito di salvezza della civiltà, nel quale il mondo comunista e il mondo cattolico possono avere gli stessi obiettivi e collaborare per raggiungerli».

Partendo quindi dalla dottrina della Coesistenza Pacifica di Krusciov egli, diversamente da tutti gli altri partiti comunisti, anche occidentali, mette il PCI alla guida dell’allora crescente Movimento per la pace14 sulla base dell’assunto che la guerra atomica cambia essenzialmente la natura della guerra ed è contraria agli interessi del socialismo, in quanto sconvolge la tradizionale separazione tra fronte nazionale e internazionale nella lotta tra capitale e classi sfruttate, cancellando ogni traccia di civiltà e costituendo, quindi, qualcosa di profondamente diverso rispetto alla tradizionale guerra utile alla risoluzione dei singoli conflitti o alla difesa delle classi subalterne. In questo modo Togliatti non rifiuta la lotta di classe, anche violenta se necessario, né le azioni rivoluzionarie, né tantomeno gli interventi armati locali delle potenze socialiste15, ma esclude categoricamente la guerra atomica, predicando, nell’interesse del socialismo e della civiltà, il disarmo totale e la pace tra i due blocchi.

Questa posizione, conosciuta come il rifiuto di Togliatti della dottrina sovietica della «guerra giusta», si raccordava efficacemente con l’idea del superamento dei blocchi in Europa, che, se realizzato, sarebbe stato utile sia a rapporti più sereni del PCI con il mondo sovietico che, soprattutto, alla fine della pregiudiziale anticomunista sul fronte interno ed a una vera apertura dei ceti medio-bassi cattolici verso il PCI. In questo modo Togliatti immaginava un graduale superamento dell’isolamento del PCI e forse anche una prospettiva di crescita elettorale, mentre sarebbe azzardato ritenere che il Segretario comunista immaginasse una immediata collaborazione sul fronte governativo16.

Come si vede dal testo dell’intervento del 1954, il Togliatti è ben conscio dei sospetti di strumentalismo verso le posizioni del PCI, riflesso, appunto, di quella pregiudiziale anticomunista che aveva, però, anche fondamento nell’evidente interesse dell’URSS alla pace per temporeggiare, in attesa di avere una propria bomba atomica17, almeno tra il 1950 e il 1953. Accusa che appare, però, in buona parte ingiustificata nel 1954, quando i sovietici sono più vicini all’equilibrio delle forze atomiche e, secondo molti autori18, dal momento che l’adesione del PCI al pacifismo assumerà da qui in poi uno sviluppo autonomo e anche contrapposto rispetto alle posizioni sovietiche e cinesi, che non escluderanno mai la possibilità di uno scontro nucleare.

In effetti le posizioni puramente pacifiste di Togliatti costituivano una contraddizione rispetto alla tradizionale teoria dello scontro tra le classi che spiegava le guerre come mezzi di espansione dell’imperialismo capitalista ai danni dei paesi subalterni, e ciò, come vedremo nel Memoriale di Yalta del 1964, avrebbe posto appunto il PCI in ulteriore rotta di collisione con le posizioni sovietico-cinesi degli anni a seguire19.

Allo stesso modo Togliatti si allontanava dalla tradizionale impostazione marxista, quando riprendeva le aperture di Krusciov al XX Congresso del PCUS e lanciava ufficialmente la strategia della «via italiana al socialismo» e del sostegno delle riforme di struttura, cioè delle grandi riforme del sistema economico e di produzione delle quali negli anni del Centro-sinistra si sarebbe parlato. Il Segretario comunista intendeva includerle in un percorso che, attraverso le istituzioni rappresentative e l’intervento dello Stato con le nazionalizzazioni, avviasse tali riforme, viste non ancora come elementi di economia socialista, ma come precondizioni per una graduale trasformazione dell’economia capitalistica italiana in senso socialista20; specialmente dopo il grave contraccolpo21 dell’invasione sovietica dell’Ungheria nel 1956, Togliatti cerca di superare l’assioma comunista della non riformabilità del capitalismo, che, secondo le tradizionali teorie, si poteva solo abbattere e solo con la forza. In un mondo ormai costituito per metà da Paesi socialisti, egli sostiene, si può parlare di forme di affermazione del socialismo diverse da quella sovietica e cioè di caratteri e forme di produzione socialista che nascano entro la società capitalistica per svilupparsi e prenderne il sopravvento attraverso le riforme economiche e la mobilitazione politica, ma senza il necessario uso della violenza.

