Nel 1979 l’Armata Rossa invase l’Afghanistan, dando il via ad un’occupazione militare destinata a durare quasi dieci anni. Il vuoto di potere determinatosi al momento del ritiro delle truppe sovietiche fece riesplodere i conflitti etnici latenti, generando un clima instabile e conflittuale che favorì l’ascesa del movimento talebano alla guida del paese.

Il territorio afghano, contrariamente a quanto potrebbe suggerire la sua posizione geografica e la scarsezza di risorse del suo territorio, è stato fin dal XIX secolo al centro di una complessa trama politico-diplomatico-militare, comunemente definita “Il Grande Gioco”.

La Gran Bretagna, a protezione della frontiera nord-occidentale della ricca colonia indiana, e la Russia, per stabilizzare lungo i confini l’annessione dei territori centro-asiatici e come base per un’invasione da nord dei territori britannici, progetto mai realizzatosi, si contesero senza successo l’aspro territorio afghano nel XIX secolo, il quale nel 1919 prese il nome ufficiale di Regno d’Afghanistan (1).

Bisogna aspettare la fine degli anni settanta perchè lo scenario centroasiatico ritorni al centro degli interessi geopolitici delle più grandi potenze mondiali.

Tra il gennaio e il marzo del 1979 lo scià di Persia, Mohammad Reza Paalavi, fu rovesciato da rivoluzionari islamici, che, sotto la guida dell’ayatollah Khomeini proclamarono il 30 marzo la nascita della Repubblica Islamica dell’Iran.

Tale cambiamento nella politica interna della Persia non fu importante solo per gli effetti che avrebbe avuto a posteriori e che oggi sono ben noti, ma fu un punto di svolta della geopolitica regionale di quegli anni.

Gli Stati Uniti persero con la caduta dello scià uno dei più preziosi alleati nel settore centro asiatico. I timidi tentativi di stabilire un rapporto di collaborazione con il nuovo regime terminarono con il rapimento da parte di alcuni estremisti islamici di più di cinquanta dipendenti dell’ambasciata Usa a Teheran, aprendo una crisi iniziata il 4 novembre del 1979e conclusasi solo il 19 gennaio di due anni dopo (2).

La Rivoluzione islamica iraniana segnò la fine dello status quo dell’area. Washington mostrò tutta la propria preoccupazione attraverso i duri attacchi verbali del presidente James Carter che, se non ebbero mai sviluppi concreti (3), contribuirono a destare viva preoccupazione a Mosca, la quale vedeva come del tutto plausibile, se non probabile, un’azione militare statunitense in un paese confinante (4).

Il cambiamento di regime in Afghanistan si inserì così in un più generale mutamento repentino del quadro geopolitico regionale.

Il 27 aprile del 1978 un colpo di stato depose il regime autarchico di Mohammed Daud, che a sua volta sei anni prima si era sostituito alla trentennale monarchia di Zahir Shah, insediando al governo come primo ministro il leader del Partito del Popolo Afghano (PDPA), di ispirazione marxista, Muhammad Taraki, e mutando il nome del paese da Repubblica Presidenziale dell’Afghanistan in Repubblica Democratica dell’Afghanistan (5).

Molti elementi contribuirono subito all’instabilità del nuovo regime. Il paese, nel quale fortissima risultava la tradizione religiosa ed una struttura sociale costruita sul sistema tribale e di parentela alle quali si era restii a rinunciare, mal tollerò i tentativi di laicizzazione e di riforma agraria e del sistema delle doti portata avanti dal governo (6). Inoltre il PDPA era dilaniato da una guerra intestina, di stampo personalistico più che ideologico, tra la fazione del Khalq, della quale era esponente di spicco Nur M. Taraki, e quella del Parcham, il cui leader, Babrak Karmal, fu confinato ben presto nel dorato esilio dell’ambasciata afghana in Cecoslovacchia (7).

Se non è facile stabilire quale fu il ruolo dell’Unione Sovietica nel colpo di stato (8), di sicuro la necessità di tutelare un governo amico, la paura che la rivoluzione islamica, la cui impermeabilità e inutilità in funzione antiamericana era appena stata scoperta nel caso iraniano, e la grave litigiosità interna alla fazione del Khalq, che portò alla deposizione e all’uccisione di Taraki, sostituito dal radicale Hafizullah Amin nel settembre del 1979 , furono elementi che indussero Leonid Breznev e il Poljtburo del Partito comunista sovietico ad invadere militarmente l’Afghanistan il 27 dicembre del 1979 , sostituendo il poco affidabile Amin con Karmal, fedele alle direttive di Mosca (9).

