L’attività storiografica e bibliografica di Benedetto Croce è imponente e si svolge su più fronti, tutti di estremo interesse.

1. Il valore complessivo dell’attività di Croce

L’attività storiografica e bibliografica di Benedetto Croce è imponente e si svolge su più fronti, tutti di estremo interesse. Per comodità possiamo utilizzare le distinzioni che si articolano nelle famose quattro categorie dello spirito secondo la stessa sistemazione crociana della Logica come scienza del concetto puro, pubblicata da Laterza nel 1909 e più volte ristampata anche con modifiche e integrazioni. Queste categorie del conoscere e dell’agire sono:l’estetica e la logica da una parte e l’economica e l’etica dall’altra. L’uomo è sempre un “uomo intero” e tuttavia ogni attività è esplicitamente se stessa e non le altre. La storia rimane dentro la categoria della logica filosofica, poiché essa non è possibile senza l’elemento filosofico, come del resto la filosofia non è possibile senza l’elemento storico:“Bisogna conoscere il significato dei problemi del proprio tempo;il che importa conoscere anche quelli del passato” per poter fare filosofia, giacché la filosofia medesima “non è né fuori né a capo o a termine, né si ottiene in un momento o in alcuni momenti particolari della storia;ma, ottenuta in ogni momento, è sempre tutta congiunta al corso dei fatti e condizionata dalla conoscenza storica[…]E filosofia e storia non sono già due forme, sebbene una forma sola, e non si condizionano a vicenda, ma addirittura s’identificano[…] Né la storia precede la filosofia né la filosofia la storia:l’una e l’altra nascono a un parto” (1). E ad un parto nasce il sistema crociano della filosofia dello spirito, che si perfeziona e diversifica nei vari momenti della teoresi e della pratica elaborati in meno di un decennio, dal 1900 al 1909, dalla Estetica come scienza dell’espressione alla Logica come scienza del concetto puro e alla Filosofia della pratica. 

Così l’attività bibliografica di Croce attraversa tutte le forme in cui lo spirito si realizza e in ciascuna forma lascia una traccia indelebile, anche se i campi prediletti dal filosofo sono l’estetica e la storiografia. Nessuno in Italia ha prodotto più di lui e nessuno ha saputo meglio di lui organizzare il sapere e renderlo disponibile e fruibile attraverso le innumerevoli iniziative editoriali, a cominciare dalla rivista La Critica fondata nel 1903. Le sue opere non subiscono l’usura del tempo, anche sotto il profilo della qualità della scrittura, il che non sarebbe certamente poco. Non devono perciò meravigliare le enunciazioni folgoranti, tratte magari dalle pagine di Conversazioni critiche o dei Discorsi di varia filosofia o dei Primi Ultimi saggi o delle Pagine sparse, che spesso si presentano come cose minori e marginali e che invece contengono intuizioni straordinarie e di grande efficacia e vivacità interpretativa. L’anticrocianesimo più o meno feroce non è riuscito ad intaccare un pensiero che rimane integro nelle opere sistematiche ed in quelle minori, neppure con il sostegno di bieche interpretazioni fondate su infamanti pregiudizi e scarse letture. Una nuova e corretta ricostruzione bibliografica e storiografica può tranquillamente sfatare il mito di un Croce dogmatico e ripetitivo, chiuso nella difesa delle “quattro parole” ed incapace di evolversi e far evolvere la cultura italiana. Le acute letture compiute in tempi diversi da Carlo Antoni, Eugenio Garin e Gennaro Sasso potrebbero essere però sufficienti a sottolineare il valore complessivo della riflessione crociana riproposta ancora in tempi più recenti da Giuseppe Galasso sia con il saggio Croce e lo spirito del suo tempo(Il Saggiatore 1990) che con la ristampa delle opere, a cominciare dall’eccellente e insostituibile auto-antologia Filosofia-Poesia-Storia pubblicata da Ricciardi nel 1951. 

L’attività di Croce, com’è noto, conquista molto rapidamente una posizione predominante nella cultura nazionale. In poco più di un decennio, nella prima decade del Novecento, essa diventa insostituibile punto di riferimento in Italia, dalle questioni di estetica a quelle di logica e filosofia della pratica; e nell’arco di un ventennio, dal 1917 al 1938, la produzione strettamente storica e metodologica (Teoria e storia della storiografia; Storia della storiografia italiana del secolo decimonono;Storia del regno di Napoli;Storia d’Italia dal 1871 al 1915;Storia dell’età barocca in Italia; Storia d’Europa nel secolo decimonono; La storia come pensiero e come azione, ecc. ) contribuisce ad allargare la credibilità scientifica del filosofo, che peraltro aggiunge al suo positivo influsso intellettuale anche quello civile. Dal 1952, anno della sua morte, la situazione cambia velocemente e si assiste ad un rapido declino della stessa conoscenza dell’opera crociana. Poco frequentata e per nulla studiata, essa finisce con l’essere ritenuta inutile e persino pericolosa, perché erroneamente e ridicolmente incolpata del ritardo culturale e scientifico del nostro Paese:“Non è qui il caso di valutare e analizzare le influenze e i condizionamenti che l’opera complessiva di Croce ebbe sulla cultura, anche scientifica, italiana […] Non possiamo tuttavia esimerci dal notare come ben difficilmente si riesca a trovare in un’altra opera un repertorio così vasto e nutrito di inesattezze, superficialità, di vere e proprie insulsaggini per quanto riguarda la logica <formalistica>-come Croce la chiama-e i vari tentativi di riformarla” (2). Così Ludovico Geymonat si sbarazza di Croce e gli attribuisce la colpa dei ritardi scientifici dell’Italia, “mentre in tutte le culture europee tutta una serie di studiosi affrontava con serietà e rigore i profondi problemi che erano stati sollevati dalle antinomie, dagli sforzi per superarle, dalle diverse concezioni che si dividevano il campo intorno al problema dell’esistenza degli enti matematici” (3). E non soddisfatto dell’affondo il filosofo della scienza, sempre signorile e misurato, va ancora all’attacco con immagini più dure e volgari come quelle di un Croce che ricava l’idea dell’economicità delle scienze “avendo presente il mercato di Pescasseroli o, a essere compiacenti, quello italiano”. E’ inutile dire che qui manca non solo una ragionata ed equilibrata valutazione storiografica, ma anche ogni tentativo di ricostruzione complessiva di un Croce colto nel moto del suo pensiero e della sua produzione intellettuale, nelle varie fasi e nei diversi terreni d’indagine. Da posizioni critiche in buona fede, e a difesa della scienza, come questa di Geymonat, nasce e si sviluppa, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, un anticrocianesimo più ideologico o più semplicemente preconcetto, ma non di rado molto sprezzante, ignorante e provinciale, che ottiene l’avallo dei grandi intellettuali. 

2. L’attualità dell’estetica crociana

L’estetica di Croce è un campo ancora non del tutto esplorato. E bisognerebbe esplorarlo in modo più sistematico di quanto finora non sia avvenuto. La storia dell’estetica crociana è lunga e molto tormentata, basti dire che la prima sistemazione organica delle idee estetiche risale al 1900, cioè alla Tesi fondamentale dell’estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale, ripubblicata da Sandron nel 1902 e poi nell’edizione definitiva da Laterza nel 1912 con il titolo leggermente più sintetico di Estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale;successivamente si propongono degli approfondimenti particolari e vengono alla luce il Breviario di estetica nel 1913, i Nuovi saggi di estetica nel 1920, la Aestetica in nuce nel 1928 e La poesia nel 1936, per non parlare poi dei tanti lavori di critica artistico-letteraria sparsi in una molteplicità di saggi. Ma, in sostanza, le basi lontane dell’estetica crociana sono date dalla prima opera, che rimane fondamentale, nonostante le varie revisioni e autocorrezioni:“La conoscenza ha due forme:è o conoscenza intuitiva o conoscenza logica; conoscenza per fantasia o conoscenza per l’intelletto;conoscenza dell’individuale o conoscenza dell’universale[…]è insomma o produttrice d’immagine o produttrice di concetti” (4). L’interesse suscitato in tutto il mondo da questa estetica contribuisce a dare all’attività di Croce uno straordinario rilievo e una speciale autorevolezza scientifica. I fraintendimenti non mancano e nemmeno gli sforzi di chiarificazione. Rimane tuttavia indubbio che l’arte è una forma di conoscenza nella quale entrano come in un circolo tutte le altre forme, unificate dall’intuizione artistica e dalla produzione creativa dell’immagine fantastica. Essa non è mera imitazione della realtà, né mera sensazione, né puro furore di passione, né puro concetto, bensì pura immaginazione produttiva. :“In ogni accento di poeta, in ogni creatura della sua fantasia, c’è tutto l’umano destino, tutte le speranze, le illusioni, i dolori e le gioie, le grandezze e le miserie umane, il dramma intero del reale, che diviene e cresce in perpetuo su se stesso[…] Nel travaglio del passaggio dal sentimento immediato alla sua mediazione e risoluzione nell’arte, dallo stato passionale allo stato contemplativo, dal pratico desiderare, bramare e volere all’estetico conoscere, si è allora, invece di giungere al termine del processo, rimasti a mezzo” (5). L’arte non è dunque frutto di immediatezza, bensì di mediazione dialettica che porta con sé tutto il resto della vita, della conoscenza, del volere e del patire nuovamente percepito e rielaborato nel fuoco sintetico della contemplazione estetica e trasferito e rivissuto nell’immagine artistica. “Certo, un’intuizione artistica è un baleno, un’illuminazione, (chi non lo sa?) ogni nascita di verità, filosofica e critica e storica e scientifica;ma dal baleno all’opera compiuta, quanto lungo cammino, quante difficoltà, quanti sforzi, quanto studio e quanta servitù d’amore![…] Lo Shelley che, come poeta e come teorico della poesia, merita di essere ascoltato almeno quanto il signor Valéry, in un suo scritto del 1821 così si esprimeva: <Mi appello ai maggiori poeti contemporanei se non sia erroneo asserire che i più bei luoghi poetici sono prodotti per insistenza di studio e di lima” (6). Riaffermare questo carattere di totalità mediata dell’intuizione estetica sarebbe davvero importante per ridare al filosofo napoletano ciò che gli spetta, e cioè il suo reale contributo all’estetica non più contestabile da chi finora in nome della lotta rivoluzionaria ha pagato il prezzo della superficiale comprensione. 