Il contrasto crescente con le posizioni e gli interessi del blocco sovietico e della Cina vengono però in questo periodo messi da parte e in una certa misura riesploderanno con il Memoriale di Yalta, prima di più decisivi e radicali strappi negli anni ’70.

Il discorso alla Conferenza di Bergamo (1963)

Il passo successivo nella strada del dialogo tra il PCI e i cattolici può essere individuato nel famoso discorso che il Segretario comunista tiene alla Conferenza di Bergamo nel 1963,ribattezzato poi «Il destino dell’Uomo»22.

In questa occasione Togliatti riprende il tema della collaborazione tra comunisti e cattolici contro la guerra atomica, per la coesistenza pacifica e contro l’ingiustizia del capitalismo; egli parla di «incontro tra comunisti e cattolici, ma non nell’immediato, bensì davanti a una prospettiva più lunga… [e non] sulla base di una (…) forma di compromesso tra le due ideologie»23.

Affronta i temi della fede e della religione in maniera aperta e nettamente diversa dalla tradizione ateistica: «Noi crediamo che l’uomo deve diventare padrone della natura, il che è compito biblico, indicato all’uomo da Dio stesso, nella «Genesi» (…) Si può quindi dire che la nostra è, se si vuole, una completa religione dell’uomo. (…) per quanto riguarda (…) la coscienza religiosa, noi non accettiamo più la concezione, ingenua ed errata, che basterebbe la estensione delle conoscenze e il mutamento delle strutture sociali a determinare modificazioni radicali. Questa concezione (…) non ha retto alla prova della storia»24.

Togliatti apre al fenomeno religioso, contrappone tale apertura all’anticomunismo, e traccia un quadro dell’identità religiosa come di qualcosa da non identificare meccanicamente col mondo occidentale e non ridurre nello schematismo bipolare della guerra fredda; riprende gli appelli di esponenti ecclesiastici25 volti al superamento dei vecchi steccati storici tra non credenti e credenti, individua la democrazia e la sua continua espansione come il terreno comune di confronto con i cattolici, indicando punti di partenza condivisi: «[nel mondo moderno] L’uniformità delle tecniche (…) progressivamente invade (…) le (…) coscienze [degli uomini], li avvilisce, li rende estranei a sé stessi, limita e sopprime la loro iniziativa, la loro libertà di scelta e di sviluppo. Il credente, nel constatare questa situazione, dice che è la sfera del sacro che progressivamente e sempre più si restringe. Noi diciamo che è la persona dell’uomo che viene mutilata e compressa e opponiamo a questa (…) la prospettiva di una avanzata verso la società socialista. (…) Il mondo cattolico non può essere insensibile alle nuove dimensioni che sta prendendo il mondo, per quanto riguarda i rapporti tra gli Stati, la direzione delle attività economiche, l’affermazione e conquista di nuove forme di vita democratica (…). Non è vero che una coscienza religiosa faccia ostacolo alla comprensione di questi compiti (…). Al contrario. Abbiamo affermato e insistiamo nell’affermare che «l’aspirazione a una società socialista non solo può farsi strada in uomini che hanno una fede religiosa, ma che tale aspirazione può trovare uno stimolo nella coscienza religiosa stessa, posta di fronte ai drammatici problemi del mondo contemporaneo»26.

Il distacco dalle teorie del mondo socialista non poteva quindi essere più grande nel momento in cui la base per una collaborazione politica tra due partiti era individuata nelle sensibilità e negli obiettivi comuni e non più nell’appartenenza di classe27.

Il «Memoriale di Yalta»

Tutti questi temi, così come tutti gli altri toccati da Togliatti nel periodo osservato, giungono ad ulteriore maturazione al momento della scrittura di quello che si chiamerà il «Memoriale di Yalta».

