«Non si tratta di salvare il nostro pianeta, ma di salvare noi stessi. Con o senza di noi, il mondo naturale si rigenererà. Se ci prendiamo cura della natura, la natura si prenderà cura di noi»
David Attenborough

Sir David Attenborough, l’8 maggio, ha compiuto 100 anni. Il grande naturalista inglese concepisce il rapporto tra umanità e natura su questa constatazione: la vita sulla Terra non dipende dalla nostra volontà di preservarla, ma dalla nostra capacità di non interrompere i processi che la rendono possibile.

In questa visione, non esiste una separazione reale tra destino umano ed equilibrio naturale: ciò che altera uno, altera inevitabilmente anche l’altro.

Il punto centrale del suo messaggio è che la natura non è un’entità fragile in attesa di salvezza assoluta, ma un sistema capace di rigenerazione, anche in assenza dell’uomo. La vera variabile siamo noi: la nostra permanenza, il nostro benessere, la continuità delle nostre condizioni di vita.

Da qui deriva una conseguenza semplice, radicale: ogni intervento sugli ecosistemi è anche un intervento su noi stessi. Non esiste un “fuori” da questo circuito. L’idea di controllo totale sull’ambiente si rivela, in ultima analisi, un’illusione.

La sua riflessione diventa quindi strutturale: la cura della natura non è un gesto di altruismo verso qualcosa di esterno, ma una forma di autopreservazione razionale. Non una scelta estetica o morale, ma una condizione di sopravvivenza. In questa prospettiva, la questione decisiva non è quanto possiamo ancora estrarre dal mondo naturale, ma quanto a lungo possiamo continuare a ignorare che ne facciamo parte.

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