L’arte si presenta pertanto in Croce come sintesi dialettica e totalità. Essa rimane intuizione solo a patto di essere stata intellezione e travaglio morale e stato passionale, cioè in quanto ha attraversato la totalità delle forme e si è posata sulla forma estetica che conserva il carattere della piena totalità:“Dare dunque al contenuto sentimentale la forma artistica è dargli insieme l’impronta della totalità, l’afflato cosmico; e, in questo senso, universalità e forma artistica non sono due ma uno” (7). La dimensione estetica così teorizzata contiene tratti di vera originalità, che non possono essere ignorati o sottovalutati. La teoresi estetica è un conoscere speciale che si concentra e materializza solo nell’immagine concreta, espressione di fantasia produttiva, e che accoglie nel suo seno la totalità delle forme nell’unica forma possibile della creazione fantastica e dell’essenziale e insostituibile rappresentazione sensibile di una verità non più psicologica, bensì universale: “Questa impronta di universalità e di totalità è il suo carattere; e dove pare che vi siano bensì immagini ma questo carattere sia debole e manchevole, si dice che manca la pienezza dell’immagine, l’immaginazione suprema, la fantasia creatrice, l’intima poesia” (8). Non è del tutto agevole affermare che l’arte s’identifica con l’attività teoretica in una sua forma speciale, ma bisogna rassegnarsi a questa visione fantastica delle cose, pure con tutta la fatica che l’ordinarietà comporta. 

La “circolarità” della vita storica rende possibile e comprensibile l’arricchimento progressivo dell’intuizione estetica, che presuppone il passaggio e la mediazione degli altri stadi e la continuità di flusso morale, conoscitivo ed esistenziale che riempie di contenuto l’elaborazione artistica. In un saggio del 1917, Il carattere di totalità dell’intuizione estetica, Croce sviluppa proprio questo punto decisivo e sottolinea la “cosmicità” dell’immagine fantastica nel suo racchiudere in sé tutto l’universo, tutto il destino umano, tutte le speranze, le illusioni, i dolori, le grandezze e le miserie umane, il “dramma intero del reale”; mentre ne La poesia del 1936 chiarisce che l’estetica è scienza dell’espressione, ma che non tutte le espressioni linguistiche sono artistiche e poetiche:”Che cos’è l’espressione poetica, che placa e trasfigura il sentimento?E’, come si è detto, diversamente dal sentimento, una teoresi, un conoscere, e perciò stesso, laddove il sentimento aderisce al particolare, e per alto e nobile che sia nella sua scaturigine, si muove necessariamente nella unilateralità della passione[…]la poesia riannoda il particolare all’universale, accoglie sorpassandoli del pari dolore e piacere, e al di sopra il cozzare delle parti contro le parti innalza la visione delle parti nel tutto, sul contrasto l’armonia, sull’angustia del finito la distesa dell’infinito. Questa impronta di universalità e di totalità è il suo carattere; e dove pare che vi siano bensì immagini ma questo carattere sia debole e manchevole, si dice che manca la pienezza dell’immagine, l’immaginazione suprema, la fantasia creatrice, l’intima poesia” (9). In tal modo l’arte esprime l’intero contenuto della vita e della storia sub specie intuitionis e lo traduce esteticamente in un linguaggio originale e pieno, che non può essere il semplice e comune linguaggio della quotidianità, né tanto meno quello della scienza, degli affari, degli affetti e dell’oratoria. 

Viene chiarito ciò che nella prima Estetica è ancora confuso, e cioè che non ogni intuizione o rappresentazione è necessariamente espressione artistica e che la stessa attività intuitiva può esprimersi in modi diversi e presentarsi con o senza l’alone artistico. Esistono in effetti tanti tipi d’intuizione e ciò che si chiama arte non solo raccoglie intuizioni più vaste e complesse, ma anche le esprime e rappresenta nella singolarità e specificità della forma artistica. E viene decisamente superata l’identificazione meccanica di intuizione ed espressione che crea una difficoltà insuperabile o superabile solo surrettiziamente: “Noi dobbiamo tener fermo alla nostra identificazione, perché l’avere staccato l’arte dalla comune vita spirituale, l’averne fatto non so qual circolo aristocratico o quale funzione singolare, è stata tra le principali cagioni che hanno impedito all’Estetica, scienza dell’arte, di attingere la vera natura, le vere radici di questa nell’animo umano. Come nessuno si maraviglia allorché apprende dalla fisiologia che ogni cellula è organismo e ogni individuo cellula o sintesi di cellule[…]così non v’è una scienza dell’intuizione piccola e un’altra dell’intuizione grande, una dell’intuizione comune e un’altra dell’artistica, ma una sola Estetica, scienza della cognizione intuitiva o espressiva, ch’è il fatto estetico o artistico. E questa Estetica è il vero analogo della Logica, la quale abbraccia, come fatti della medesima natura, la formazione del più piccolo e ordinario concetto e la costruzione del più complicato sistema scientifico e filosofico” (10). Ma un marxismo più o meno ortodosso avrebbe potuto cogliere nello sforzo faticoso e contraddittorio del giovane Croce il tentativo di fare dell’arte una dimensione comune e ordinaria del genere umano, senza ricorrere alle qualità eccezionali e straordinarie del “genio” di romantica memoria. L’arte non è perciò uno strano linguaggio divino e sovramondano, misteriosamente ispirato, bensì forma materiale e terrestre di comunicazione. Questo vuol dire sostanzialmente il giovane Croce, innamorato di De Sanctis, Herbart, Antonio Labriola e soprattutto di Marx ed Hegel, e del rapporto organico tra l’arte e la vita reale, tanto da sistemare entro la sua concezione dell’arte le istanze che provengono dal materialismo storico e che gli fanno perdere di vista la natura peculiare del fatto estetico compiutamente determinato soltanto nella sua distinzione dal pensiero logico, in seno all’attività teoretica. Solo più tardi egli aggiusterà il tiro mediante specifici paradigmi che permettono una più adeguata considerazione dell’evento artistico, il quale rimane tuttavia fornito di autonomia di fronte a tutte le altre attività dello spirito pur contenendo dentro di sé tutto il mondo. 

3. Il concetto crociano della storia

Il passato risorge continuamente dall’ombra dei secoli quando il nostro spirito si disponga ad interrogarlo. La storiografia crociana è appunto continua interrogazione del passato alla luce di un problema attuale:una interrogazione che sia però capace di assegnare ai fatti il loro posto e alla comprensione il suo valore. Senza fatti filologicamente accertati non si dà storia, ma nemmeno senza pensiero comprensivo si può fare storia. Nel giudizio storico s’intrecciano perciò alla maniera vichiana filologia e filosofia, accertamento puntuale del fatto e comprensione profonda dello stesso. La verità storica è appunto questa assoluta identità di reale e razionale, di individuale(perché individuato) e di universale(perché ragionato). Il giudizio storico è l’atto del pensare l’evento particolare, di confermarlo e qualificarlo, cioè di comprenderlo concettualmente. 

Percio la storia è sempre viva e attuale, in quanto nasce da un bisogno di dare una risposta ad un interrogativo contemporaneo, di schiarire con il pensiero fatti ed eventi che hanno un significato per colui che ricerca. Insomma il passato non muore nella coscienza storiografica, perché in esso “de nostra re agitur”. 