Il «Memoriale», in realtà intitolato dall’autore «Promemoria sulle questioni del movimento operaio internazionale e della sua unità», è l’occasione per il Segretario comunista per fare il punto sulla posizione del PCI rispetto all’URSS e nell’ambito del movimento comunista sui temi più importanti sul piano internazionale.

Abbiamo accennato a come in effetti tutte le questioni sollevate dal PCI in tema di politica interna e di rapporti con i partiti comunisti degli altri Paesi ponessero di fatto il partito italiano alla testa di un movimento per l’autonomia dei partiti comunisti da Mosca e per la definizione di una strategia più specificamente europea, adatta allo sviluppo dei Paesi capitalisti.

Nell’agosto 1964, quando Togliatti si reca in Crimea, tutte queste questioni necessitano ormai di un chiarimento con i sovietici, specialmente nel clima di forte scontro e di prevedibile rottura che vede contrapposti il Partito Comunista sovietico e quello cinese e di conseguenza tutti i partiti ad essi rispettivamente legati.

Quindi si fondono e si condizionano reciprocamente, nel particolare clima politico di quell’estate, una miriade di questioni, sia internazionali, sia interne al movimento comunista, sia interne alla posizione del PCI nella politica italiana28.

Innanzitutto la convocazione recente da parte dei sovietici di una riunione preparatoria di una prossima Conferenza dei Partiti Comunisti sul problema cinese scatena le preoccupazioni di Togliatti e mette in difficoltà il PCI; per svariate ragioni, Togliatti era piuttosto riluttante, in quel frangente politico, a recarsi in URSS per discutere le questioni aperte con il Partito Comunista dell’Unione Sovietica (PCUS), ma svariate componenti del PCI, così come i sovietici stessi, sollecitavano invece un chiarimento, questi ultimi anche allo scopo di spingere gli italiani a schierarsi apertamente contro i cinesi.

Il Memoriale che Togliatti scrive in Crimea è dunque indirizzato a Krusciov e ai dirigenti sovietici.

Accettata l’idea di andare in URSS, Togliatti cerca di raggiungere al tempo stesso un compromesso col PCUS accettando la convocazione della riunione preparatoria della Conferenza, ma cercando anche di ribadire le forti critiche sulla successiva Conferenza. Coglie inoltre l’occasione per rilanciare la visione del PCI sulla strategia del movimento comunista internazionale.

Il Memoriale si articola in varie questioni dalle quali traspare il tentativo di Togliatti di ricavarsi uno spazio autonomo dai sovietici all’interno del movimento comunista internazionale, senza però arrivare alla rottura con l’URSS29.

Esse sono per noi l’occasione di valutare la portata dell’innovazione di Togliatti rispetto all’ortodossia tradizionale e quindi il riflesso di tali affermazioni anche sulla posizione del PCI nella politica italiana.

Nel paragrafo «Sul modo migliore di combattere le posizioni cinesi» è ribadita l’adesione sincera alle tesi sovietiche, ma si critica apertamente30 il metodo seguito dal PCUS e dal movimento per affermarle.

Togliatti non manca di esporre ai sovietici i problemi che gli errori fatti provocano al PCI anche in Italia, sul piano interno: «Ritengo interessante in proposito la nostra esperienza di partito. Abbiamo nel partito, e ai suoi margini, qualche gruppetto di compagni e simpatizzanti che inclinano verso le posizioni cinesi e le difendono. Qualche membro del partito ha dovuto essere cacciato dalle nostre file perché responsabile di atti di frazionismo e di indisciplina. In generale però noi conduciamo su tutti i temi della polemica con i cinesi ampie discussioni nelle assemblee di cellula e di sezione, e negli attivi cittadini.(…) Ciò che preoccupa le masse e anche (almeno nel nostro paese) una parte non indifferente di comunisti è il fatto in sé del contrasto così acuto tra due paesi che sono diventati entrambi socialisti attraverso la vittoria di due grandi rivoluzioni. Questo fatto pone in discussione i principi stessi del socialismo e noi dobbiamo fare un grande sforzo per spiegare quali sono le condizioni storiche, politiche, di partito e personali che hanno contribuito a creare l’odierno contrasto e conflitto. Si aggiunga a questo che in Italia esistono ampie zone abitate da contadini poveri, tra i quali la rivoluzione cinese era diventata assai popolare come rivoluzione contadina. Ciò obbliga il partito a discutere delle posizioni cinesi, criticarle e respingerle anche nei pubblici comizi. Agli albanesi, invece, nessuno fa attenzione, anche se abbiamo, nel Mezzogiorno, alcuni gruppi etnici di lingua albanese».

quantità di questi tentativi diventi qualità, cioè vera, generale e consolidata scissione».

