Chissà quanti come me, interpellati da questa domanda irriverente, avranno deciso di aprire spazi di dialogo con i propri alunni sull’importanza delle parole e del saper comunicare il proprio pensiero quale esercizio di libertà.
Ricordo ancora i cori d’esultanza quando circa un anno fa, l’allora ministro dell’Istruzione annunciava uno snellimento del famigerato esame di Stato, eliminando le prove scritte.
Lo confesso: quella scelta, dettata senza ombra di dubbio dalla contingenza, aveva suscitato in me indignazione e amarezza; ma c’è di più. In vista dell’esame di Stato del 2022, i futuri maturandi si sono resi estensori di una fantasiosa quanto sgrammaticata petizione online, finalizzata all’abolizione delle prove scritte, «poiché troviamo ingiusto e infruttuoso andare a sostenere degli esami scritti in quanto pleonastici…. Inoltre, abbiamo passato terzo e quarto anno in DAD, penalizzandoci, distruggendo parte delle nostre basi che ci sarebbero dovute servire per gli esami».
Proprio il testo della petizione, che ha superato le 40.000 firme, sembra dimostrare quanto intende negare: l’oggettiva necessità di imparare a scrivere, ma anche il bisogno di essere dotati degli strumenti per farlo, e non solo in vista della prova conclusiva di un importante iter scolastico.
La scelta light, come è stata definita, dell’attuale ministro, di introdurre almeno la prova scritta di italiano all’esame delle superiori di secondo grado, tuttavia, non estingue (e non vedo come potrebbe) un tema assai complesso che tocca lo stato di salute della scuola italiana.
Un segnale positivo, in questo senso, risiede nella re-introduzione, a partire da settembre 2020, dell’insegnamento dell’educazione civica nelle scuole di ogni grado; disciplina trasversale e obbligatoria, che il Miur ha declinato in tre macroaree (Costituzione Italiana, sviluppo sostenibile e cittadinanza digitale). In relazione a questi grandi nuclei tematici, inoltre, dovranno essere acquisite le competenze relative alla cittadinanza digitale e alla conoscenza delle istituzioni italiane ed europee, al principio di legalità e alle sue perversioni quali la corruzione e la mafia, nonché quelle relative alla tutela del patrimonio e all’ecologia.
Questo affascinante e ricco percorso culturale, nello spirito della materia, si prefigge l’alta finalità di contribuire a formare cittadini consapevoli e capaci di compiere scelte responsabili, in grado di imprimere in maniera edificante la propria traccia nel mondo, e non essere solo meri spettatori del cambiamento (socio-economico, politico, culturale, ecologico).
La materia educazione civica, benché ancorata a tematiche ben definite, a ben vedere ha a che fare con l’uomo in quanto individuo e persona, che esprime nella società, come bisogno e come dono, l’unicità e irripetibilità del suo universo, per dirla con i filosofi personalisti, attenti alla persona nella sua dimensione sociale.
Anche la Costituzione italiana, nei dodici preziosi articoli di apertura, introduce i valori fondanti della nostra democrazia, ponendo al centro diritti e libertà fondamentali dell’uomo, sia in quanto singolo che nelle dimensioni plurali in cui esprime la sua personalità e le sue attitudini.
Se la finalità dell’educazione civica è quella di formare coscienze, non sempre gli strumenti risultano adeguati: nel caos delle mille verifiche, valutazioni e scrutini di fine quadrimestre, lo spirito della disciplina rischia di impoverirsi e nel peggiore dei casi di perdersi nella necessità stringente di una valutazione finale.
La confusione impera, le verifiche anche.
La soluzione qual è allora, mi si chiederà: non lo so, vorrei rispondere, citando Wislawa Szymborska, che del dubbio tesse l’elogio: «Non lo so…solo una frasetta, ma vola su ali possenti. Espande le nostre vite, abbracciando gli spazi dentro di noi e le distese esteriori in cui il nostro piccolo pianeta fluttua sospeso»(Prolusione alla consegna del Nobel,1996).
Il dubbio nasce in considerazione di quel vuoto di motivazione che talvolta, sempre più spesso, emerge nel dialogo con gli alunni a proposito del mondo-scuola e delle nozioni che questa intende traferire (tante, forse troppe); ma la motivazione è quello che viene prima.
Se la motivazione è assente o flebile, lo sarà anche la curiosità di esplorare «il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me», per compiere successivamente quelle scelte che edificano la società e me stesso.
La scelta delle parole, la riflessione sulle parole, allora serve da lente di ingrandimento della realtà circostante: scrivendo, opero una nuova creazione, procedendo per individuazione nel caos di suggestioni che affollano la mia mente, tralasciando ciò che non mi piace e scegliendo quello che dice il mio mondo. Si tratta di fermarsi e ascoltare, di dilatare il mio spazio interiore e lasciare che questo prenda forma, anche attraverso il mio contributo. Da qui deriva la necessità di interrogarsi sui propri interessi e sul proprio posto nel mondo, affinando l’arte dell’osservazione critica di sé e di ciò che ci circonda.
L’insegnamento dell’educazione civica, allora, riveste davvero un ruolo chiave nella formazione umana, a patto che trovi la giusta dimensione in cui essere offerta: è in quest’ottica che il ruolo dell’educatore fa la differenza, perché in grado di orientare e gestire la complessità delle informazioni, guidando non solo al saper fare ma soprattutto al saper essere.
La dimensione educativa ha bisogno di una motivazione autorevole ma affettuosa, in grado di infiammare curiosità e soffiare sotto braci apparentemente spente, perché si crei uno spazio di ricerca di sé e delle proprie latitudini: senza questa indagine conoscitiva che si nutre di ascolto, dialogo e benevolenza, il nostro futuro cittadino del mondo sarà forse munito di nozioni e informazioni utili all’adempimento di un dovere. Saprà interloquire con le istituzioni, rispettare la Carta costituzionale, e le norme dell’ordinamento giuridico, ma gli sfuggirà probabilmente il perché. Avrà probabilmente acquisito le competenze utili al suo essere un buon cittadino globale, ma avrà perso di vista le ragioni per cui farlo. Il problema dell’educazione civica, dunque, diventa problema educativo, o dell’educatore, se si preferisce, chiamato prima ancora che al trasferimento di nozioni, ad aprire spazi di ascolto e dialogo, di partecipazione affettuosa e responsabile nelle relazioni, per favorire un incontro tra coscienze che abbiano maturato uno sguardo critico sulla realtà. In una reciprocità fiduciosa, allora, sarà possibile aprirsi anche alla creatività e alla riflessione sulla propria identità, per non replicare comportamenti e schemi, ma scoprire una edizione di sé unica e irripetibile, da condividere con gli altri ma in maniera differente dagli altri, coltivando in maniera attiva libertà, valori, solidarietà e uguaglianza.
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