Nel campo della bioetica si ci si pone spesso la domanda se un qualche tipo di pratica sia moralmente doverosa o meno: “è moralmente doveroso per un medico rispettare la volontà di un paziente qualora questa volontà leda la salute del paziente stesso?”

Nel campo della bioetica si ci si pone spesso la domanda se un qualche tipo di pratica sia moralmente doverosa o meno: “è moralmente doveroso per un medico rispettare la volontà di un paziente qualora questa volontà leda la salute del paziente stesso? È moralmente doveroso per il medico cercare sempre di salvare il proprio paziente anche qualora questi si opponesse ad un certo trattamento reputando indegna la vita che si troverebbe a vivere? Un medico le cui convinzioni religiose impediscano di effettuare certi interventi può scegliere di non servire l’autonomia privata del paziente appellandosi all’obiezione di coscienza o ha il dovere morale di svolgere la sua professione indipendentemente dal suo credo? Il saggio che segue si propone di esporre, muovendo dalla critica del pensiero della cattolica Gertrude Elizabeth Mary Anscombe , l’idea secondo la quale il concetto di “dovere morale” ha bisogno per essere usato adeguatamente di uno sfondo concettuale ormai svanito e che pertanto lo rende una mera sopravvivenza psicologica. Alla luce di ciò e di una critica alle posizioni morali tradizionali si suggerisce il ritorno ad una concezione formativa e perfezionista della morale, che induca ad analizzare le situazioni di inizio e fine vita attraverso un altro tipo di concezione etica, nella quale il concetto di dovere morale venga sostituito  da quello di virtù

Il concetto di dovere morale

Da cosa acquista importanza la nostra indagine, dal momento che sembra soltanto distruggere tutto ciò che è interessante, cioè grande ed importante? (Sembra distruggere, per così dire, tutti gli edifici lasciandosi dietro soltanto rottami e calcinacci.). Ma quelli che distruggiamo sono soltanto edifici di cartapesta, e distruggendoli sgombriamo il terreno del linguaggio sul quale essi sorgevano. (1)

Il procedimento di delucidazione concettuale così descritto da Wittgenstein nelle Ricerche Filosofiche viene adottato, come in un gioco di scatole cinesi, da Gertrude Elizabeth Mary Anscombe , che, attraverso la spiegazione delle tre tesi che aprono il suo saggio Modern Moral Philosophy , porta lentamente a riconoscere come vuote e prive di significato le varie ‘scatole’ in cui si tenta di inserire i propri concetti di “obbligo” “dovere” “giusto” “sbagliato” (in senso morale). Secondo la sua teoria, infatti, i concetti di obbligo e dovere esistono solo come sopravvivenza psicologica, poiché essi si rifanno a una concezione etica, basata sulla fede in un legislatore divino, non più esistente. Il concetto di “dovere morale” era intrinsecamente legato ad una certa concezione etica che, in virtù delle credenze e delle pratiche che la caratterizzavano, faceva sì che esso assumesse un senso speciale, normativo, e chiaramente intelligibile. La questione è che la “pseudo nozione” di obbligo morale, da un lato condivide delle caratteristiche con la nozione corretta che figura nella concezione legalistica dell’etica, ma allo stesso tempo non ha i requisiti di sfondo, inteso come sfondo di pratiche e di pensiero, necessari per l’intelligibilità di un concetto con queste caratteristiche. Quello del concetto di dovere morale è un caso in cui trasferiamo un’espressione da un contesto a un altro senza trasferirne l’uso in modo completo ma al massimo un qualche significato, che risulta però insufficiente all’intelligibilità del concetto. Questo il paradosso che in modi differenti viene messo in luce da diversi autori. Essi condividono almeno quattro punti individuati da Conant:

1- viviamo un’illusione di senso quando crediamo di poter mantenere alcune caratteristiche di un concetto gettandone via delle altre.

2- l’attrazione verso alcune forme di confusione morale e religiosa è legata al desiderio di eludere alcune domande morali o religiose.

3- cerchiamo di mantenere quelle caratteristiche dei nostri concetti morali o religiosi che conferiscono alle nostre vite l’apparenza di essere in accordo con i concetti originari, sperando di non essere in alcun modo (teoricamente o in concreto) disturbati dal nostro attaccamento a queste caratteristiche del concetto.

4- alcune forzature del nostro discorso morale mantengono un’aura di forza valutativa pur essendo prosciugate del loro senso.