L’invasione sovietica del paese si concluse dopo quasi dieci anni, nel febbraio del 1989, e costò all’Armata Rossa quasi 15.000 morti e oltre 50.000 feriti.

La reazione degli Stati Uniti non si fece attendere, e durissime furono le accuse rivolte dalla Casa Bianca al Cremlino, ma non condussero a nessun mutamento concreto della situazione, nonostante gesti clamorosi quali il boicottaggio delle Olimpiadi di Mosca nell’estate del 1980.

L’amministrazione Carter, già in difficoltà in Iran, da un lato non poteva esimersi da una durissima presa di posizione verbale nei confronti di quello che rimase l’unico sconfinamento delle truppe sovietiche al di fuori dei paesi del Patto di Varsavia, dall’altro non poteva permettersi ulteriori passi falsi. La linea, estremamente prudenziale, che venne adottata, fu quella di appoggiarsi ai servizi segreti dei più solidi alleati dell’area, quelli sauditi, e all’Isi, Inter-Services Intelligence, pakistano, che da quel momento in poi iniziò ad assumere sempre più importanza nel determinare gli equilibri interni del paese confinante, nel tentativo di sostenere l’opposizione afghana all’invasione.

Ma fu a partire dal 1982, sotto il primo mandato di presidenza del repubblicano Donald Reagan, che la Cia iniziò ad avviare un vero e proprio piano volto al finanziamento sistematico degli oppositori del regime di Karmal (10).

Emergendo dal tessuto sociale afghano, di stampo tradizionalista e rurale, l’opposizione al governo fantoccio imposto con le armi dai sovietici si saldò intorno all’elemento religioso quale collante ideologico e culturale adatto a convogliare organicamente le forze di resistenza al regime.

Gli Stati Uniti iniziarono a servirsi sistematicamente dei servizi sauditi e dell’Isi per finanziare la galassia dei gruppi formatisi a partire dal 1979 e impegnati a contrastare il PDPA e gli alleati sovietici. Tale atteggiamento consentì a Washington di non impegnarsi direttamente con propri uomini e propri mezzi, ma lasciò una sostanziale mano libera all’Arabia Saudita, ma soprattutto al Pakistan che forniva ospitalità e basi logistiche agli insorti, di decidere autonomamente a chi e in quali quantità indirizzare il flusso di denaro proveniente dagli Stati Uniti (11).

A beneficiare così degli aiuti furono in gran parte quei movimenti politico-militari che più nettamente si ispiravano all’integralismo religioso e alla jihad come mezzi per portare avanti la propria lotta, per i quali il presidente pakistano, Muhammad Zia-ul-Haq e lo stesso Isi nutrivano maggiori simpatie.

Washington approvò indirettamente tale politica della distribuzione dei fondi, essendo i movimenti più radicali anche quelli più spregiudicati sul campo, e dunque più efficaci nel combattere l’esercito sovietico.

A ricevere il maggior numero di fondi e di armi fu così in particolar modo il movimento di Hezb-e-Islami, di quello che è stato definito “il peggiore” (12) tra i leader mujaheddin, Gulbuddin Hikmetyar, gruppo estremo di ispirazione fondamentalista che non perse occasione di attaccare, nel momento in cui lo ritenne opportuno, anche le fazioni rivali all’interno dell’opposizione afghana (13).

Sfiancati da una lunga guerra combattuta in territorio ostile, impegnando una tecnologia e tattiche di combattimento poco adatte alla morfologia del terreno, trovandosi di fronte quasi duecentomila mujaheddin armati dagli Stati Uniti e appoggiati logisticamente dal Pakistan, i sovietici si ritirarono dall’Afghanistan pochi mesi prima dell’implosione dell’Urss e del crollo del settantennale regime comunista (14).