La famosa opera Teoria e storia della storiografia presenta un carattere di chiarificazione prevalentemente metodologica e prepara il terreno alla grande produzione storiografica. In essa si chiarisce la nota contrapposizione di cronaca e storia, si svela in tutta la sua portata produttiva il principio costitutivo della contemporaneità della storia e si determina la natura filosofica della storiografia, che rientra nell’attività teoretica, poiché non vi è altra attività conoscitiva che non sia storica e teoretica allo stesso tempo. E questo è anche il concetto crociano della filosofia come storicismo assoluto, quale si ritrova nell’opera assai esplicativa Il carattere della filosofia moderna(Laterza, Bari 1941). Storicistico è il pensiero crociano in quanto per esso la realtà si identifica con la storicità che avvolge e coinvolge lo sviluppo dello spirito nel suo concreto svolgimento e nella concreta dialettica degli opposti e dei distinti;là dove teoria e prassi si trovano distinti e collegati nel processo dei reciproci condizionamenti e superamenti. Così ciascun grado è autonomo dall’altro, ma al tempo stesso è in rapporto con l’altro e lo condiziona e ne viene condizionato. 

Coerentemente con la sua impostazione metodologica, Croce svolge un’intensa attività storiografica per ciascuna delle quattro forme della vita spirituale, senza escludere peraltro la storia degli avvenimenti politici, sociali, culturali e religiosi, la cui ricostruzione si trova nelle opere già citate e in altre di non minore interesse scientifico, come La rivoluzione napoletana del 1799;Storie e leggende napoletane;La Spagna nella vita italiana durante la Rinascenza; Vite di avventure, di fede e di passione, ecc. Che sono la concreta testimonianza di un altissimo impegno scientifico e di un approccio etico-politico di grandissimo spessore. Basterebbe . rileggere con attenzione le pagine sulla vita del calvinista marchese di Vico Galeazzo Caracciolo e sul suo doloroso distacco da Napoli per rendersi conto della ricchezza dei temi e dei sentimenti che circolano nelle vicende narrate da Croce. Dice Federico Chabod con molto acume:“A mantenere in altezza la storiografia crociana, evitandole di cadere nell’astrattezza intellettualistica, è anzitutto quel senso del particolare umano così profondo e possente in Croce dalla prima alla più tarda maturità. Il fermarsi largamente sugli uomini singoli e sulle opere degli uomini, l’apparir frequente, dietro a una proposizione di carattere generale, di volti umani, di affetti e di passioni umane, danno per primi alla storia etico-politica -quale è nelle opere di Croce- contenuto e colore concreto” (11). 

Non è inesatto sostenere che il significato fondamentale dello storicismo crociano consista nella riduzione della filosofia a momento metodologico della storiografia, presente nelle primissime elaborazioni filosofiche e costituente una sorta di filo conduttore di ogni successiva ricerca. La conoscenza del pensiero marxiano, tra il 1895 ed il 1900, apre nuove affascinanti prospettive che non saranno abbandonate quando viene meno la fedeltà al marxismo. Lo studio appassionato del materialismo storico offre un canone di ricchissima suggestione, utilissimo alla conoscenza storica proprio perché con esso vengono riaffermati i forti legami tra storiografia e vita reale, esattamente come avviene nei fatti estetici. La storia reale è dunque il terreno al quale la narrazione storica deve venir costantemente riferita, se vuol essere narrazione di fatti e non pura produzione di idee o invenzione fantastica. Ne consegue che in essa debbono poter trovare la loro radice tutti i fatti, a cominciare da quelli che assumono la forma di valori, la cui genesi si deve individuare all’interno di questo mondo. La storia è la narrazione del realmente accaduto e ha un carattere conoscitivo e problematizzante, e non una natura estetica, come aveva sostenuto nella prima Memoria del 1893 La storia ridotta sotto il concetto generale dell’arte.

Non credo sia superabile l’aspetto narrativo, né tanto meno quello problematico della vera storiografia, che secondo il Croce maturo nasce dal “pensiero” e dal “giudizio”, dalla necessità di risolvere un problema teorico;e muove dalla prassi, anche se non dipende dalla prassi ed è “preparazione” di nuova prassi:“E’ chiaro dalle cose dette che il rapporto tra storiografia e attività pratica, tra conoscenza storica e azione, pone bensì un legame tra le due, ma non punto un legame causalistico e deterministico. L’azione ha a suo precedente un atto di conoscenza, la soluzione di una particolare difficoltà teorica, la rimozione di un velo dal volto del reale;ma, in quanto azione, sorge soltanto da un’ispirazione originale e personale, di qualità affatto pratica, di pratica genialità. […]Può dirsi, dunque, che la storiografia, rispetto all’azione pratica, sia preparante ma indeterminante” (12). E subito dopo aggiunge un altro chiarimento sul rapporto tra pensiero storico e vita pratica che mi sembra di vibrante attualità, soprattutto per quanto riguarda la storicizzazione della realtà contemporanea :“L’intimo legame che da noi è stato posto e con ogni cura mantenuto tra gli impulsi della vita pratica e morale e i problemi della storiografia, è affatto diverso dall’altro legame tra fini pratici e narrazioni storiche che dà luogo alle storie di tendenza o di partito[…]In queste ultime il processo non va dallo stimolo pratico al problema definito e risoluto dal pensiero, all’informata coscienza che è condizione di nuovo o rinnovato atteggiamento pratico e fattivo ;ma, essendo già dato un particolare atteggiamento pratico che è la tendenza o il programma di partito, in procinto o in corso di attuazione, si ricorre tra gli altri mezzi per attuarlo a cronache e altre storie che vengono trattate anch’esse come semplici raccolte di notizie sul passato, ricavandone immagini di persone, azioni e accadimenti ad asserzioni, convalidamento e difesa del fine che si persegue. Così non solo non nasce alcuna opera storiografica, ma quelle che già esistevano vengono, nell’atto stesso, disgregate e distrutte. Invece di quel passato che è a noi presente perché in esso <de nostra re agitur>, e del quale si scruta il posto nello svolgimento che si vuol considerare, si mettono dinanzi agli occhi, coi colori del passato, immagini di cose amabili o invise, invocate o deprecate, per attirare o atterrire, per persuadere intorno a certe azioni o a certi ordini di azioni. Tali sono nella loro sostanza, e schematicamente disegnate, le storie di tendenza o di partito” (13). 

Il pensiero storico muove dunque da un travaglio di passioni pratiche che dev’essere inevitabilmente superato nel puro pensiero e risolto liberamente nel giudizio, e utilizzato possibilmente ma non necessariamente nella successiva azione in un circolo permanente di teoria e prassi, senza che la storia che si fa venga confusa con quella che si pensa, perché questa e solo questa dà luogo ad una storicità teoretica che si costituisce in determinate situazioni pratiche e si emancipa da esse nel conseguimento della conoscenza, che è coscienza logica e non già pratica e può preparare la prassi senza determinarla o farsene totalmente condizionare. Ciò minaccia continuamente la purezza dello storicismo crociano, ma si tratta del rischio inevitabile che la “contemporaneità” della storia deve correre e alla fine uscirne trionfante con la posizione di un pensiero assolutamente critico e schietto che accetta l’accaduto, lo scruta puntualmente, lo ricostruisce razionalmente e lo narra liberamente invocando la spregiudicata e incondizionata capacità del dare forma al dramma concreto del reale e dell’esporre la verità nella varietà e attualità contraddittoria delle situazioni esistenziali. Il concetto tipicamente attualistico della contemporaneità della storia, innestato saldamente nella visione crociana sin dalla Teoria e storia della storiografia, si fonda sull’interesse attuale che sollecita lo studio del passato e lo ravviva e lo fa penetrare e comprendere nella sua realtà vivente, assieme al documento che la rappresenta e la testimonia. Qui è presente, in tutta la sua portata, l’eredità vichiana nel rapporto tra fatto e pensiero entro un processo di comprensione che può intendere la praxis in quanto è costruito sulla praxis. Nessuno ha potuto superare queste tormentate considerazioni sulla storia, e nessuno oggi può dire che la storia serve all’azione e che il suo valore è determinato unicamente dalla sua utilità pratica. L’esperienza ci insegna che ciò è pericoloso, anche se molti storici accademici e sempre organici incautamente ci provano, perché ritengono che ogni attività intellettuale debba avere una qualche ricaduta pratica e utilitaria, una qualche utilità politica, la soddisfazione di un bisogno etico, ecc. Il Croce insegna che la storia, indipendentemente da qualsiasi applicazione e utilizzazione pratica, ha la sua legittimità proprio in virtù del suo sforzo di comprensione che ci permette non una semplice elencazione ma una intelligibilità profonda e intrinseca dei fatti accaduti. Allora è necessario che la vera educazione storica cerchi soltanto di “svegliare e formare l’attitudine a intendere le situazioni reali, riportandole alla loro genesi e collocandole nelle loro relazioni” e indichi nella comprensione intellettuale, e non già nell’arredo ozioso della memoria o nell’esercitazione dei muscoli, l’obiettivo esclusivo della ricerca storica. 