Perdere i propri concetti

Nella filosofia moderna e contemporanea, sono stati in molti ad occuparsi di quel problema che, utilizzando il titolo di un saggio di Cora Diamond, potremmo definire “perdere i propri concetti”. (2)

Si può affermare, infatti, che la Anscombe si inserisca in quel dibattito che tra il 1950 e il 1960 ha coinvolto filosofi di tradizione analitica in una lettura nuova dell’opera di Wittgenstein, a partire dalla quale si afferma la forte necessità di una delucidazione concettuale, in particolare per quanto riguarda i concetti impiegati nella nostra morale. Per Wittgenstein, infatti:

… la nebbia si dissipa quando studiamo i fenomeni del linguaggio nei modi primitivi del suo impiego, nei quali si può avere una visione chiara e completa dello scopo e del funzionamento delle parole … (3)

Il senso di una simile affermazione era volto a dissolvere alcune immagini imposte, alcune gabbie in cui l’individuo rinchiude la propria realtà concettuale, in modo da ridescriverla e vedere i diversi usi che fa delle parole e i significati che ad esse, di volta in volta, attribuisce.

Come Cora Diamond, la Anscombe ritiene che la vita morale delle persone sia una vita propriamente concettuale. L’idea che accomuna gli attori di questo dibattito sull’etica, è quella che la filosofia debba fare attenzione al contesto linguistico in cui si colloca la vita morale degli esseri umani. Con l’espressione “contesto” essi intendevano quel fitto tessuto di aspetti della vita degli individui, pratici, psicologici, emotivi, relazionali, all’interno del quale si collocano le considerazioni morali. Si tratta di fatti naturali, concettuali, storici e personali:

Questi autori non ritenevano che il contesto che rende intelligibile una considerazione morale possa cristallizzarsi nelle caratteristiche formali di certi enunciati, ma sostenevano al contrario che alcune parole, come “dovere” e “buono” e molte altre con loro, possono svolgere quel ruolo, avere quella forza, solo in virtù di un più ampio contesto spesso sotterraneo. (4)

Una certa filosofia del linguaggio, esemplificata per Diamond da Richard Marvin Hare, concepiva, in quegli anni, l’idea di “delucidazione concettuale” come la necessità di una semplice descrizione degli usi linguistici caratteristici del nostro linguaggio. Fu così che Hare, per Diamond, ritenne di aver esaurito il compito della filosofia del linguaggio avendo compiuto un’analisi esclusivamente logica di regole formali (prescrettività, universalità e soverchianza) proprie del linguaggio morale tout court. Per questi filosofi le regole erano appurabili indipendentemente da quel “pattern of use” o “framework” del concetto che sembra essere così centrale nelle descrizioni fornite dai filosofi sopra citatiL’idea che la logica morale degli enunciati fosse appurabile a prescindere dal contenuto, dallo sfondo concettuale, dai sentimenti che ad essi si accompagnano da cui, anzi, essi sono permeati, è proprio ciò che i filosofi del tipo “ Anscombe – Diamond” rifiutano:

Quel gruppo di filosofi era interessato a sviluppare, in modi molto diversi tra loro, l’idea tipica della filosofia analitica di quel tempo, che le considerazioni morali trovano il loro fondamento, e cioè il loro punto e la loro dimensione, in un determinato contesto. (5)

Il saggio di Diamond, Perdere i propri concetti, si pone lo scopo di mettere in evidenza le varie possibilità che si hanno di intraprendere o meno una “vita- con- un- concetto”. Questa espressione “vita- con – il – concetto” ha per l’Autrice un carattere specifico:

Afferrare un concetto (persino il concetto di essere umano, che è un concetto descrittivo se mai ve ne sono) non è solo una questione di saper raggruppare certe cose sotto quel concetto: significa essere in grado di partecipare alla vita- con- il- concetto … la vita con il concetto di essere umano è molto diversa dalla vita con il concetto di membro della specie Homo Sapiens. Essere in grado di pensare al concetto di “essere umano” vuol dire essere in grado di pensare alla vita umana e a quello che succede in essa … la critica che sto avanzando può essere messa in questi termini: i filosofi linguisti hanno importato nel loro esame del linguaggio una visione impoverita di ciò che può far parte della nostra vita concettuale. (6)

L’intento del saggio della Diamond non è quello di fornirci una soluzione riguardo al problema della perdita dei concetti, ma di portarci a riflettere su cosa questa perdita potrebbe comportare, in positivo e in negativo, per le nostre vite morali. Per far questo l’Autrice analizza, tramite filosofia e letteratura, quali siano pro e contro del partecipare o meno alla vita con un concetto. L’idea che pervade l’intera raccolta è quella di mostrare come un lavoro di riappropriamento di alcuni concetti, ed eventualmente di rifiuto di altri, potrebbe arricchire la vita morale e renderla maggiormente intelligibile a se stessi. In questo filone della filosofia che ritiene sia necessario rivolgere l’attenzione al contesto di affermazione degli enunciati, Diamond inserisce il lavoro di Anscombe , come rappresentante dell’idea che nel caso di alcuni concetti, come quello di dovere morale, sarebbe la perdita o l’abbandono a conferire intelligibilità al nostro mondo morale.