In un passaggio successivo troviamo una analisi della situazione politico-sociale dell’Europa occidentale, per la quale Togliatti invoca una nuova offensiva politica dei partiti comunisti e dei sindacati, a condizione che «i sindacati sappiano muoversi con decisione e con intelligenza, collegando anch’essi le loro rivendicazioni immediate alla richiesta di riforme economiche e di un piano di sviluppo economico che corrisponda agli interessi dei lavoratori e», elemento nuovo per un partito comunista, «del ceto medio»31. Ritorna qui la politica di apertura non classista degli ultimi anni; nello stesso senso afferma che: «Del tutto assente è anche stata, finora, la nostra iniziativa verso le altre organizzazioni sindacali internazionali [quelle non comuniste, n.d.r.]. Ed è un serio errore, perché in queste organizzazioni già vi è chi critica e tenta di opporsi alle proposte e alla politica dei grandi monopoli».

Poi Togliatti prosegue con una innovativa analisi del mondo cattolico e quindi della società e del mondo intellettuale, proponendo anche schemi d’azione profondamente nuovi:

«Nel mondo cattolico organizzato e nelle masse cattoliche vi è stato uno spostamento evidente a sinistra al tempo di papa Giovanni. Ora vi è, al centro, un riflusso a destra. Permangono però, alla base, le condizioni e la spinta per uno spostamento a sinistra, che noi dobbiamo comprendere e aiutareA questo scopo non ci serve a niente la vecchia propaganda ateistica. Lo stesso problema della coscienza religiosa, del suo contenuto, delle sue radici tra le masse, e del modo di superarla, deve essere posto in modo diverso che nel passato, se vogliamo avere accesso alle masse cattoliche ed essere compresi da loroSe no avviene che la nostra «mano tesa ai cattolici» viene intesa come un puro espediente e quasi come una ipocrisia.

Anche nel mondo della cultura (…) oggi le porte sono largamente aperte alla penetrazione comunista. Nel mondo capitalistico si creano infatti condizioni tali che tendono a distruggere la libertà della vita intellettuale. Dobbiamo diventare noi i campioni della libertà della vita intellettuale, della libera creazione artistica e del progresso scientifico. Ciò richiede che noi non contrapponiamo in modo astratto le nostre concezioni alle tendenze e correnti di diversa natura, ma apriamo un dialogo con queste correnti e attraverso di esso ci sforziamo di approfondire i temi della cultura, quali essi oggi si presentano. Non tutti coloro che, nei diversi campi della cultura, nella filosofia, nelle scienze storiche e sociali, sono oggi lontani da noi, sono nostri nemici o agenti del nostro nemicoÈ la comprensione reciproca, conquistata con un continuo dibattito, che ci dà autorità e prestigio, e nello stesso tempo ci consente di smascherare i veri nemici, i falsi pensatori, i ciarlatani dell’espressione artistica e così via. In questo campo molto aiuto ci potrebbe venire, ma non sempre è venuto, dai paesi dove già dirigiamo tutta la vita sociale».

A parte l’ultima frase, dove Togliatti , forse per evitare troppo scarto dall’ortodossia, richiama ancora le tradizionali categorie dei «nemici, i falsi pensatori, i ciarlatani dell’espressione artistica»32, il resto della considerazione sui cattolici, la società, la cultura, è un ulteriore avvicinamento ai cattolici e ai settori non comunisti della società; si trattava, credo, di una autentica apertura al dialogo e allo scambio reciproco, non solo per promuovere l’avvicinamento dei cattolici, ma soprattutto per favorire una progressiva integrazione dei comunisti nella società moderna e per sconfiggere i presupposti non infondati della ostilità e diffidenza da sempre loro riservata da parte di tutte le altre formazioni sociali. Si vede inoltre come il Segretario comunista cerchi di superare la tradizionale visione dell’accerchiamento e del sospetto. Egli, conclude, infine, con un appello alla collaborazione, in tal senso, dei Paesi socialisti dell’Europa orientale, ulteriore stimolo, o forse provocazione, contro l’immobilismo del movimento comunista internazionale.