Infine, non sembri inopportuno dare uno sguardo al concetto crociano della “dignità” della storia, che in tempi insospettabili avrà una felice ripresa nella scuola delle Annales, forse con qualche esagerazione. In un saggio della sua Critica dedicato all’argomento, Croce affronta la questione con la solita vivacità e chiarezza mentale ed afferma che “un tempo la “dignità storica” si faceva consistere, quanto alla materia, nel tenersi costantemente nella sfera degli alti personaggi e delle azioni di Stato e, quanto allo stile, nello schivare ogni popolarità e familiarità, osservando una tesa compostezza di racconto” (14). La ricerca storica può occuparsi di qualsiasi materia con varietà di stile narrativo, sempre che il racconto sia “intellettivamente penetrato e compreso” e sia ben alimentato dal problema critico:“Se il racconto storico è critica, intelligenza, comprensione, esso non deve ammettere in sé niente che non sia intellettivamente penetrato e compreso, niente che vi permanga come cronaca o sequela di fatti, materialmente enunciati e perciò grevi e pesanti” (15). Vi sono tutti gli ingredienti della moderna concezione della storia, che non è fatta solo di narrazione, ma anche di riflessione e che può affrontare qualsiasi contenuto e operare con la medesima dignità. , senza la necessità di cadere nell’astrattezza filosofica:“Se dunque il racconto storico è intelligenza e nient’altro che intelligenza dei fatti, se nella vera storia il racconto fa tutt’uno col giudizio, sparisce la vecchia esigenza, sorta accanto a storie che non erano giudizio e intelligenza, di un particolare lavoro che si chiamava <riflessioni sulla storia> o <considerazioni sulla storia>. Racconto storico e riflessione coincidono” (16). 

Chiusa con la Filosofia della pratica e la Logica la fase dei “trattati” sistematici, Croce realizza nei saggi la sua forma letteraria più brillante e vivace e utilizza la sua rivista per esprimere un pensiero sempre nuovo e mobile. Oggi, a ripercorrere le tappe dell’attività crociana, appare chiara la lunga e faticosa elaborazione teorica risultante anche daiTaccuini di lavoro sui quali il filosofo annota puntualmente per più di quarant’anni, dal 1906 al 1950, e cioè fino a due anni prima della morte, il lavoro svolto quotidianamente allo scopo di “invigilare” se stesso. Gennaro Sasso ne ha ricavato un bel volume indispensabile per lo studioso dell’opera crociana e per coloro che ancora nutrono interessi non astrattamente filosofici (17). Ma più ancora per scoprire l’animo tormentato di un filosofo dall’apparente olimpicità, le cui conquiste intellettuali sono ottenute con estrema fatica, come la stessa trasparenza classica della scrittura levigata e lineare. , e la cui formazione è continua, giacché egli sperimenta“la falsità della dottrina pedagogica che confina l’educazione a una prima parte della vita(alla prefazione del libro), e la verità della dottrina contraria che concepisce la vita intera come continua educazione, e il sapere come unità del sapere e dell’imparare. E quando si sa senza più poter imparare, quando si è educati senza possibilità di meglio educarsi, la vita si arresta e non si chiama più vita ma morte” (18). 

4. Il concetto della storia della filosofia

Non tutto è conosciuto ed esplorato dell’opera di Croce. Quelli che lo hanno criticato, lo hanno fatto spesso senza conoscerne la molteplice produzione. Per quanto riguarda l’aspetto della metodologia, mi sembra necessario risalire alla contestazione del metodo hegeliano. Egli rimprovera ad Hegel, “vero fondatore della storiografia della filosofia”, di aver imposto allo svolgimento del pensiero filosofico un arbitrario ordine logico-sistematico, trascurando nei filosofi la loro individualità. Insomma, secondo Croce, nella prospettiva hegeliana manca la concretezza delle posizioni personali ed è presente soltanto uno spirito assoluto che tutto riassorbe in sé, cancellando ogni particolarità nell’artificiosa e faziosa ricostruzione speculativa. 

Nel saggio ben calibrato sul Concetto filosofico della storia della filosofia del 1940 parla del senso “dello sforzato ed artificioso che si prova dinanzi alla trattazione hegeliana e del timore che nasce di un’alterazione che per quella via s’introduca nella schietta verità ed oggettività storica”, e ciò dipende dal fatto che il filosofo tedesco si colloca nel punto “immaginario” in cui si suppone che il percorso filosofico “ha conseguito il suo compimento, per modo che nuova filosofia non può sorgere ma solo particolareggiamenti e applicazioni”(in Filosofia-Poesia- Storia, Adelphi 1996, ristampato a cura della Biblioteca Treccani nel 2006, I vol. , p. 115). 

In realtà, Hegel non può operare diversamente, giacché ricorre al concetto della filosofia non come storicità, ma come verità che svela se stessa dentro di sé. Le categorie delle sue Lezioni di storia della filosofia sono quelle del “seppellimento” e del “superamento”, sicché ogni filosofia seppellisce la precedente e la supera proprio nell’atto in cui conserva la sua verità. , che è l’eterna Verità: “La categoria essenziale è infatti l’unità di tutte queste diverse manifestazioni, giacché uno solo è lo spirito, che si manifesta e si imprime nei diversi momenti” (19). Non esistono dunque per Hegel individualità filosofiche, viceversa per Croce, proprio perché il pensiero di ciascun filosofo è un atto esistenziale di libertà, ogni dottrina ha un suo valore specifico che attinge alla particolare situazione storica e alla prospettiva personale. Lo spirito filosofico è storicamente costituito e ciascun filosofo mantiene la sua individualità nel suo contesto specifico, che una storia della filosofia deve riuscire a raccogliere nelle sue determinazioni peculiari. Non è un caso che l’attività storiografica di Croce in direzione della storia della filosofia si svolga in maniera monografica e volga l’attenzione alle individualità filosofiche più che ai movimenti universali del pensiero. 

Due saggi di storiografia filosofica emergono sugli altri:quello su Giambattista Vico(La filosofia di Giambattista Vico, Laterza 1911) e quello su Hegel (Saggio sullo Hegel, Laterza 1913), che sono entrambi i filosofi sui quali egli poi torna ripetutamente con integrazioni critiche e nuove riflessioni. La monografia sul Vico, nella stesura definitiva del 1946, presenta per esempio l’aggiunta di una postilla biografica di grande interesse, in quanto corregge precedenti informazioni e addirittura la stessa Autobiografiavichiana:“Aggiungo, per memoria, che il Vico nacque in Napoli il 23 giugno 1668 (non 1670, com’egli dice nell’autobiografia) e morì il 23 gennaio 1744 (non il 20, come dicono tutti i biografi)”. Da qui si evince l’importanza che Croce attribuisce anche ai minimi particolari ed alla precisione delle informazioni pure di fronte a grandi filosofi che non avrebbero bisogno di ulteriori puntualizzazioni di tipo né biografico né interpretativo. Ma la storia della filosofia è appunto una storia come le altre, pure se con la sua specificità conoscitiva, concettuale e linguistica, e non può abbandonare il terreno delle informazioni esatte e dell’acribìa. Che è una lezione ai tanti storici del pensiero che ritengono di poter fare ricostruzioni arbitrarie e fuorvianti, e talvolta anche brillanti, senza dover sopportare la grande fatica della ricerca, della lettura e della corretta comprensione. 

Non è esatto dire che Croce si avvalga degli studi su Vico, De Sanctis, Labriola, Marx, Cuoco, Giannone, Kant, ecc. per sostenere i propri orientamenti mentali o che l’interpretazione del loro pensiero sia condizionata da pregiudizi politici e ideologici, è vero invece che di ogni autore egli vuole cogliere l’orizzonte intellettuale e storico concreto, senza deformazioni, travisamenti e forzature, Certo, talvolta pare che egli non riesca a comprendere fino in fondo l’importanza di una questione o di un autore, come nel caso di Feuerbach o del Marx-filosofo della storia, ma non bisogna fermarsi alla superficie. Certe sviste apparenti sono in realtà intuizioni profonde ed hanno un valore prospettico che certi critici marxisti non riescono a captare immersi come sono nell’ideologia e nella mistica. , giacché per loro la filosofia non è disgiunta dalla lotta di classe, il materialismo storico dal movimento del proletariato verso il comunismo. L’accusa che Emilio Agazzi rivolge a Croce nel suo poderoso libro su Il giovane Croce e il marxismo è certamente quella di aver cercato di “esorcizzare” il tentativo di costruzione di una scienza marxista della storia e della società:“Ma il Croce, almeno nella esplicita coscienza che ne ebbe, non fu dal materialismo storico scosso nella fiducia verso il concetto arcaico e meramente contemplativo della scienza-filosofia che aveva accolto da Herbart, perciò egli non poteva far altro che negare al materialismo storico la caratteristica di filosofia della storia o anche di teoria” (20). Ciò che preoccupa Agazzi è la stretta connessione marxiana di teoria e prassi che Croce tenta invece di smantellare operando distinzioni inaccettabili dall’ortodossia marxista che vive esclusivamente dell’inscindibile nesso fra la dottrina del materialismo e il movimento del socialismo:“Ma ciò che non va in nessun momento dimenticato è la stretta connessione che sospinge l’indagine da un discorso all’altro:perché proprio soltanto questa dimenticanza o questo mancato rilievo permise a Croce di separare tanto nettamente il suo discorso sul materialismo storico da quello sull’economia marxistica, ed entrambi da quello sulla politica socialista. Tenendo invece presente l’intima connessione di tutta l’indagine marxiana, si intenderà proprio ciò che Croce non intese(e Gentile intese in guisa <mistica e speculativa>), cioè l’inscindibile nesso fra le dottrine filosofiche, storiche ed economiche di Marx, e fra queste e il movimento del proletariato verso l’attuazione della società comunista” (21). 

