L’intervento in Kosovo, sotto ombrello Nato, la partecipazione a “Enduring Freedom” sotto guida americana, l’invio in Iraq di “Antica Babilonia” sono state e sono tutte missioni oggetto di polemiche furibonde tra i poli e dentro i poli: è cronaca politica attuale su cui non è il caso di ripetersi.
L’intervento in Kosovo, sotto ombrello Nato, la partecipazione a “Enduring Freedom” sotto guida americana, l’invio in Iraq di “Antica Babilonia” sono state e sono tutte missioni oggetto di polemiche furibonde tra i poli e dentro i poli: è cronaca politica attuale su cui non è il caso di ripetersi.
Conviene però spendere qualche parola in più su uno degli argomenti che, in questo contesto di particolarissime interpretazioni costituzionali, è stato brandito come una clava per sbugiardare l’avversario politico: l’ art.11 della Costituzione.
Qui troviamo il principale riferimento della partecipazione dell’Italia all’ordinamento internazionale.
In estrema sintesi:
-si esclude che lo Stato italiano usi il mezzo della guerra per risolvere una controversia con un altro Stato. Viene quindi ripudiata la guerra di aggressione.
-si consente che lo Stato italiano, in condizioni di parità e giustizia con altri Stati, limiti la propria sovranità, per favorire la pace e la giustizia tra le Nazioni.
-si attribuisce allo Stato un compito di propulsione e sostegno a tutte le iniziative internazionali dirette a favorire la pace e la sicurezza internazionale.
Direttive che così appaiono scritte sul testo costituzionale e che ovviamente necessitano di interpretazione; ammesso e non concesso che a questo siano mai stati intenzionati tutti coloro che in questi mesi hanno tirato in ballo il citato articolo.
Sono disposizioni che, come sa bene anche uno studente di giurisprudenza iscritto al primo anno, vanno analizzate sia dal punto di vista sistematico che storico; difficile perciò, nel caso si voglia realmente interpretare e non intraprendere una polemica politica, esimersi dal non leggerle congiuntamente.
Pare invece che i nostri improvvisati costituzionalisti, sia da quelli con la kefia, sia da quelli con i gagliardetti Mediaset, abbiano fatto ben altro.
Non è difficile rendersene conto.
Un’eccellente termometro per valutare queste interpretazioni a dir poco disinvolte dell’art. 11 è la rete, con i suoi blog, i suoi forum politicamente schierati.
Da un lato abbiamo chi, richiamando Hobbes (??), esplicitamente ritiene l’art.11 un non-senso, un’illogica autolimitazione della sovranità, redatto, quando il paese era avvilito, “da un gruppo di parlamentari privi di legittimazione e di scienza”.
Considerazioni schiettamente politiche, nate forse sull’impeto di polemiche molto contingenti, da parte di chi proprio sente estranea, e non soltanto inadeguata e non più attuale, la Carta Costituzionale del ’48; di certo in palese contraddizione con coloro che si proclamano eredi di De Gasperi: forse uno dei tanti effetti collaterali (denominati anche chiacchiere in libertà) nati da alleanze elettorali che pretendono di fondere gli opposti in maniera virtuosa, missini ben poco redenti dal loro antagonismo, ex Dc, moderati che poco si moderano, liberisti (a chiacchiere) poco liberali.
L’altro schieramento non è da meno per quanto riguarda esegesi costituzionali sui generis.
Rimaniamo sempre nelle vesti di studente del primo anno di giurisprudenza.
Dubito che ad alcun aspirante dottore in legge sia mai stato raccontato di un art. 11 quale ideale pacifista di ripudio della guerra; sarà stato insegnato semmai che la prescrizione non deve essere letta isolatamente, ma nel contesto di tutti i valori espressi dalla Carta Costituzionale, che non si esauriscono nella pace, ma comprendono anche la sicurezza; ovvero un art. 11 che vieta la guerra di aggressione, ma non ad esempio una guerra di legittima difesa, sia che si tratti di difendere il territorio nazionale, sia che si tratti di venire in soccorso di uno Stato aggredito.
I pacifisti “senza se e senza ma” (“pacifinti” secondo la perfida definizione di Giovanni Sartori) che vogliano usare l’art. 11 a sostegno delle loro tesi, quasi come se nel nostro ordinamento le Forze Armate fossero qualcosa di estraneo ed incostituzionale, ben difficilmente faranno rilevare l’esistenza di altri articoli quali il 52 e il 103.
E difatti citano esclusivamente quattro parole: “L’Italia ripudia la guerra……“.
Tutto il resto è proprio dimenticato.
Andando più nel concreto possiamo ricordare come gli interventi militari che, a partire dal 1999, hanno fatto rispolverare l’art. 11 in chiave pacifista, siano difficilmente ascrivibili ad una categoria di illiceità e perciò inquadrabili come palesi lesioni del citato articolo.
Per quanto riguarda il Kosovo, anche a non voler considerare la giustificazione di “intervento umanitario”, va considerato che l’azione militare, comunque difficilmente compatibile con una sorta di quella “guerra d’aggressione” (considerazione che ha visto concordi leghisti, esponenti di estrema destra e di estrema sinistra), sarebbe stata poi sanata, dal punto di vista del diritto, con una risoluzione del Consiglio di Sicurezza.
L’intervento in Afghanistan, inquadrato dalla dottrina maggioritaria quale legittima difesa collettiva contro gruppo terroristico, è stato legittimato sia dalle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, sia dal consenso del governo afgano.
Su un crinale più delicato l’operazione Antica Babilonia in Iraq, in merito alla quale però va considerato che le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza distinguono il ruolo di Regno Unito ed USA da quello degli altri Stati; senza considerare poi che, almeno sulla carta, l’occupazione formalmente è cessata e la presenza di truppe militari straniere è legittimata dal governo provvisorio iracheno.
Si potrà replicare siano tutti escamotage per dissimulare ben altra realtà; ma allora non risulta coerente chi, per negare legittimità alle missioni delle nostre Forze Armate, prima basa la sua polemica sull’assenza dell’ONU, e poi, quando una risoluzione finalmente compare, la cosa non è più oggetto di interesse.
Fin qui ho abusato dei termini “legittimo” e “legittimazione”: una ripetizione quasi cacofonica, ma onestamente non potevo fare altrimenti visto che gran parte delle diatribe pro o contro l’invio dei militari italiani all’estero si sono basate su una poco limpida commistione tra diritto e scelte politiche.
Ritengo siano perfettamente “legittime” certe posizioni, al di là dal considerarle a dir poco ipocrite e dettate da motivazioni che parlano alle viscere di certo elettorato più che alla loro razionalità: fanno comunque parte di una lotta politica che in Italia vede protagonisti personaggi, eletti ed elettori, che non brillano per la loro moderazione; non resta che prenderne atto.
Ben altro è tirare in ballo il diritto internazionale ed usarlo come giustificazione di scelte ed umori del tutto politici.
Due piani che dovrebbero stare rigorosamente distinti.
Dovrebbero, ma sappiamo bene che l’Italia è un paese molto particolare dove di certe commistioni si scandalizzano ben pochi; e purtroppo non soltanto coloro che, in buona fede, sono soltanto disinformati.
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