I “ Diari ”, insieme a “Il leone e l’unicorno” e a “Lettere da Londra”, rappresentano un’importante testimonianza da parte dell’Orwell fervente socialista, ma soprattutto patriota alle prese con le di fficoltà e le ambiguità vissute dalla popolazione britannica durante la guerra contro il nazismo
“Direi che è tutto efficace dal punto di vista propagandistico, se consideriamo quanto la maggior parte della gente sia politicamente ignorante, disinteressata a tutto ciò che esula dai propri interessi immediati, e insensibile all’incoerenza” (pag.105).
Questo George Orwell nei “ Diari di guerra ”, scritti privati iniziati a partire dal 28 maggio 1940 in occasione della capitolazione della Francia e terminati il 15 novembre 1942: le sue riflessioni, a quasi settant’anni di distanza, mostrano ancora oggi un’inquietante attualità, anche in contesti nel diversi da quello bellico vissuto dal popolo britannico del tempo.
Inoltre il volume edito dalla Mondadori, oltre ai “ Diari ”, contiene altri due inediti “Il leone e l’unicorno: il socialismo e il genio inglese” (1941), mirabile descrizione del carattere britannico e del “patriottismo rivoluzionario”, e le “Lettere da Londra” (1941-1946) scritte per la rivista socialista americana “Partisan Review”, come per meglio delineare la complessa personalità di Orwell e le meno conosciute contraddizioni del periodo bellico.
Opere meno note anche in virtù del fatto che nel sentire comune lo scrittore britannico è quello della “Fattoria degli animali”, di “1984”, come se il suo anticomunismo lo iscrivesse d’ufficio al partito dei liberali.
In realtà Orwell volle conciliare il suo socialismo rivoluzionario inteso come rabbioso egualitarismo con la repulsione per i nuovi totalitarismi (“rivoluzione non significa bandiere rosse e battaglie per le strade, significa uno spostamento di base del potere” – pag. 206).
Da qui non pochi equivoci da parte di quei lettori che si siano limitati a leggere le sue opere posteriori al 1945.
L’Orwell dei “ Diari ”, del “Leone e l’unicorno”, delle “Lettere da Londra”, che auspicava una rivoluzione socialista nel Regno Unito, era lo stesso che, fin dalla sua partecipazione alla guerra civile spagnola, ancor prima dell’accordo Ribbentrop-Molotov, maturò la convinzione che lo stalinismo e il nazismo, nel loro essere regimi totalitari, avessero non pochi elementi in comune.
Posizione che in quegli anni non riuscì esprimersi appieno e senza mostrare delle contraddizioni motivate dalla necessità di fare comunque fronte comune nei confronti del pericolo nazista: “guardando indietro mi accorgo di essere stato antisovietico (o più esattamente antistalinista) negli anni in cui la Russia sembrava potente, militarmente e politicamente, cioè dal 1933 al 1941. Prima e dopo sono stato filosovietico” (pag. 148).
Un aspetto che ritroviamo più volte nei “ Diari ” all’atto di descrivere, non solo la difficile vita quotidiana della popolazione, ma anche i suoi “umori” e comportamenti: “Il migliore esempio della povertà morale e sentimentale dei nostri tempi viene dal fatto che tutti ci sentiamo più o meno vicini a Stalin. Il disgustoso assassino per il momento sta dalla nostra parte e pertanto abbiamo istantaneamente dimenticato le purghe e tutto il resto. Così sarebbe stato con Franco, con Mussolini, se alla fine dovessero decidere di schierarsi con noi” (pag. 99).
I “ Diari ” si rivelano come una preziosa fonte di conoscenza per meglio comprendere quale fosse la quotidianità dei cittadini britannici sotto i bombardamenti, le sue privazioni, i pregiudizi nei confronti del popolo ebraico.
Parimenti Orwell, sia nei “ Diari ”, come nel “Leone e l’unicorno”, e nelle “Lettere da Londra”, non soltanto mostra tutta la sua passione politica e civile nell’ auspicare la “rivoluzione socialista” come unico strumento patriottico per vincere la guerra (“di conquistare il ceto medio anziché porsi come suo antagonista, di disegnare una politica imperiale fattibile anziché un miscuglio di frottole ed utopismo, di riconciliare patriottismo ed intelligenza”), a fronte di una democrazia britannica tale più di nome che di fatto, condizionata da una struttura sociale elitaria, in mano a personaggi facoltosi e di scarse risorse intellettuali; ma ci descrive una Gran Bretagna che, nonostante venisse bombardata dall’aviazione tedesca, esprimeva un panorama politico ed ideologico quanto mai incerto, tra minoranze massimaliste di sinistra, staliniste, una subdola opposizione di destra al governo Churchill, i partiti neofascisti, la propaganda nazista di Lord Haw Haw, l’ambiguo pacifismo e disfattismo di gruppi cattolici ed estremisti, i periodici richiami all’appeasement di Chamberlain.
Orwell, nelle ultime lettere inviate al “Partisan Review”, farà il mea culpa in merito ad alcune sue profezie mancate, espresse negli anni precedenti anche nei “ Diari ”, ma, all’atto di fare il consuntivo degli avvenimenti bellici e postbellici, nonostante non poche volte i suoi giudizi abbiano mancato il bersaglio, va riconosciuto allo scrittore britannico di averci offerto, con uno stile particolarmente scorrevole e privo di velleità intellettualistiche, delle lucidissime riflessioni sui gravi limiti della politica e della mentalità della sua epoca, che di fatto avevano incentivato quella follia bellica che stava mettendo a ferro e fuoco l’Europa.
George Orwell – “Diari di guerra” – pag. 396 – Mondadori “oscar”, Milano 2007.
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