Se rileggiamo oggi, a distanza di più di cent’anni, la raccolta di scritti che costituiscono Materialismo storico ed economia marxistica, ci accorgiamo che il giovane Croce rivendica un marxismo più laico e meno ideologizzato, capace di accogliere ed operare tutte le distinzioni e particolarmente quella tra filosofia e politica o, meglio, tra teoria e prassi. Ed invece l’ortodossia marxista, sulla base di una lettura ricorrente della XI Tesi di Marx su Feuerbach ritiene che teoria e prassi debbano vivere insieme e che in ultima istanza nella nuda prassi devono trovare soluzione tutti i problemi della scienza e della vita sociale. Perciò soltanto in termini pratici e rivoluzionari si può impostare e risolvere il problema tradizionale della verità oggettiva e di qualunque teoresi:”La verità, come risultava già dalla Sacra Famiglia, non è un’entità eterea, da attingere nella sua assolutezza malgrado la storia, bensì uno strumento di indagine(è <conoscenza vera>) relativo alle situazioni pratiche in cui si viene enucleando. Utilizzando un termine venuto in voga ai nostri tempi, potremmo dire che non è tanto verità quanto verificazione, validità di uno strumento d’indagine, il cui scopo in definitiva è quello di servire ad una modificazione operativa della realtà empirica concreta. Donde infine la celebre Glossa, l’undicesima, che trae il suo pieno significato non soltanto dalle precedenti dieci, ma da tutto l’antecedente sviluppo del pensiero di Marx e serve di chiave alla comprensione dello sviluppo successivo e del significato delle opere stesse della maturità, storiografiche, economiche, politiche(ossia filosofiche nel nuovo senso marxiano di questa parola), le sole che il Croce avesse preso in seria considerazione, ma precludendosi la possibilità di intenderle veramente, proprio perché le aveva isolate dal processo anteriore di sviluppo del pensiero del loro autore. <i filosofi hanno solo interpretato il mondo in modi diversi, si tratta ora di trasformarlo>” (22). Di fronte ad un tale ragionamento la visione crociana apparirebbe assolutamente inadeguata perché contemplativa, ove invece il marxismo sarebbe attivo e operativo-rivoluzionario non solo nella vita politica, ma anche nella ricerca teoretica e nell’interpretazione sovvertitrice del mondo, e sarebbe proprio il suo prassismo la grande verità filosofica, che non può pretendere di realizzarsi senza negarsi e rovesciarsi come filosofia. Tale strumentalismo è bandito dal giovane Croce, che ne avverte subito i gravi pericoli sotto il profilo della teoresi filosofica e dell’attività storiografica e che separa e distingue la storia come pensiero e quella come azione, il materialismo storico come criterio di conoscenza e d’interpretazione della storia al servizio della verità e quello come strumento d’azione pratico-politica al servizio del socialismo. 

Nonostante l’affermata e conclamata identità di storiografia e filosofia e la critica della filosofia trascendente, Croce nega al materialismo storico lo statuto filosofico e concede soltanto un valore empirico di criterio utile nella ricerca storica: “A me, dunque, sembra che si faccia migliore lode alla concezione materialistica della storia, non già col dirla <l’ultima e definitiva filosofia della storia>, ma con l’affermare che addirittura essa non è una filosofia della storia. Questa intima sua natura, che si svela a chi ben l’intende, spiega la repulsione ch’essa mostra a una formula dottrinale soddisfacente[…] E spiega anche come l’Engels abbia detto (e il Labriola fa suo quel detto)che essa non sia altro che nuovo metodo; con che si vuol negare che sia una nuova teoria. Ma è poi un nuovo metodo? Debbo confessare che anche il nome di metodo non mi pare del tutto giusto”[…] Ed eccoci al punto, che è da stimare sostanziale. Il materialismo storico non è, e non può essere, una nuova filosofia della storia, né un nuovo metodo, ma è, e dev’essere, proprio questo:una somma di nuovi dati, di nuove esperienze, che entrano nella coscienza dello storico (23). Spogliato il marxismo dei finalismi e disegni provvidenziali, delle falsificazioni e contaminazioni ideologiche, esso appare nella sua nuda capacità di offrire un nuovo punto di vista per l’interpretazione della storia:“Se il materialismo storico deve esprimere alcunché di criticamente accettabile, esso, come altra volta ebbi occasione di esporre, non dev’essere né una costruzione a priori di filosofia della storia, né un nuovo metodo del pensiero storico, ma semplicemente un canone d’interpretazione storica. Questo canone consiglia di rivolgere l’attenzione al cosiddetto sostrato economico delle società, per intendere meglio le loro configurazioni e vicende” (24). 

Il senso riduttivo e limitante di questa interpretazione di Marx è evidente nel giovane Croce, che continuerà a distinguere opportunamente e rigorosamente teoria e prassi, conoscenza e azione pratica, per evitare le strumentalizzazioni pragmatistiche e politicistiche della verità e saper riconoscere la pura teoreticità dell’atto e poter apprezzare il momento del puro agire conoscitivo. Nel saggio significativamente intitolato Il primato del fare del 1946 egli condanna perciò ogni prassismo volgare e rivaluta pienamente l’attività teoretica ricondotta, nella visione ormai realizzata di uno storicismo spiritualistico, sotto il principio metaforico di un fare speciale nella qualificante struttura della poieticità e del suo carattere costruttivo e produttivo e non puramente contemplativo, qual è richiesto da tutta la concezione moderna: “E questo principio è appunto il <fare>[…] l’attività contro la passività del contemplare, e che non si restringe al fare utile e morale, ma si estende ed abbraccia in tutte le sue forme il fare che è conoscenza, dal conoscere che è della poesia a quello della filosofia e della storia” (26). Ma questo cogito non ha certo bisogno di convertirsi in prassi funzionale, in quanto il suo pensare è già un “fare”, né in forme di attivismo esterno, con il quale esso non può e non deve contaminarsi. In tutt’altra prospettiva si pone invece l’accoglimento gentiliano di Marx. Nei due saggi che compongono l’opera pubblicata nel 1899, La filosofia di Marx, Gentile interpreta il marxismo in modo attualistico-operativo, tanto da non rifiutare di attribuire il primato all’attività rivoluzionaria, sopprimendo ogni distinzione tra pensare e agire ed erigendo il materialismo storico a vera e propria filosofia della prassi:“Con tutti questi caratteri la concezione materialistica della storia non può non dirsi per la forma, in cui ci si presenta, una vera e propria filosofia della storia” (25). Già si trova in Marx un qualche germe dell’atto puro che Gentile non può lasciarsi sfuggire, anche a costo di fornire una consacrazione filosofica del marxismo. I’attualismo gentiliano vivrà di questa prima e cara interpretazione marxiana, come ben comprende Ugo Spirito:“Marx, secondo Gentile, è sulla buona via e si unisce a Spaventa nell’indicazione dei presupposti essenziali per giungere poi alla riforma attualistica della dialettica […] ecco la via per la quale si incamminerà il Gentile per la costruzione del suo attualismo. Nella prassi è un qualche germe dell’atto puro. La chiave d’oro è la stessa” (27). Concetto, questo, che riconduce la prassi all’identità di conoscere e fare, di teorico e pratico, con la conseguenza di una politicità rivoluzionaria indistinta della filosofia che “rovescia” la sua prassi;mentre Croce nel segno del pluralismo delle categorie, sceglie di Marx la componente che gli sembra più feconda e lascia da parte, inutilizzata, l’altra che appartiene senza residui all’area monistica dell’immediatezza escatologico-teleologica. Di qui il rifiuto di un Marx filosofo della storia e l’accettazione di un marxismo come “canone” o metodo di ricerca che ricerca la verità dei fatti attraverso l’individuazione di quegli aspetti economici che permettono di volta in volta la lettura più completa degli accadimenti, senza pretendere di fare di uno strumento una veduta totalizzante e la ragione unica, esclusiva ed assoluta delle vicende umane. 

