In questo suo saggio Amartya Sen ci descrive la globalizzazione come un’opportunità di riscatto e progresso che per essere tale si deve accompagnare ad una promozione di ogni forma di libertà politica e sociale.
“ Globalizzazione e libertà” probabilmente non piacerà a coloro che, dai fronti opposti della lotta al cosiddetto nuovo ordine globale, o della sua esaltazione, hanno costruito una sorta di ideologia.
Amartya Sen difatti, coerentemente al suo proporsi come studioso di cultura multidisciplinare e quindi più credibile nello svincolarsi dagli schemi rigidi del marxismo e del liberismo, con questo saggio ha voluto analizzare il fenomeno della globalizzazionedescrivendola per quello che è, senza pregiudizi.
A questo fine il libro si apre proprio con dieci punti che, nella loro sintesi e buonsenso, contribuiscono a sfatare molte delle affermazioni che media e gruppi di pressione in questi anni ci hanno presentato come scontate.
Si ricorda ad esempio che «le proteste antiglobalizzazione non riguardano la globalizzazione […] perché queste proteste sono di fatto uno degli eventi più globalizzati del mondo contemporaneo […] considerarle proteste antiglobalizzazione può essere seriamente fuorviante» (pag. 64).
E poi ancora: «La globalizzazione non è un fatto nuovo e non può essere ridotta a occidentalizzazione», mentre «il tema centrale, direttamente o indirettamente, è la disuguaglianza, sia tra le nazioni, sia nelle nazioni» e «il ricorso all’economia di mercato è collegato a molte condizioni istituzionali diverse nelle quali essa può produrre risultati assai differenti» (pag. 7).
Proprio in riferimento a quest’ultimo punto Sen ribadisce più volte come «per il successo dell’economia di mercato, l’espansione delle istituzioni necessarie ad accedervi in modo efficiente non è meno importante della rimozione delle barriere al commercio» (pag. 21).
La libertà politica e sociale intesa nel senso più ampio, relativamente alle quali Sen pare essere debitore della filosofia di John Rawls e della sua fondamentale “Teoria della giustizia”, diventa quindi la premessa a quell’autentico sviluppo globale per ottenere il quale occorre la collaborazione di tutte le istituzioni presenti nella società, ovvero il mercato, lo stato, i media, i partiti politici, le scuole, le organizzazioni non governative.
Ne consegue che lo sviluppo, secondo Amartya Sen , non può essere concepito semplicemente come il processo d’incremento di oggetti d’uso inanimati, «come l’aumento del PIL (Prodotto interno lordo) pro capite, lo sviluppo industriale, l’innovazione tecnologica o la modernizzazione sociale. Naturalmente si tratta di conquiste notevoli, spesso cruciali, ma il loro valore deve essere fatto dipendere dall’effetto che producono sulla possibilità di vita e sulla libertà delle persone. Per esseri umani adulti, responsabili delle proprie scelte, è decisivo, in ultima istanza domandarsi se abbiano la libertà di fare ciò che hanno motivo di considerare importante . In questo senso lo sviluppo consiste nell’aumento della libertà delle persone» (pag. 83).
In sostanza l’invito di Sen , oltre al monito di non leggere la realtà in maniera distorta, è di non rassegnarsi di fronte all’esistente ma, di rafforzare semmai «quelle istituzioni che sostengono e favoriscono le nostre capacità umane», al fine di affrontare il vero tema dolente della nostra società che è quello dell’uguaglianza.
Amartya Sen (Santiniketan,1933), economista indiano Premio Nobel 1998 per l’economia è a tutti gli effetti un maestro del pensiero contemporaneo. Docente presso l’università di Calcutta, presso il Trinity College di Cambridge, poi a Nuova Deli, alla London School of Economics, a Oxford e, successivamente, all’università di Harvard con l’incarico di insegnare economia e filosofia. Tra le sue opere, tradotte in tutte le lingue del mondo, ricordiamo: “Identità e violenza”, “La libertà individuale come impegno sociale”, “ Globalizzazione e libertà”.
Amartya Sen, Globalizzazione e libertà, Mondadori, Oscar saggi, Milano 2003, pp.160, euro 9,50.
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