Il ritiro lasciò il paese in una situazione di sostanziale vuoto di potere. Il governo restò fragilmente in mano ai filosovietici per circa tre anni, sotto la guida di Mohammed Najibullah, ultimo uomo forte del PDPA, che il 4 maggio del 1986 era succeduto a Karmal alla guida del partito. Ma senza il supporto dell’Armata rossa, godendo di una legittimità pressoché assente, ed essendo diviso al proprio interno, il regime si logorò fino a dissolversi nella primavera del 1992. Fine inevitabile, tenendo presenti le fortissime spinte esterne delle varie fazioni dei mujaheddin, non solo quelle radicali come Hezb-e-Islami, ma anche dei nazionalisti del Fronte di liberazione nazionale dell’Afghanistan del leader spirituale moderato Sibghatullah Mujaddedi, nel quale militò il futuro presidente dell’Afghanistan post 11 settembre, Hamid Karzai (15).

La caduta del partito che per quasi tredici anni aveva monopolizzato la vita politica afghana fece riemergere l’antica rivalità fra le due etnie di maggioranza nel paese, i pashtun di Hikmetyar e i tagichi (16). Questi ultimi, più accorti politicamente, si impadronirono del potere escludendo le forze fondamentaliste di Hezb-e-Islami e degli alleati, e diedero vita ad un fragile e composito governo di coalizione, che elesse alla presidenza del paese, diventato Repubblica islamica dell’Afghanistan, per i primi quattro mesi Abdul Mujaddedi, poi sostituito da Burhanuddin Rabbani.

Il cambio di regime coincise con il disimpegno statunitense nella regione. Washington, sconfitti i sovietici, sotto la presidenza di George H. W. Bush si ritirò completamente dalla regione, lasciando le varie fazioni in competizione a se stesse (17).

L’Isi, che di giorno in giorno vide crescere il proprio potere nel paese confinante e che guadagnò sempre più margini di autonomia rispetto al governo democratico del premier Benazir Buttho, continuò, coerentemente con quanto fatto durante il periodo dell’occupazione sovietica, ad appoggiare i gruppi più estremi. In particolar modo quello di Hikmetyar che, persa la corsa al potere, a partire dall’inizio del 1993 iniziò a cingere d’assedio la capitale, difesa dai tagichi e dal loro Ministro della difesa, l’eroe della resistenza afghana Ahmad Shah Masud (18).

Il governo di Rabbani perse così il controllo di vaste aree del paese, ingovernabili per l’asperità e l’irraggiungibilità del territorio (19), che caddero in mano a quelli che, con il passare del tempo, sulla pubblicistica occidentale vennero definiti “i signori della guerra”, capi tribali regionali che amministravano in proprio intere regioni, mantenendo il controllo esclusivamente sulla capitale e sui territori a nord-est di Kabul.

É in questo stato di confusione e di estrema instabilità che emerse il movimento dei talebani, forza pashtun che si impadronì della capitale nel 1996 e che nel 1998 costrinse l’alleanza delle etnie non pashtun, il Fronte Unito guidato da Masud, in una ristretta area nel nord dell’Afghanistan.

I talebani nacquero come un gruppo di giovani reduci dallo scontro con i sovietici, ritornati alle loro case per dedicarsi agli studi religiosi. Qui iniziarono a farsi chiamare talib, termine che connota gli studenti di religione in cerca della giustizia.

Il programma politico era molto scarno ed essenziale: riportare la pace nel paese, disarmare la popolazione, difendere l’Islam imponendo la sharia, purificare la società squassata dalla guerra civile attraverso la convocazione della Loya Jirga, la tradizionale assemblea di confronto e dibattito tra le varie etnie del popolo afghano (20). Il messaggio fece presa in una società fortemente legata alla religione, che chiedeva un ritorno alla pace e alla tranquillità, desiderosa di tornare a quella propria tradizione tribale e rurale che era stata così fortemente messa in discussione negli anni precedenti (21).

Se la semplicità del programma politico del movimento talebano, la sua intraprendenza e spregiudicatezza militare, la forte carica ideologico-religiosa, li portò in qualche anno alla guida dell’Afghanistan, ciò costituì d’altra parte la loro debolezza.

L’Isi iniziò a finanziare il governo del mullah Omar, leader talebano a capo del paese a partire dal 1996. Oltre all’influenza pakistana, i limiti intellettuali dei talebani permisero alla filosofia della jihad globale propugnata da al Qaeda di trovare terreno fertile e di attecchire largamente nel paese.