5. Teoria della laicità “trascendentale” e primato del pensiero critico

Nel Soliloquio di un vecchio filosofo Croce rifà i conti con se stesso e avverte che non tutto è stato chiarito nella sua lunga attività e che persistono dubbi e ambiguità attorno alla stessa idea della libertà, come era stata concepita nei tempi della prima elaborazione sotto l’rresistibile impulso hegelo-marxiano. Tutto l’edificio etico fondato sull’utile viene adesso ripensato e ricollocato in una sfera più alta, che una visione giovanile strettamente storicistica e materialistica non poteva scorgere. Il limite della vecchia Filosofia della pratica sta proprio nell’incapacità di superare il concetto e l’orizzonte dell’utile, dal quale dipende anche la moralità: “La moralità vive in concreto nell’utilità, l’universale nell’individuale, l’eterno nel contingente[…] Ogni azione è e deve essere interessata, e quanto più profondamente è interessata, tanto è migliore” (28). Non esistono dunque azioni disinteressate, né è possibile tendere all’abolizione dell’interesse, perché ciò varrebbe ad abolire la stessa vita morale come si presenta nella concretezza storico-esistenziale. Anche i santi non sfuggono alla regola generale dell’interesse economico:“L’utilitarismo, in effetti, ha potuto condurre sempre vittoriosamente la contro-dimostrazione, che non v’ha azione, per alta che si pensi, la quale non risponda a un utile personale; perché l’eroe ha il suo utile nel pro patria mori e il santo, che si sforza di piegare sempre il suo animo ad umiltà, trova il proprio tornaconto nel lasciarsi ingiuriare, bastonare e inzuccherare” (29). Non esistono azioni indifferenti all’economia. L’economicità produce la forma concreta e storica della moralità, la quale “non può esser fatta a perdita”, anche se svolge un ruolo virtuoso di bene generale o universale. 

Nel Soliloquio campeggiano espressioni metafisiche che rinviano ad una libertà “pura” non condizionata dagli interessi, anzi essa è fondata sull’austero concetto dell’eroicità gratuita, sia di quella antica e pagana che di quella cristiana e moderna:“In questa più matura forma si scorgeva, nel fondo rischiarato di nuova luce, l’austero concetto degli antichi eroi della libertà, greci e romani;ma più intenso e continuo vi si vedeva il processo iniziato o accelerato dal cristianesimo, verso una umanità accomunata nell’amore e nel dolore e nell’aspirazione all’eccelso. L’ideale cristiano era stato trasferito dal sopramondo al mondo nel Rinascimento;si era in apparenza negato nell’età dei lumi, celebrando il culto della astratta ragione, ma in effetti continuando a lavorare al suo fine in quella <ragione> fugatrice di tenebre e promotrice di fratellanza, uguaglianza e libertà[…]E anche oggi si ha la riprova di questo legame, di questa sostanza cristiana del liberalismo” (30). L’idea della libertà si afferma con il cristianesimo, che fa di ogni essere umano un “individuo” fornito di responsabilità e dignità, e si sviluppa in antitesi con l’idea di profitto utilitario personale:“Ma l’ideale morale e della libertà è un messaggio agli uomini nella loro universale qualità di uomini, e non un’istigazione a conseguire particolari interessi variamente utilitari, e dispiega negli animi la sua virtù redentrice ed educatrice” (31). 

Croce viene a smentire o correggere se stesso, e lo fa in coincidenza con la revisione del giudizio sull’Illuminismo e sul giusnaturalismo. Qui si riconoscono all’uomo dei diritti che sono inalienabili e si garantiscono le esigenze dell’intimità etica della personalità che non sono più semplicemente quelle esteriori dell’economia e del diritto. Qui si ripresenta come essenziale il patto dell’uomo con Dio, che è superiore a qualsiasi contratto sociale. L’idea del diritto di natura altro non significa che la riscrittura del patto con Dio e la riedizione di un momento eterno dello spirito umano che vuole un rapporto non col mondo transeunte della storicità, bensì con quello dell’eticità durevole, che solo la forza disinteressata può sorreggere. Giustizia e libertà non sono più le false divinità del giovane Croce, che se ne libera esprimendo somma gratitudine a Marx (come si dice con enfasi nella Prefazione del 1917 alla terza edizione del citato Materialismo storico ed economia marxistica)ma un’esigenza insopprimibile dell’animo umano, senza la quale non si spiega la storia sia dell’antica che della moderna civiltà. Adesso l’etica è la forza ideale e reale che alimenta gli istituti civili e l’umana personalità. Essa stabilisce il necessario dover essere che non è mai adeguato al mondo dell’essere e che rappresenta la costruzione categorica del progresso individuale e sociale. :“Le ideologie politiche e le bandiere sventolate contro le bandiere, se hanno anch’esse il loro ufficio e la loro necessità, e valgono a chiamare alle armi ed a stringere tra loro i combattenti, e ad eccitarli alla difesa e all’offesa e a inebriarli nelle speranze e nel giubilo delle vittorie, lasciano, dunque, vuoto il cuore dell’uomo nella sua semplice ed essenziale qualità di uomo, che solo nel congiungimento con l’universale trova a pieno se stesso. . Sembra quasi che due diverse storie, fatte dall’uomo e dall’uomo pensate, corrano parallele o si avvicendino senza mescolarsi, quella politica e quella morale;ma le due storie sono in verità gli aspetti ed i momenti dialettici dell’unica storia, incessante creazione di vita, perpetuo elevamento e superamento della vita nella dedizione all’universale” (32). 

Si tratta di un Croce poco frequentato e per certi versi, come dicevo, in contrasto con se stesso, ma in realtà è il Croce più autentico, disposto alla religiosità e all’intimità e che lascia volentieri alla politica il concetto dell’utile e affida alla coscienza morale e religiosa la ricerca e la realizzazione della libertà e della giustizia:“Pure l’uomo, che ha l’animo così religiosamente disposto, lascia volentieri a politici e a militari e ad economisti la considerazione della prima storia e si affisa nell’altra, nella quale si svolge il dramma che in lui si prosegue, e dove, lungo i secoli, egli incontra i suoi padri e i suoi fratelli, coloro che amarono come lui e come lui seppero soffrire e operare per la libertà” (33). Ci troviamo apparentemente dinanzi ad una doppia verità, anzi a due verità opposte, ma in realtà la vera individualità umana appartiene al regno della libertà ed è un dono che Dio gratuitamente ha voluto elargire agli uomini perché riuscissero a superare lo stato di mera economicità. Questa è la vocazione autentica di ciascun uomo, che nel profondo ubbidisce allo spirito universale infuso dal Creatore. L’uomo non può essere perciò uno strumento economico e meccanico, giacché invoca e attende qualcosa che lo supera, qualcosa che dà l’identità e rimuove la volgare alienazione economica. L’uomo non è più strumento se moralmente acquista la libertà ed opera liberamente e con purezza:“A tale opera risanatrice, che ci restituisce rasserenati e confortati ai lavori della vita, di volta in volta facciamo ricorso, e una sorta di gratitudine, un impeto di ringraziamento, risorge talora dal profondo petto, simile a quello che dai cuori pii si rivolge al Signore. Simile! o non piuttosto identico? Il pensiero è in noi, nella parte egemonica di noi, e Dio non è altrove che in noi, ed è la suprema nostra forza:E si ringrazia forte Dio” (34). Così, la posizione di Croce fino al 1925 può essere felicemente riassunta dalla celebre dichiarazione di gratitudine a Marx e la posizione successiva può essere sintetizzata nella poco celebrata dichiarazione di gratitudine a Dio, che ha donato all’uomo la grazia della libertà e la dimensione dell’universale e dell’eterno. 

Penso che sia opportuno chiarire questo svolgimento estremo del pensiero crociano, che di solito non emerge quasi per un senso di pudore laicista. E invece sta proprio qui la migliore laicità crociana, cioè nella teorizzazione insistita della forma spirituale dell’eticità e nel pieno recupero sia del Cristianesimo che dell’Illuminismo, entrambi considerati componenti essenziali dei fondamentali processi di civilizzazione. Sta di fatto che l’ultimo Croce rivendica l’identità dello spirito umano come soggettività fornita di universale dignità ricevuta da Dio e affermata storicamente dai movimenti religiosi e giusnaturalistici che più da vicino e con maggior forza si sono appellati ad una ragione eterna e all’universale natura umana. L’uomo non viene “gettato” nel mondo, come vorrebbe un certo esistenzialismo, ma vi entra dotato di quella grazia concessa da Dio a tutti;ed è questo il dono che costituisce l’individualità autentica e la dignità dell’umano destino. Per questo motivo la libertà è sacra ed è capace di intaccare il sostrato economico e smascherare davvero il feticismo delle ideologie economicistiche e deterministiche che non fanno altro che proclamare il primato della materia e la mercificazione dello spirito. Risorge la coscienza dalla soggettività attiva che impone la propria indeclinabile dialettica in rapporto alla limitante struttura economica particolare e alla vocazione libertaria universale. Nel momento in cui il nostro Paese offre lo spettacolo di una tirannide consolidata e del suo accordo con la Chiesa attraverso i Patti Lateranensi, Croce va proclamando la sua fiducia nell’immortale valore del principio della libertà e fa le sue riflessioni religiose, che sono anche meditazioni etiche, civili e storiche, come quelle molto apprezzate che si trovano nella Storia d’Europa del 1932:“La concezione della storia come storia della libertà aveva suo necessario complemento pratico la libertà stessa come ideale morale:ideale che infatti era cresciuto con tutto il pensiero e il moto della civiltà, ed era passato nei tempi moderni dalla libertà come complesso di privilegi alla libertà come diritto di natura, e da questo astratto diritto naturale alla libertà spirituale della personalità storicamente concreta;e si era fatto via via più coerente e saldo, avvalorato dalla corrispondente filosofia, per la quale quella stessa che è legge dell’essere è legge del dover essere” (35). 

