Siamo agli albori del XX secolo. Ispirandosi alla natura, nasce il movimento dell’Art Nouveau. Suoi simboli fondamentali: il fiore e la donna, quindi fertilità, nascita, rigenerazione.
In quel periodo, le donne iniziano ad accedere alle scuole superiori e ad alcuni mestieri prima loro preclusi. Iniziano, inoltre, a vestire abiti meno castigati, ideati via via proprio dagli stilisti dell’Art Nouveau: è la riforma dell’abbigliamento femminile, tanto che nacque (addirittura!) un comparto femminile sportivo.
Agli inizi del Novecento, la donna, grazie a questi sovvertimenti, divenne più elegante, libera e sofisticata, e in quel clima emerse la ribellione verso la concezione patriarcale di famiglia che influenzò i movimenti per la rivendicazione dei diritti come quello delle suffragette, nato in Inghilterra nel 1903.
Le donne dell’epoca rappresentarono il primo movimento di liberazione nei confronti di una società che potremmo definire misogina; nacque così l’idea di una nuova donna, emancipata. Nelle pubblicità, come affiches e cartelloni, si mostrava una donna sicura di sé e indipendente. Nell’arte fu messo in scena il mondo animale, secondo lo spirito immaginifico dell’Art Nouveau: fenicotteri, pavoni, cigni, libellule, polpi e meduse, a richiamare una femminilità pericolosa e sensuale. Nei gioielli, il celebre marchio Lalique diede vita a creazioni in cui la rappresentazione è anche quella di una femminilità erotica e aggressiva. L’artista ceco Mucha ideò una donna con le labbra semiaperte, intenta a fumare una sigaretta. Lara Vinca Masini (1923-2021), storica dell’arte e dell’architettura, scrive: «E che donne che erano! Indipendenti, bellissime, forti». E ancora: «Si guardò al simbolismo del serpente e nacque la cosiddetta Serpentinetanzerin, danzatrice serpentinata, simbolo di donna astuta e intelligente, robusta e dotata di cervello». Gustav Klimt, nei suoi dipinti, porta in scena donne che diventano pesci, bisce e fate acquatiche, con chiaro simbolismo sessuale. Loïe Fuller, ballerina americana che si trasferì a Parigi, nelle sue coreografie introdusse movimenti sinuosi ispirati alle linee curve dei vegetali. Poi, Isadora Duncan, a proposito della quale, Vinca Masini scrive: «fu una donna straordinaria e persino nella morte trovò una sorta di sceneggiatura terribile». Duncan, infatti, morì a bordo della sua Bugatti perché le frange della lunga sciarpa che aveva al collo si impigliarono nelle ruote della macchina in corsa, strangolandola. Salutò gli amici con la famosa frase: «Addio, vado verso la gloria!».
In quel periodo, divennero famose donne straordinarie che vissero al fianco dell’uomo, non alla sua ombra. La donna libera del tempo attuale risulta da un susseguirsi di rivoluzioni sociali. Ma quanto, oggi, possiamo parlare di donna libera? L’arte di quell’epoca diede voce a tale rinnovamento culturale, sociale, politico. Oggi c’è una cultura, non ideologica, su questo?
© Sintesi Dialettica – riproduzione riservata


