«La morte è l’ultimo, vero fine della nostra vita. Sono entrato in tanta familiarità con quest’amica sincera e carissima, che la sua immagine mi appare addirittura molto tranquillizzante e consolante».
Wolfgang Amadeus Mozart
«Dicono che quest’opera sia troppo triste e che vi siano troppe morti. Ma infine nella vita tutto è morte! Cosa esiste?»
Giuseppe Verdi
Il 27 gennaio 1756 nacque, a Salisburgo, Wolfgang Amadeus Mozart. Il 27 gennaio 1901 morì, a Milano, Giuseppe Verdi.
Oggi, 27 gennaio 2026, per ricordare questi colossi della storia della cultura, vi proponiamo un brano tratto da una lettera di Mozart al padre Leopold, del 4 aprile 1791, e un brano da una lettera di Verdi a Clarina Maffei, del 29 gennaio 1853, nella quale egli fa riferimento a «Il Trovatore».
Ha senso vivere se siamo destinati alla morte? Questa domanda risuona in due Messe da Requiem: nella sua ultima e incompiuta opera, Mozart abbandona il proposito di razionalizzare ogni aspetto della vita e tenta di coniugare l’esperienza terrena con la trascendenza divina; Verdi, invece, attraverso la musica per le esequie dell’amico Manzoni, esprime il proprio tormento da uomo ateo che non rinuncia alla ricerca della spiritualità. Ci è concesso il beneficio del dubbio, in un’epoca in cui la complessità e la libertà del pensiero non godono esattamente di buona salute?
In che modo l’arte eleva gli uomini e li avvicina alla comprensione del sacro?
A cosa vi fanno pensare questi due pensieri?
© Sintesi Dialettica – riproduzione riservata