Accanto al chiaro elogio del movimento giusnaturalistico, che fornisce l’idea universale della libertà e della coscienza morale e che esalta la vocazione libertaria dell’individuo, in Croce si scorge un sicuro avvicinamento al Cristianesimo, in quanto la stessa soggettività viene illuminata dalla Grazia ed acquista un’evidente radice sovramondana. Questa radicalità suprema è la stessa personalità, che non può esaurirsi nella mera utilità di estrazione materialistica. Cristianesimo e Illuminismo, che un tempo erano categorie contrapposte, diventano due realtà comunicanti e due modalità della medesima realtà che è unitariamente storica e metastorica, relativa e assoluta. L’esigenza crociana approda in fine all’apertura del giusnaturalismo verso la storicità e del Cristianesimo verso la laicità del riconoscimento della sua esistenza metafisica. Sono i laici, più che i clericali, coloro che possono sopportare lo scandalo di una liberazione rivoluzionaria dell’umanità voluta da Dio, che ha concesso il dono della vita spirituale. Sono soltanto loro che possono presentarsi direttamente e senza ulteriori mediazioni al cospetto del Signore e invocare e ricevere la sua Grazia come dono di spiritualità liberatrice. Il commento crociano del celebre episodio della donna adultera nell’evangelo giovanneo dà un’interpretazione né dottrinaria né legalitaria della colpa e fornisce un notevole contributo a favore di un altro tipo di Cristianesimo a-clericale, che introduce nella storia religiosa un nuovo modo di sentire, uno stile interiore ricco di pietà e privo di formalità capziose, quali sono quelle dei farisei e degli scribi:“Ecco gli scribi e i farisei che se ne stanno attaccati alla legge con un attaccamento rabbioso che dà il legame alla loro fazione o partito, e se ne vengono ora sicuri e gioiosi di aver colto in trappola Gesù e il suo insegnamento, costringendolo con le domande che gli muovono o a disconoscere apertamente l’autorità della legge o a recedere, impacciato e timido, dalle cose che soleva insegnare. E innanzi a loro, sospinta da loro, è una donna, un’umana creatura, che dall’ebbrezza a cui si era abbandonata si vede a un tratto trabalzata alla incombente minaccia e all’attesa di un atroce castigo” (36). Gesù insomma è il creatore di un nuovo stile e di una nuova eticità cristiana che, come nel Discorso della montagna, sconvolge il vecchio quadro formalistico-utilitaristico e introduce l’elemento nuovo e dirompente del disinteresse nel pensare e nell’agire e della pura coscienza individuale, cui bisogna appellarsi per ottenere la grande pacificazione tra cielo e terra. E’ questa la verità semplice e sconvolgente del Cristianesimo che non è più la religione dei chierici, bensì quella dei laici, come del resto teorizza San Paolo quando osserva che bisogna andare al di là della legalità clericale e conciliarsi finalmente con l’unica sovranità della coscienza:“Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità[…] Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete più sotto la legge (Lettera ai Galati, 5, 13-18). E nella Lettera ai Romani, 2, 13-14 egli pone la coscienza prima e al di sopra di ogni legge:“Perché non coloro che ascoltano la legge sono giusti davanti a Dio, ma quelli che mettono in pratica la legge saranno giustificati. Quando i pagani, che non hanno la legge, per natura agiscono secondo la legge, sono legge a se stessi”. In fondo, è questa la grande e sconvolgente novità cristiana, ammette Croce, e cioè l’affermazione secondo cui la grandezza dell’uomo sta nella coscienza individuale e nell’azione interiorizzata e spiritualizzata dalla forza del cuore e dalla libertà dell’anima. Rivendicare ai laici il nome di cristiani è operazione che Croce compie negli ultimi anni con spirito di servizio nei confronti della verità storica. Il Cristianesimo è la più grande rivoluzione che l’umanità abbia mai compiuto ed esso scaturisce proprio da uno spirito laico che ha ricevuto da Dio e che ha saputo accogliere un indirizzo nuovo di universale apertura morale e religiosa. La casta sacerdotale, aggrappata al potere e agli interessi mondani, non sarebbe stata capace di recepire la grande novità libertaria. La rivoluzione cristiana opera nel centro dell’anima, nella coscienza, ed esalta l’interiorità e rifiuta la vuota e formalistica ritualità di scribi e farisei e fa compiere azioni stupende perché pure e disinteressate: “La coscienza morale, all’apparire del cristianesimo si avvivò, esultò e si travagliò in modi nuovi, tutt’insieme fervida e fiduciosa, col senso del peccato che sempre insidia e col possesso della forza che sempre gli si oppone e sempre lo vince, umile ed alta, e nell’umiltà ritrovando la sua esaltazione e nel servire a Signore la letizia. E si tenne incontaminata e pura, intransigente verso ogni allettamento che la traesse fuori di sé o la mettesse in contrasto con se stessa[…] e la sua legge attinse unicamente dalla voce interiore, non da comandi e precetti esterni, che tutti si provano insufficienti al nodo che di volta in volta si deve sciogliere, al fine morale da raggiungere, e tutti, per una via o per un’altra, risospingono nella bassura sensuale e utilitaria. E il suo affetto fu di amore, amore verso tutti gli uomini, senza distinzione di genti e di classi, di liberi e di schiavi, verso tutte le creature, verso il mondo che è opera di Dio e Dio che è Dio d’amore e non sta distaccato dall’uomo, e verso l’uomo discende e nel quale tutti siamo, viviamo e ci moviamo” (37). 

Con stile inusualmente poco lineare, sintomo quasi di imbarazzato turbamento, almeno nelle pagine iniziali, Croce riesce a dimostrare nel famoso saggio (per la verità, più citato che capito) Perché non possiamo non dirci <cristiani> che l’etica e la religione antiche vengono tosto “superate e risolute nell’idea cristiana della coscienza e della ispirazione morale” e “nella nuova idea di Dio nel quale siamo, viviamo e ci moviamo”. La storia dell’uomo alla fine confluisce nell’evento rivoluzionario del Cristianesimo, di cui tutta la modernità è figlia, ed impregna il pensiero e la vita morale di ciascun individuo e introduce un conflitto intramontabile tra immanenza e trascendenza, “tra la morale della coscienza e quella del comando e delle leggi, tra l’eticità e l’utilità, tra la libertà e l’autorità, tra il celeste e il terrestre che sono nell’uomo” (38). Il Dio cristiano è la morale che detta dentro e la religiosità che trascende i dati empirici e “sempre ci supera e sempre è noi stessi” e che non è un mistero all’occhio della logica mistica o dialettica: “E il Dio cristiano è ancora il nostro, e le nostre affinate filosofie lo chiamano lo Spirito, che sempre ci supera e sempre è noi stessi;e se noi non lo adoriamo più come mistero, è perché sappiamo che sempre esso sarà mistero all’occhio della logica astratta e intellettualistica[…]ma che limpida verità esso è all’occhio della logica concreta, che potrà ben dirsi<divina>, intendendola nel senso cristiano come quella alla quale l’uomo di continuo si eleva e che, di continuo congingendolo a Dio, lo fa veramente uomo” (39). La funzione dinamica e attiva del trascendentale orienta così libertariamente lo spirito umano e attribuisce un senso positivo non solo alla religione e alla morale, in quanto non siano impregnate di utilitarismo, ma anche alla componente noumenica del nostro essere. In questo senso la scrupolosa e religiosa via del dovere 

terreno incontra la trascendenza divina nella voce della coscienza e della verità ed entra risoluta nella sfera ontica, che non si lascia inaridire dalla mondanità. Qui entra in azione il nesso tra soggetto e predicato, umano e divino, finito e infinito, temporale ed eterno, nel quale risiede il mistero dell’universo o, meglio, la teleologia dell’esistenza:“Nella sua mondanità di umanista e di storico, Croce era rivolto più all’infinito che al finito, e il suo storicismo, in luogo d’esser un idolatrico culto delle cose, era un riconoscimento dell’onnipresenza ed onnipotenza dello Spirito creatore e reggitore dell’universo, di quel Dio col quale <siamo e dobbiamo essere a contatto tutta la vita> ” (40). La citazione è tratta dal Commento a Croce di Carlo Antoni, primo grande interprete del filosofo napoletano, e rivela una verità inedita, e cioè che in realtà lo storicismo crociano non si risolve affatto in un culto della mondanità e del finito, giacché il suo nucleo essenziale risiede nel rapporto tra relativo e assoluto, immanente e trascendente, ed è in questo rapporto che il soggetto finito(individuo e mondo)non può stare senza l’altro termine. La laicità crociana riporta però in auge anche il primo termine, poiché non può esistere teologia senza antropologia. Dio si definisce insomma nel mondo, come il mondo e l’uomo e la stessa storia si definiscono e riconoscono nell’opera infinita di Dio. 