In maniera apparentemente defilata, Togliatti conclude il Memoriale con un richiamo specifico alla situazione italiana («Sulla situazione italiana»), che rinvia però ad un colloquio diretto con i capi sovietici: «Molte cose dovrei aggiungere per informare esattamente sulla situazione del nostro paese. (…) Meglio riservare a spiegazioni e informazioni verbali le cose puramente italiane».

In effetti la decisione di trattare le questioni italiane a voce è in qualche modo simbolica, dal momento che la situazione italiana è l’aspetto più delicato, e più difficile, da spiegare ai sovietici (i quali, Togliatti lo sapeva, difficilmente ne avrebbero colto appieno il senso). Delicato perché ormai la politica togliatti ana di apertura ai cattolici era stata ripetutamente criticata dal PCUS33 che non voleva iniziative non coerenti con la logica dei due blocchi; e difficile, appunto, per la superficialità e la supponenza con cui i sovietici sempre più trattavano le vicende dei partiti comunisti dei Paesi occidentali.

Il mondo cattolico, per parte sua, ha reagito al movimento di Togliatti verso di esso con un avvicinamento della base e dei movimenti laici di ispirazione cattolica, ma le reazioni degli ambienti istituzionali sono state ora aperte, ora prudenti; Papa Giovanni XXIII ha indubbiamente aperto un dialogo senza preclusioni anche verso i comunisti, nel nome della comune battaglia per la pace del mondo, e ha dimostrato apertura alle nuove sfide del tempo soprattutto con le grandi innovazioni del Concilio Vaticano II; altri settori hanno invece ritenuto nello specifico il tentativo togliatti ano come quell’espediente tattico che proprio Togliatti non voleva che fosse nel «Memoriale»; essi hanno rigettato quella che si chiamava allora «la mano tesa» verso i cattolici; è il caso della netta condanna dell’atteggiamento del PCI, proprio all’indomani del «Memoriale», nell’articolo della Rivista gesuita «La Civiltà cattolica» del 3 ottobre 1964 e dal titolo «La mano tesa di Togliatti e i cattolici». Nel complesso però molte parti del movimento cattolico di base si sono avvicinate al PCI negli anni ’70 del secolo scorso, rendendo la componente cattolica nel partito sempre più numerosa e modificando in una certa misura i connotati culturali di esso; il fenomeno, forse spregiativamente definito «Catto-comunismo», ha costituito un passaggio importante nel formarsi di quella coscienza democratica e progressista che oggi, sicuramente con più ampia ispirazione, si cerca di rilanciare con il Partito democratico.


Note

1) Onofri, Nazario Sauro, Il triangolo rosso, 1943-1947 : la verita sul dopoguerra in Emilia-Romagna attraverso i documenti d’archivio, Roma : Sapere 2000, 1994,; Nazario Sauro Onofri; il triangolo rosso : la guerra di liberazione e la sconfitta del fascismo, 1943-1947, Sapere 2000, 2007

2) V congresso PCI, 1946.

3) Nello stesso discorso Togliatti non perde l’occasione di giustificare il comportamento dei bolscevichi verso la Chiesa ortodossa, rifacendosi al particolare legame di quella chiesa con il regime zarista.

4) per non aprire le ostilità per primi in un contesto di pace religiosa in cui la sinistra, rispetto ai tempi del Concordato, ha conquistato enormi vittorie. Discorso di Togliatti alla Costituente, 25 marzo, 1947.

5) Sassoon, Togliatti e la via italiana al socialismo, il PCI dal 1944 al 1964, Einaudi, Torino, 1980; pp. 162-212; sul punto però C. Spagnolo, op. cit., ci va più cauto a p. 157-8-9, dove distingue tra via italiana del ‘47 e quella del ‘56.