Anscombe e la moderna filosofia morale

Nel 1958 Gertrude Elizabeth Mary Anscombe pubblica il saggio intitolato Modern Moral Philosophy. Gli argomenti trattati in questo scritto sono numerosi e complessi e senza dubbio esso ha rappresentato e rappresenta tuttora un punto cardine della discussione che riguarda l’etica attuale, e si può dire abbia il merito di aver modificato il modo di concepire le teorie normative. In esso, la Anscombe critica il legame tra la filosofia morale moderna e un’etica basata su concezioni legalistiche, poiché una concezione legalistica dell’etica può accordarsi solo con le idee di obbligo e di colpa, di cui sarebbe il caso liberarsi. In secondo luogo evidenzia errori concettuali causati da una cattiva o addirittura assente riflessione e delucidazione riguardo l’impiego di alcuni termini largamente utilizzati. Infine analizza e critica teorie morali precedenti e contemporanee proponendo una nuova visione dell’etica a partire da un ritorno alla concezione dell’individuo come portatore di virtù.

Il saggio della Anscombe si apre, dunque, con l’enunciazione di tre tesi.

  • Nella prima, riguardante il futuro della filosofia morale, afferma che essa è destinata all’insuccesso fin quando non vi sarà una filosofia della psicologia adeguata ad assolvere il compito di delucidazione concettuale necessario affinché essa possa essere sviluppata.
  • La seconda tesi afferma la necessità di rigettare concetti come “deve”, “dovrebbe”, “ha bisogno di”, “moralmente giusto”, “moralmente sbagliato”, perché reputati mere sopravvivenze psicologiche legate ad una concezione legalistica dell’etica, da tempo superata. Questo modo di descrivere il mondo morale e di attribuirgli un senso speciale legato all’idea di un legislatore divino, limita e confonde la capacità di rendere intelligibile a se stessi le proprie azioni e i propri pensieri.
  • La terza tesi, infine, afferma l’insuccesso e la scarsa differenziazione cui la filosofia morale moderna è andata incontro a partire da Henry Sidgwick fino ai giorni in cui la Anscombe scrive, proponendo un nuovo orientamento della stessa.

Il primo passo che la Anscombe compie è quello di cercare di rintracciare in filosofi e filosofie precedenti, una spiegazione del modo attuale di parlare di “bontà morale”, “dovere morale”, “obbligo”, “colpa” eccetera. Sia il razionalismo d’ispirazione kantiana che l’utilitarismo si sono affidati, secondo Anscombe erroneamente, all’idea che esistessero principi universalmente applicabili. A suo giudizio, l’errore di queste teorie è nel fondarsi su rigide regole morali applicabili ad ogni contesto. Ne risulterebbe così un rigido codice morale basato su un concetto di obbligo, simile a quello che deriva dall’etica legalistica religiosa, che sarebbe però privo di senso poiché esso non si richiamerebbe più alla figura di un legislatore. Nel caso di Kant, in particolare, Anscombe afferma che è impossibile essere legislatori di se stessi. A se stessi si possono dare regole, ma esse sono revocabili e non vincolanti. Per quanto riguarda le teorie contrattualiste, esse non risultano soddisfacenti poiché ancora una volta si assiste ad una illusione di senso dal momento che non si può realmente essere sottoposti ad un contratto senza averlo effettivamente accettato e nuovamente si fa appello ad una legge morale che non ha ragion d’essere. È proprio l’esistenza di questo senso speciale di legge che Anscombe vuol negare, in ogni sua formulazione.