Croce appartiene mentalmente al secolo della critica e dell’Enciclopedia, come Kant;e come lui è “figlio della terra” che guarda verso il cielo e di un razionalismo che non distrugge la fede, ma la rafforza se essa è autentica e sincera e s’incontra con le istanze etiche. E come le vere categorie kantiane restano quelle della ragione teleologica, così le categorie crociane sono date dall’idea dell’anima razionale come principio sintetico, regolativo e costitutivo di ogni attività. Il suo laicismo sta nella distinzione delle funzioni dell’unica e medesima razionalità, di cui l’uso teoretico si rivela essenziale e dominante all’interno di una “poieticità” trasversale. Negli anni in cui scrive la Storia d’Europa egli non respinge più, nemmeno formalmente e polemicamente, il ricco e complesso movimento dei Lumi ed in particolare il giusnaturalismo, anzi li accoglie favorevolmente come potenza imprescindibile e abbandona l’idea pragmatica della politica come pura forza e recupera l’intima essenza di un Illuminismo religioso e metafisico. Con Kant poi stabilisce un nuovo rapporto interpretativo che ne determina finalmente la difficile supremazia su Hegel per modernità, sensibilità e profondità. 

E’ questo un dato filosofico che non deve apparire paradossale e che spiega come Croce possa rivolgere a Dio il famoso ringraziamento per “la suprema nostra forza”, accusare la dura filosofia tedesca contemporanea di essere diventata “miserabilmente areligiosa e amorale”, e persino di mettersi “per gran parte ai servigi del nazismo e del razzismo”, con esiti sconvolgenti e spudorati, respingere con orrore l’idea hegelo-gentiliana dello Stato etico e impiegare, senza bisogno di conversioni e adattamenti più o meno rapidi, il suo liberalismo nella lotta contro il fascismo. Tutto ciò equivale, di nuovo, alla più alta esaltazione contestuale del Cristianesimo e del liberalismo, e dell’Illuminismo come movimento di lunga durata sia religioso che laico-libertario:“Che nella storiografia più recente siano stati meglio determinati taluni aspetti del Settecento è cosa altrettanto indubitabile quanto ovvia. […]In verità il riconoscimento della grande opera di quel secolo, in cui fu come non mai affermato il diritto e la potenza della Ragione, si legge, per non parlare di Kant, già in Hegel;e l’opposizione che si svolse contro la sua ideologia, o piuttosto la correzione e il completamento che se ne diede, consisté unicamente nel concepire, approfondendo il processo mentale in quel secolo iniziato, la Ragione non in modo astratto ma storicamente operosa e operante[…]e gli studiosi sappiano che nessuno sconvolgimento è accaduto nei concetti generali circa il Settecento e che soltanto la nostra conoscenza di quel secolo si vien facendo, com’è naturale, sempre più ricca e intima” (41). In altri termini, la libertà e Dio non sono più in contrasto ed anzi sono componenti della medesima coscienza:contenuti e princìpi di una teleologia di cui si chiede la realizzazione nella storia e nella vita individuale e sociale. Essi non appartengono ad una confessione religiosa, anche se dal punto di vista etico si avvicinano alle posizioni del Calvinismo, a cui Croce guarda con simpatia tracciando l’intenso e commosso ritratto di un suo rappresentante italiano fuggito in Svizzera, a Ginevra, il marchese Galeazzo Caracciolo. 

Questo è anche il patrimonio spirituale più intimo dell’Illuminismo che determina il primato di un pensiero critico ormai pervenuto alla raffinata ed indiscutibile capacità di rispettare e vivere l’interiorità e l’esteriorità della dimensione religiosa e di escludere dall’orizzonte mentale soltanto la superstizione, il fanatismo e la dogmaticità fideistica, e di ristabilire la conciliazione profonda tra moralità e religiosità, là dove sussistano differenze o contrasti. La religione, così concepita, cessa di essere un errore pericoloso ed un elemento estraniante per assumere invece una connotazione positiva, umanizzante e laica, e realizzare l’essenza sintetica e “poietica” dell’umanità. Le strutture di questo Illuminismo storicizzante non sono più quelle di estrazione cartesiana, puramente analitiche e intellettualistiche, contro le quali si era scagliato il nostro Giambattista Vico prima che lo facesse il giovane Croce in nome del forte realismo storico. La verità della riconquistata religione crociana dei “Lumi” sta nella scoperta del suo carattere storico e libertario contro i fanatici dell’intelletto e gli zelanti dell’obbedienza passiva alla pura legalità.


Note

1) B. Croce, Logica come scienza del concetto puro, Laterza, Bari 1917, p. 2182 

2) L. Geymonat, Storia del pensiero filosofico e scientifico, VI, Garzanti, Milano 1972, p. 526

3) Ibidem, pp. 526-527

4) B. Croce, Estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale, Laterza, Bari1912, p. 3

5) B. Croce, Breviario di estetica, Laterza, Bari 1943, p. 135

6) B. Croce, Intuizione e illuminazione, in La Critica, anno XXXI, 20 settembre 1933, pp. 399-400

7) B. Croce, Breviario di estetica, cit. p. 137

8) B. Croce, La poesia, Laterza, Bari 1966, p. 12

9) Ibidem, pp. 11-12

10) B. Croce, Estetica come scienza dell’espressione, cit. , pp. 17-18

11) F. Chabod, Croce storico, in Lezioni di metodo storico, Laterza, Bari 1972, pp. 220-221

12) B. Croce, La storia come pensiero e come azione, Laterza, Bari 1965, pp. 170-171

13) Ibidem, pp. 162-163

14) B. Croce, La dignità storica, in La Critica, anno XXIII, 20 gennaio 1925, p. 62

15) Ibidem

16) Ibidem, p. 63

17) G. Sasso, Per invigilare me stesso. I taccuini di lavoro di Benedetto Croce, Il Mulino, Bologna 1989

18) B. Croce, Contributo alla critica di me stesso, in Etica e politica, Laterza, Bari1967, p. 337

19) G. F. Hegel, Introduzione alla storia della filosofia, trad. it. Laterza, Bari 1962, p. 91

20) E. Agazzi, Gli sviluppi del pensiero crociano dal 1895 al 1900, in Id. , Il giovane Croce e il marxismo, Einaudi, Torino 1962, pp516-517

21) E. Agazzi, Appendice, in Il giovane Croce e il marxismo, cit. , p. 610

22) Ibidem, p. 622

23) B. Croce, Sulla forma scientifica del materialismo storico, in Materialismo storico ed economia marxistica, Laterza, Bari1927, pp. 9-10

24) B. Croce, Della circoscrizione della dottrina del materialismo storico, in Materialismo storico ed economia marxistica, cit. p. 79 

25) G. Gentile, Una critica del materialismo storico, in La filosofia di Marx, Sansoni, Firenze 1959, p. 40

26) B. Croce, Il primato del fare, in Filosofia-Poesia-Storia, Adelphi, Milano1996, p. 41

27) U. Spirito, La filosofia del comunismo, in Il comunismo, Sansoni, Firenze 1970, pp. 98-99 

28) B. Croce, Soliloquio di un vecchio filosofo, in Discorsi di varia filosofia, I, Laterza, Bari1959, pp. 226-227

29) Ibidem, p. 228

30) Ibidem, 293

31) Ibidem, 299

32) Ibidem, pp. 299-300

33) Ibidem, p. 300

34) B. Croce, Gratitudine, in Discorsi di varia filosofia, II, cit. , pp. 297-298

35) B. Croce, Storia d’Europa nel secolo decimonono, Laterza, Bari 1965, p. 13

36) B. Croce, Gesù e l’adultera, in Filosofia-Poesia-Storia, II, Treccani, 2006, p. 722

37) B. Croce, Perché non possiamo non dirci <cristiani>, in Discorsi di varia filosofia, I, pp13-14

38) Ibidem, p23

39) Ibidem

40) C. Antoni, Commento a Croce, Neri Pozza, Venezia 1964, p. 119 

41) B. Croce, La pretesa rivendicazione del Settecento, in La Critica, anno XXXII, 20 luglio 1935, pp. 316-317.

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