Ho appena finito di leggere il tuo lavoro sui protagonisti del popolarismo (I grandi protagonisti del popolarismo italiano: Sturzo, De Gasperi, Moro, ed. Rotas, Barletta 2005). Quelli su Sturzo e, in parte, su De Gasperi già li conoscevo e anche qualche riflessione su Moro. Devo confessarti che questo tuo ultimo intervento su Moro, così arioso e organico, e, in particolare, l’operazione sull’accordo programmatico con l’ex PCI, mi sono parsi non solo profondamente rispettosi del suo pensiero, grazie alla tua straordinaria capacità fatta di passione e di lucidità di analisi, ma anche scientificamente organizzata. Hai chiarito i fermi ancoraggi morotei, in un quadro complessivo della sua azione e, al tempo stesso, hai tenuto conto dei loro sviluppi alla luce della realtà effettuale e del loro reale e duttile persistere: valore popolare della DC e limiti invalicabili circa le alleanze dettati dalla Storia, soprattutto dopo il 1949.
Il tuo continuo battere su questi temi, che pure sono stati intuiti dalla coscienza collettiva di un partito, (ma, secondo me, a suo tempo non sempre capillarmente dibattuti nel vasto mondo democristiano), rimette al centro delle grandi questioni l’opera e il pensiero politico di Moro, che non può essere disgiunto, in nessun modo, dall’esperienza di De Gasperi e Sturzo.
Come ben diffusamente hai lumeggiato nel libro, forse a suo tempo non fu chiarito al popolo italiano – indistintamente da tutti i partiti – che le difficoltà economiche, le ingiustizie, la disoccupazione, erano il frutto delle epoche passate e delle responsabilità della ventennale dittatura e della conseguenze disastrose della guerra e che la DC con fatica enorme aveva cercato, in pochissimi anni, di portare il Paese su nuovi orizzonti, ma che aveva anche dovuto fare i conti nell’immediato – e in piena guerra fredda – con le stesse strutture umane e culturali che pure avevano amministrato per quasi per tutto il primo Novecento lo Stato.
Anche la riflessione che svolgi sulla questione della necessità degli accordi programmatici con il PCI (anni 1976-78) e sulla necessità, intuita da Moro, di allungare i tempi e di evitare lo scontro con il maggior partito di opposizione, (il cui irresistibile successo elettorale, almeno fino all’84, rischiava di far apparire la DC polo conservatore, riservandosi il PCI quello di rivoluzionario e conservatore al tempo stesso), è ben articolato e convincente, così come ben puntuali sono le contestazioni, in nota, alle posizioni espresse negli scritti di A. Coppola e P. Scoppola.
Il filo conduttore delle linee guida seguite e difese dai tre personaggi (cioè, valore popolare del partito e la sua successiva lotta contro l’operazione scientificamente perseguita dal PCI, dopo, il 1947, di far passare il popolarismo come polo conservatore; consapevolezza della democrazia pluralista e alternativa; legame all’occidente liberaldemocratico per una scelta liberista e non protezionista), è molto convincente, anche per il supporto dei riferimenti e delle contestazioni riguardanti le tesi devianti (come quella di Baget Bozzo) o subdolamente riduttive della cultura degasperiana (Togliatti) e del possibilismo moroteo per un inserimento del PCI o sua promozione a polo democratico alternativo (Scalfari, Ruffilli, che non solo dimenticano che Moro comunque avrebbe dovuto rispondere per ogni iniziativa ad un intero partito, ma che l’Italia era e rimaneva nel Patto Atlantico, patto continuamente rifiutato dalla sinistra più estrema).
Anche la tua operazione di recupero sul materiale del cosiddetto Memoriale, per quel che attualmente possa valere sul piano storiografico (ma per questo rimando alla splendida ricostruzione di A. Giovagnoli, Il caso Moro. Una tragedia repubblicana, il Mulino, Bologna 2005), è ben elaborata e convincente per restituire a Moro quel che fu di Moro.
Il tuo lavoro di collage degli interventi e dei richiami ai numerosi discorsi meriterebbe, per lo spessore ricostruttivo e per la lapidarietà narrativa, una diffusione capillare, soprattutto perché i tre grandi popolari Sturzo, De Gasperi e Moro sono patrimonio comune di tutta la democrazia italiana.
Hai lumeggiato con dovizia di riferimenti e approfondimenti di lungo percorso la posizione di Moro, chiarendo, a mio parere, che egli avesse bisogno:
- a) di un partito unito per affrontare la grande sfida tra socialismo riformista e proposta radical-marxista;
- b) di tempi lunghi per recuperare al gioco democratico non soltanto il PCI, ma anche la destra più conservatrice, perché anche per quel settore Moro lamentava che lo schieramento era anomalo e di modesta consistenza numerica. Infatti il gioco delle alleanze di centrodestra era improponibile, anche per l’antifascismo della DC, che,in silenzio…, doveva in questo caso svolgere un doppio ruolo, di partito moderatamente conservatore, per la parte che pure era chiusa al nuovo, e di partito moderatamente riformista, per soddisfare la sua anima popolare e sociale;
c)attendere che la Storia facesse il suo percorso e forse anche lui in solitudine si chiedeva se il mondo internazionalista potesse reggere ancora tanto tempo con la sua acclarata negazione dei diritti umani;
- d) che il fatto nuovo dell’Europa potesse essere il robusto contenitore di tutte le spinte democratiche e quindi di garanzia per tutti.
Per il trasformismo, ben sai come la penso e come l’ho scritto nel mio Trasformismo. Oggi il termine dovrebbe essere l’equivalente di malcostume, deriva morale e …salvezza a tutti i costi. Ma il trasformismo, continuo a ripetermelo e a sostenerlo, muore il 2 giuno 1946, proprio perché tutti gli italiani andarono a votare e tutti sono stati legittimati a rappresentare la volontà popolare nella nuova patria repubblicana. I casi singoli di tradimento, di spostamento e quant’altro, di questo o quel deputato o gruppo, se li vogliamo chiamare neo-trasformistici, siamo ben liberi di farlo, ma è una diversa “operazione” rispetto a quella dell’età di Depretis e Giolitti. L’accusa per Moro di trasformismo da parte di alcuni mi lascia sorpreso, perché non è il PCI che si traforma e va a confondersi nel partito DC, o viceversa, ma perché il PCI non solo non si trasforma nel triennio 1976-78, ma non regola subito i conti con la sua storia e con i condizionamenti internazionali, conti che sarà la stessa Storia a costringerlo a fare, dopo il 1989, con i risultati che oggi sono sotto gli occhi di tutti. E con grande vantaggio della storia del riformismo italiano.
Percio’ oggi mi domando se sia possibile accusare Moro di tentazioni trasformistiche. Inoltre vedo per di più nel preambolo proposto da Donat Cattin la continuità più trasparente con la linea di Moro. Basterebbe fare riferimento al discorso di Moro del 20/3/76 e del 28.2.1978, per capire il profondo legame tra la linea da lui tracciata e quella successiva di Donat-Cattin.
Il tuo libro, comunque, mi ha fatto ritornare a tempi che mi appaiono lontani.
Auguro al libro il successo che merita, di pubblico giovane e meno giovane.
© Sintesi Dialettica – riproduzione riservata