Nell’affrontare le tesi di David Hume la questione si fa più complessa. Anscombe torna più volte nel suo saggio a trattare aspetti della filosofia humeana poiché ne condivide alcune conclusioni. Hume ha, infatti, il merito di aver mostrato, sebbene in modo sofistico, come il concetto di “dovere” non sia realmente intelligibile. Per Hume, le passioni sono essenze originarie che si modificano reciprocamente e la morale corrisponde all’operare di tali passioni, oggetto di sentimento e non di giudizio, regolate da un criterio di correzione e stabilizzazione. La verità non si applica che a relazioni d’idee e questioni di fatto; tutta quella gamma di azioni che non rientrano sotto queste descrizioni, che corrisponde a gran parte di esse, e in particolare quelle riguardo alle quali sentiamo di aver bisogno di poter inferire un passaggio da è a deve, non ricade sotto la sfera dell’applicabilità del giudizio. Affermando l’impossibilità di attribuire giudizi di verità a tutto ciò che non sia una relazione d’idee o una questione di fatto, Hume mostra l’inconsistenza di un “devo” che non ha giustificazione filosofica. Ciò che però ne risulta è che egli esclude la possibilità stessa di emettere giudizi etici riportando tutto alla dimensione delle passioni. Le estreme conseguenze del ragionamento humeano non possono soddisfare Anscombe secondo la quale il riferimento alle passioni escluderebbe la possibilità stessa di un’etica normativa. Anscombe vuole invece affermare la possibilità di un’etica normativa che, restituendo alla sfera morale una sua peculiarità e specificità, allo stesso tempo riposizioni al centro del contesto morale i suoi reali attori nonché legittimi possessori, gli esseri umani.

Secondo Anscombe è questa l’attuale sfida per la filosofia morale, ed è compito dell’etica fornire queste spiegazioni. Come affermato, le teorie morali precedenti non sono di aiuto, ma anche le teorie morali contemporanee non possono aspirare a raggiungere questi scopi finché non sia fornita un’analisi concettuale accurata. L’assenza di questa delucidazione fa si che non si sia ancora in possesso di descrizioni soddisfacenti di concetti come, ad esempio, quello di “giustizia” come virtù o quello di “virtù” stessa. Essi andrebbero definiti con caratteristiche proprie che andrebbero legate a una descrizione dell’azione umana in generale e ai significati di concetti come “intenzione” o “motivo” che spingono gli individui a comportarsi in un modo piuttosto che in un altro.

Perciò Anscombe si chiede come sia successo che termini come “dovrebbe”, “deve”, “ha bisogno di” abbiano acquisito un senso speciale “morale” che conferisce loro uno statuto di verdetto assoluto trasformandoli in qualcosa di identico a “ è obbligato”, “è vincolato”, “viene imposto di”. La risposta che Anscombe suggerisce è di cercare l’origine di questa modificazione nella cristianità e nella conseguente concezione legalistica dell’etica che ha portato nei vocabolari espressioni che si legano e associano alle idee di “essere vincolati”, “avere delle colpe” ecc.

Questa concezione ha dominato per talmente tanto tempo che concetti come quello di obbligo si sono radicati profondamente nel nostro linguaggio e nel nostro pensiero; sono sopravvissuti pur avendo perso le loro radici. Il caso, afferma Anscombe , è quello di un concetto che sopravvive fuori dalla cornice di pensiero che lo rende intelligibile. Si hanno, dunque, parole con una particolare forza evocativa che non indicano più concetti reali. Vale a dire:

E’ come se la nozione di ‘criminale’ continuasse a sussistere dopo che la legge per I criminali e le corti criminali fossero state abolite e dimenticate. (7)

Eppure queste parole evocano dei verdetti sulle azioni e questi verdetti, in assenza di un giudice, possono sì, mantenere un effetto psicologico, ma sono privi di significato.

Come accennato, in questo saggio la Anscombe propone un’alternativa all’etica dominante. Ella sostiene che, una volta costruita una filosofia della psicologia adeguata, che aiuti nella necessaria delucidazione concettuale, si possa tornare ad un diverso modo di fare filosofia, ispirandosi a un ritorno a concetti come “carattere” o “virtù”. La sua idea è di riportare al centro della concezione della morale il concetto di virtù. Le teorie morali classiche si chiedono quale sia il comportamento giusto e quale quello sbagliato rivolgendo dunque la loro indagine a questioni specifiche. Anscombe crede che la domanda vada allargata e che l’indagine debba vertere su quale sia la vita buona. Piuttosto che chiedersi quale sia la giusta azione, ci si dovrebbe chiedere come si possa desiderare di vivere e che genere di persona si possa essere o diventare, la domanda riguarda dunque, un’intera vita.

A cosa far riferimento dunque, posto che utilitarismo, kantismo, contrattualismo, sentimentalismo e consequenzialismo non siano teorie adeguate alla direzione delle azioni? Ciò che bisognerebbe fare secondo Anscombe è andare alla ricerca delle “norme” nelle virtù umane. L’idea è di tipo aristotelico – naturalista. Si può affermare che la grande conquista di Aristotele fu di definire l’etica come ethos, come studio degli usi e dei costumi umani e di fare di essa una scienza. L’etica, in Aristotele, s’intreccia e si consolida con la politica, nell’orizzonte della polis. Il sommo bene dell’uomo corrisponde al sommo bene della collettività socio politica e questo bene coincide con la felicità, che si realizza a sua volta attraverso una vita virtuosa intesa come vivere secondo la natura specifica dell’uomo che corrisponde alla razionalità. I termini che descrivono il bene per gli esseri umani dipendono da ciò che gli esseri umani sono a partire dal contesto in cui scelgono e agiscono.