6) Che Stalin aveva approvato nel 1935 al momento dello scioglimento del Comintern per formare una intesa anti-tedesca con i paesi capitalisti) e nel 1944 in occasione del “Patto di Salerno” o “Svolta di Salerno”, quando Togliatti accettò, anche al di là degli intenti degli altri partiti antifascisti, l’accordo con la Corona e il governo Badoglio.

7) C. Spagnolo, Sul Memoriale di Yalta, Fondazione Istituto Gramsci, Carocci, Roma, 2007, p. 147 e 155.

8) P. Di Loreto, “Alle origini della Crisi del PCI: Togliatti e il legame di ferro”, Euroma, Roma, 1988, pag. 128 e ss.

9) C. Spagnolo, op. cit., pag. 154-155.

10) C. Spagnolo, op. cit., p. 154.

11) C. Spagnolo, op. cit., p. 154.

12) C. Spagnolo, op. cit., pp. 162 e 228.

13) P. Togliatti , “Per un accordo tra comunisti e cattolici per salvare la civiltà umana”, Rapporto al CC, 12 aprile 1954, Opere, Vol. V, Roma 1984, p. 832-846.

14) Joliot-Curie, 1950, p. 126 e 146 C. Spagnolo, op. cit.

15) Qui il riferimento ai fatti di Ungheria è chiaro. Si veda C. Spagnolo, op. cit., pp. 165-69.

16) C. Spagnolo, op. cit., p. 126.

17) Roy e Žhores Medvedev, Stalin sconosciuto, Feltrinelli, Milano 2006.

18) C. Spagnolo, op. cit., pag. 126.

19) C. Spagnolo, op. cit., p. 146; G. Vacca, Saggio su Togliatti e la tradizione comunista, De Donato, Bari 1974, pp. 360 e ss.

20) C. Spagnolo, op. cit. pagg. 148-149; qui l’autore introduce la definizione di “variante socialdemocratica del bolscevismo”, credo molto appropriata; in effetti Togliatti intendeva posizionarsi tra il riformismo socialdemocratico e la via rivoluzionaria, senza aderire a nessuno dei due modelli e cercando di raggiungere i loro stessi obiettivi.

21) Vedi nota 15.

22) Nello stesso periodo e sugli stessi argomenti era in gestazione l’enciclica di Giovanni XXIII “Pacem in Terris” (11 aprile 1963).

23) P. Togliatti , “Il destino dell’Uomo – Comunisti e cattolici di fronte ai problemi dell’epoca moderna”, discorso tenuto a Bergamo il 20-3-1963, PCI, Comitato Regionale Lombardo del PCI (a cura di), Milano, 1964 (?), pag. 3.

24) P. Togliatti , op. cit., discorso tenuto a Bergamo il 20-3-1963, PCI, Comitato Regionale Lombardo del PCI (a cura di), Milano, 1964 (?), pag. 4.

25) Togliatti fa riferimento nel suo discorso all’intervento del Cardinale Feltin, di poco precedente.

26) P. Togliatti , op. cit., discorso tenuto a Bergamo il 20-3-1963, PCI, Comitato Regionale Lombardo del PCI (a cura di), Milano, 1964 (?), pag. 4 e ss.

27) C. Spagnolo, op. cit., p. 249.

28) C. Spagnolo, op. cit., p.63 e 88; rapporto di P. Ingrao al CC del PCI, 24-26 giugno 1964.

29) C. Spagnolo, op. cit., p. 63.

30) C. Spagnolo, op. cit., p. 54.

31) ceto medio e emilia rossa—ITALEU.

32) Espressione identica a quella usata da Krusciov nello stesso periodo davanti ai quadri di un pittore sovietico innovatore, evidentemente troppo innovatore anche per Krusciov; vale la pena di riferire che il medesimo pittore e la sua famiglia, allontanati dalla vita artistica dell’URSS per anni, hanno poi deciso, forse per la somiglianza tra la loro vicenda e quella di Krusciov, di realizzare e donare alla famiglia Krusciov il busto di bronzo del Segretario sovietico per la tomba dello stesso, al momento della sua scomparsa.

33) Principalmente con interventi dell’ideologo del PCUS Suslov e di articoli sulla “Pravda”.

© Sintesi Dialettica – riproduzione riservata

Send this to a friend