Fino al 1996, coerentemente alla linea stabilita dal predecessore Bush, l’amministrazione statunitense guidata dal presidente del Partito Democratico Bill Clinton, continuò a disinteressarsi dell’area, lasciando al Pakistan e alle infiltrazioni qaediste completa mano libera in Afghanistan. Solo con il consolidamento del regime talebano, quando gli organi di stampa occidentali iniziarono ad interessarsi alle brutali politiche del regime (22), la politica degli Usa nei confronti di Kabul iniziò lentamente a mutare, anche se in modo piuttosto lento, al punto da consentire nell’autunno del 1996 ad Osama bin Laden, già considerato un pericolo dalla Segreteria di Stato, di stabilirsi nel paese (23).

I talebani cedettero ad al Qaeda la gestione dei campi di addestramento nell’Afghanistan orientale nei quali precedentemente l’Isi aveva addestrato i mujaheddin in funzione antisovietica.

L’isolamento internazionale del regime e la dipendenza economico-finanziaria dal Pakistan e dai capitali personali di bin Laden, portarono i talebani a ritrovarsi ben presto a dover inserire i vertici di al Qaeda nel processo decisionale. Bin Laden guadagnò così il controllo su tutti i gruppi estremisti che dovevano o volevano addestrarsi in Afghanistan, finanziando in cambio molti dei progetti che stavano a cuore alla leadership talebana, come la costruzione della grande moschea di Kandahar.

Se agli albori della loro ascesa i talebani si mostrarono poco sensibili alle dinamiche internazionali, non considerando gli Stati Uniti come un nemico, è in questo periodo che la dipendenza da al Qaeda e la persuasività delle idee della jihad globale si mescolarono con la loro dottrina religiosa.

I primi effetti della pericolosa alleanza si ebbero il 7 agosto del 1998, quando bin Laden lanciò il primo attacco consistente contro bersagli statunitensi, colpendo le ambasciate Usa di Kenya e Tanzania con due attentati che causarono 224 morti e quasi cinquemila feriti. Poco efficace si rivelò la rappresaglia statunitense ordinata dal presidente Clinton, che colpì attraverso il lancio di missili Cruise alcuni campi di addestramento qaedisti ad est di Kabul.

Fino al 2000 i diversi segnali (24) dell’associazione fra al Qaeda e talebani nella creazione di una vera e propria milizia internazionale continuarono ad ottenere scarsa attenzione, generando un clima di sostanziale sottovalutazione geopolitica della questione che si connotò come uno degli elementi che permise agli attentatori dell’11 settembre di portare a termine i propri attacchi.


