Milano è certamente una città internazionale, ma come dobbiamo giudicare l’imperversare di anglicismi sempre più imperiosi nel linguaggio comune? Alcuni esempi: le professioni (definite in inglese, evidentemente aumentano di prestigio): graphic designer, marketing consultant, store manager, global director (che sembra il “mega direttore galattico” di fantozziana memoria), e potrei andare avanti. Poi, a seguire, gli “eventi” in città hanno nomi solo in inglese (tra l’altro, la caduta del muro di Berlino è un evento, l’inaugurazione di un locale è un’inaugurazione): fashion week, design week, book city, Milano art week.

Ancora, le istituzioni: il sito web ufficiale degli eventi della città (collegato al Comune) si chiama yesmilano.it. Da rilevare che, escluse due sezioni in inglese, tutto il resto del sito è in italiano, con abuso di anglicismi.

Insomma, inglese poco, anglicismi troppi.

Come sono “international”i milanesi! Prendiamo il vocabolario: “internazionale” indica una relazione tra nazioni, ma l’uso insensato degli anglicismi che sostituiscono parole italiane è davvero qualcosa di internazionale? L’inglese è la lingua più parlata al mondo (circa due miliardi di persone) tuttavia, secondo i dati dell’EPI 2021, ente che rileva il livello di conoscenza della lingua inglese, l’Italia è tra le nazioni più basse d’Europa, e nella classifica delle città, Milano non è certo tra le prime dieci.

“Not so cool”. La contaminazione della nostra lingua con una lingua, peraltro magnifica, ma che si conosce poco, ha prodotto inoltre parole che noi pronunciamo in inglese, ma che in inglese vogliono dire altro: un esempio? “Smart working”: per gli anglofoni la parola corretta per definire il lavoro da casa è “remote working”, oppure “stage” che in realtà è “internship”. Potrei continuare a lungo.

Il punto è che questa contaminazione non porta nessun tipo di progresso al modo di esprimersi, anzi, con questi presupposti, il linguaggio assunto a Milano, che ci fa sentire moderni, non è internazionale ma provinciale. Proviamo a rifletterci su: il linguaggio che usiamo ci mette in relazione con gli altri, relazione che grazie allo scambio di idee e conoscenze ci permette di aprire la nostra mente al mondo, di internazionalizzarci, appunto. Ma perché questa relazione avvenga e ci possa essere uno scambio, deve esserci da ambedue le parti la capacità di comprendere il linguaggio usato. Sostituire le nostre parole con quelle di un’altra lingua, usandole con un significato diverso da quello originale non porta progresso, rende solo banale il nostro modo di esprimerci e in alcuni casi non comprensibile, facendolo arretrare, limitando gli scambi tra persone. Questo stato di cose comporta un circolo di idee ristretto e quindi provinciale. Con questo non è certo mia intenzione demonizzare l’uso e lo studio della lingua inglese, che anzi va imparata bene: vorrei solo far notare che per essere internazionali, le lingue vanno usate una alla volta, non insieme e male, e questo vale anche per Milano.

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