Ci si potrebbe soffermare a cercare delle ‘norme’ nelle virtù umane: proprio come l’uomo ha tanti denti, che certamente non è il numero medio dei denti degli uomini, ma è il numero di denti proprio della la specie, così forse la specie uomo, considerato non solo biologicamente, ma dal punto di vista delle attività del pensiero e della scelta per quanto riguarda la vita dei vari dipartimenti e le facoltà-poteri e l’uso delle cose necessarie, ‘possiede’ certe siffatte virtù: e questo ‘uomo’ con il corredo completo di virtù è la ‘norma’, come ‘uomo’, con, ad esempio, una serie completa di denti è una norma. (8)

L’essere umano, allo stato eccellente del carattere che corrisponde allo stato che gli è proprio, alla norma- è dotato di virtù. Questo stato virtuoso sarebbe sufficiente a dirigere l’azione facendo a meno dei concetti di obbligo, e di tutto ciò che a essi consegue. La virtù si configura come il giusto mezzo tra un eccesso e un difetto, rispetto alla persona e alla sua condizione migliore e chiaramente rispetto a ciò che gi esseri umani sono in quanto tali. Questa condizione dunque, si verifica su una stessa base, che andrebbe chiarita e definita con l’aiuto della filosofia della psicologia (ovvero ciò che un essere umano è ), ma allo stesso tempo non è né unica né uguale in tutti i casi, ma si determina in relazione alla diversità delle circostanze, e richiede capacità deliberativa rispetto a ciò che è meglio. La determinazione non si trova dunque applicando una formula, ma valutando singolarmente i casi particolari, alla luce di una norma generale di comportamento, a partire da una definizione ben precisa di ciò che si è in quanto esseri umani.

È evidente che da tale prospettiva si evince che le domande che spesso vengono poste da opinionisti e presunti esperti non trovano risposte adeguate per il semplice fatto di essere mal poste. Seguendo la strada aperta da Wittgenstein e battuta da Anscombe e da molti altri filosofi analitici, ma non solo, si vorrebbe giungere ad una nuova prospettiva nella quale la morale non sia un nucleo di precetti ai quali aderire, ma il sistema formativo (come lo era nell’antichità) attraverso il quale un individuo possa perfezionare se stesso in base alle proprie inclinazioni, libero da norme alle quali aderire, ma divenendo legge di se stesso in quanto individuo formato, spezzando per sempre la dicotomia tra essere e dover essere.


Note
1) Wittgentein, Ricerche Filosofiche, §118.
2) C. Diamond, «Perdere i propri concetti», in L’immaginazione e la vita morale, Carocci, Roma 2006, p. 59.
3) L. Wittgenstein, RF , cit. nt. 1, § 5.
4) C. Diamond, «Concetti, sentimenti e immaginazione» in L’immaginazione e la vita morale, Carocci, Roma 2006, p.14.
5) C. Diamond, «CSI», cit. nt. 4, p. 13.
6) C. Diamond, «PPC» ,cit. nt. 2, p. 71.
7) G.E.M. Anscombe, «Modern Moral Philosophy» , in The definition of morality, Wallace & Walker, London 1970, p.218.
8) G.E.M. Anscombe , « MMP», cit. nt. 7, p. 228.

Bibliografia
G.E.M . Anscombe , Intenzione, Università Santa Croce, Roma 2004.
G.E.M . Anscombe , «Modern Moral Philosophy », in The definition of morality, Wallace & Walker, London 1970.
R.W. Beardsmore, «Atheism and morality », in Religion and morality D. Z. Phillips, Basingstoke 1996.
Conant, «Reply: Nietzsche, Kierkegaard and Anscombe on Moral Unintelligibility», in Religion and morality, D.Z. Phillips, Basingstoke 1996.
Diamond, L’immaginazione e la vita morale, a cura di P. Donatelli, Carocci, Roma 2006.
Donatelli, La Filosofia Morale, Laterza, Bari 2001.
Nietzsche, Schopenhauer come educatore, Adelphi, Milano 2005.
Wittgenstein, Ricerche Filosofiche, Einaudi, Torino 1999.
Wittgenstein,Tractatus logico- philosophicus e Quaderni 1914-1916, Einaudi, Torino 1998.

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