Note
1) Per un quadro esaustivo dell’Afghanistan del XIX secolo: Peter Hopkirk, Il grande gioco. I servizi segreti in Asia Centrale, Roma, Adelphi, 2004.
2) Un interessante e sintetico quadro dei rapporti tra Iran e Usa nel periodo immediatamente successivo alla Rivoluzione islamica lo offre il volume di Marcella Emiliani, Marco Ranuzzi De Bianchi, Erika Atzori: Nel nome di Omar. Rivoluzione, clero e potere in Iran, Odoya, 2008.
3) Fatto salvo per l’operazione Eagle Claw, autorizzata da Carter, che ebbe luogo il 24 aprile 1980, durante la quale i marines statunitensi fallirono nel tentativo di risolvere con la forza la crisi degli ostaggi, lasciando sul campo otto uomini.
4) A questo proposito è utile notare come si debba operare una distinzione fra quanto fosse solida e influente agli occhi del mondo la posizione sovietica nell’ambito dei Paesi non allineati, contrariamente alla percezione della dirigenza del PCUS, che aveva sotto gli occhi la precarietà e la potenziale fallibilità di una politica di potenza fondata unicamente su aiuti economici e supporto logistico e militare. Silvio Pons parla di «una bizzarra inversione di percezioni che doveva contraddistinguere buona parte degli anni Settanta: la duplice immagine falsa di una debolezza americana e di una forza sovietica. […] In realtà, il comunismo non si mostrò in grado di spendere il credito ideologico, politico ed economico che con segni opposti gran parte dei contemporanei ancora gli tributava, mentre le ambizioni globali di potenza dell’URSS dovevano produrre il classico effetto boomerang, un overstretch insostenibile e disastroso». Silvio Pons, Berlinguer e la fine del comunismo, Torino, Einaudi, 2006, p. 4.
5) Per una documentata ricostruzione della transizione: Giorgio Vercellin, Afghanistan, 1973-1978 : dalla Repubblica Presidenziale alla Repubblica Democratica, Roma, Scalia, 1979.
6) Per un’analisi approfondita del fenomeno si considerino il Decreto numero sette sulla dote, e il Decreto numero otto sulla riforma agraria del 17 ottobre 1978. Cit. in: ivi.
7) La traduzione letterale di Parcham è “bandiera”, quella di Khalq “popolo”.
8) A tale proposito Jacques Levesque ritiene che l’imprevedibilità degli eventi susseguitisi nei giorni dell’aprile 1979 rende difficile identificare una repentina e mirata azione sovietica nello scacchiere afgano di quei giorni. Cfr. Jacques Levesque, L’URSS en Afghanistan: de l’invasion au retrait, Bruxelles, Editions Complexe, 1990.
9) Fa notare Anthony Hyman che «sebbene fu incompleta e poco ortodossa la rivoluzione socialista intrapresa sotto Taraki ed Amin, l’Afghanistan dalla fine del 1978 venne considerata da Mosca come parte del gruppo marxista fra gli Stati in via di sviluppo. Sebbene non fosse membro del Patto di Varsavia o del Comecon, l’Afghanistan era legato all’URSS e agli altri Stati socialisti da un vasto sistema di alleanze» (A. Hyman, Afghanistan under soviet domination 1964-81, Hong Kong, The Macmillan Press LTD, 1982, p. 166).
10) Steve Coll, La guerra segreta della Cia, Milano, Rizzoli, 2004.
11) É in questi anni che inizia a prendere forma il ruolo di Osama Bin Laden in Afghanistan. Cfr.: John K. Cooley, Una guerra empia, la Cia e l’estremismo islamico, Milano, Eleuthera, 2000.
12) Paul Clammer, Afghanistan, Lonely Planet, 2008.
13) Nel movimento di Hikmetyar mosse i primi passi il futuro leader talebano, mullah Omar. Cfr. Renzo Guolo, Il fondamentalismo islamico, Laterza, Bari, 2002, p. 177.
14) Sulle ultime fasi dell’occupazione sovietica e sulla preparazione del ritiro: Artem Borovik, Afghanistan: la guerra nascosta, Milano, Leonardo, 1991.
15) Sulla storia politica di Karzai: Ahmed Rashid, Caos Asia. Il fallimento occidentale nella polveriera del mondo, Milano, Feltrinelli, 2008.
16) Sull’attualità del contrasto fra le due etnie anche nello scenario odierno: Antonio Luigi Palmisano, Afghanistan: dal Great Game al Great Play, in Limes, vol. 7, 2007.
17) Ahmed Rashid osserva che, criticata per l’incauta politica afghana del dopo 1989, la Cia scaricò tutta la responsabilità del mancato compromesso politico tra i mujaheddin e delle condizioni dei cinque milioni di profughi rifugiatisi nei paesi confinanti sugli alleati della regione, Pakistan e Arabia Saudita. Cfr. A. Rashid, op. cit., p. 49.
18) Cfr. Barry Michael, Massud, il leone del Panshir, Firenze, Ponte alle Grazie, 2003.
19) Per un’analisi geopolitica del territorio dell’Afghanistan, cfr. Eugenio Turri, L’Afghanistan è la sua geografia, in Limes, vol. 3, 2001.
20) Francesco Antonelli, L’illusione di Prometeo, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2007.
21) Ahmed Rashid, Talebani. Islam, petrolio e il Grande scontro in Asia Centrale, Milano, Feltrinelli, 2002.
22) Il sostegno a quello che poi si rivelò come un governo feroce e fondamentalista provocò non pochi imbarazzi alla classe dirigente del Pakistan all’indomani degli attentati dell’11 settembre 2001.
23) Ahmed Rashid, op. cit.
24) Fra gli altri, cfr. Ahmed Rashid, The Taliban: Exporting Extremism, Foreign Affairs, dicembre 1999.

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