Villa Adriana, uno dei siti archeologici più interessanti dell’antichità romana, l’opera dell’imperatore Adriano, soprannominato graeculus per la sua passione per l’arte e la cultura greca, che volle trasformare la sua residenza extraurbana in un’officina di sperimentazione artistica ed architettonica unica.

L’antica città latina di Tivoli, denominata da Virgilio Tibur Superbum, vanta delle origini che precedono la fondazione di Roma e sono generalmente attribuite al 1265 a.C.

Sorta sui primi contrafforti del preappennino, su un colle che domina la valle dell’Aniene, la città ebbe un notevole sviluppo grazie alla sua posizione strategica: un guado naturale dove stazionavano i pastori e gli armenti che dai Monti Tiburtino-Lucretili, Prenestini, Simbruini e Ruffi si recavano nella Campagna Romana percorrendo un tratto parafluviale che diventerà poi la via Tiburtina-Valeria.

L’ambiente fluviale rappresenta un habitat fondamentale e particolarmente adatto alla caccia ed alla pesca favorendone l’insediamento stanziale di popolazioni diverse, principalmente i Sabini e i Latini, che hanno poi dato vita ad un fiorente centro divenuto successivamente una frequentata meta di commercio, come testimoniato dal grande santuario di Ercole Vincitore edificato nel II sec. a.C. sulle vestigia di un più antico luogo di culto.

L’Aniene stabiliva il confine tra il Lazio e la Sabina e ciò è all’origine di una certa difficoltà di identificazione territoriale della città che mise in imbarazzo lo stesso Plinio che la collocò non nella I Regio Latium et Campania bensì nella IV Sabina et Samnium.

All’inizio del V sec. a. C. i Tiburtini combatterono insieme ai Latini contro i Romani al lago Regillo e poco dopo la città entrò a far parte di una lega capeggiata da Roma denominata Foedus Cassianum. Nel IV sec. si ebbero alcuni scontri con Roma che terminarono nel 338 a.C. con la sconfitta del Lazio ed il suo assoggettamento a Roma; Tivoli perse la propria indipendenza e divenne talvolta l’esilio di alcuni prigionieri importanti, tra cui nel III sec. d.C. la regina di Palmira Zenobia celebre per essere stata esposta come trofeo di guerra in catene d’oro dall’imperatore Aureliano.

Sul finire del II sec. a. C., ed in modo più massiccio nel I sec. quando con la Lex Iulia municipalis venne riconosciuta municipio romano, era largamente apprezzata per la sua bellezza paesaggistica e perchè distava meno di un giorno di viaggio da Roma, diventando il luogo prescelto da molte famiglie nobiliari romane per costruire ville di lusso.

I resti di molte di queste sono ancora oggi visibili ed identificate come appartenenti al poeta Orazio, a Cassio, uno dei promotori della congiura contro Cesare del 44 a. C., a Quintilio Varo, a Manlio Volpisco, i cui ruderi sono inglobati nella Villa Gregoriana e la più celebre e maestosa Villa dell’imperatore Adriano.

Costruita a partire dal 118 d.C. dall’imperatore Adriano che volle farne la sua residenza lontano da Roma, Villa Adriana è la più grande e complessa residenza dell’antichità romana giunta fino ad oggi. Essa occupa un pianoro alle pendici dei Monti Tiburtini di circa 120 ettari, la bellezza e grande varietà delle forme architettoniche, oltre alla notevole suggestione paesaggistica, la rendono uno dei siti archeologici più importanti d’Italia.

Dal 1999 è entrata a far parte del patrimonio dell’umanità dell’Unesco e pur essendo stata scavata per oltre cinquecento anni ha subito un oblio durato diversi secoli.

Fu attiva fino all’epoca tardo antica e dopo il saccheggio di Totila nel VI sec. d.C. divenne la cosiddetta “ Tivoli vecchio”: una cava di marmi e laterizi per la città vicina.

Solo alla fine del Quattrocento Biondo Flavio, attraverso l’analisi della Historia Augusta, una raccolta di biografie di imperatori attribuita a sei autori, riuscì ad identificarne i ruderi come la villa dell’imperatore Adriano.

Una prima campagna di scavi archeologici dell’Odeon fu effettuata per volere di Papa Alessandro VI Borgia ma con Enea Silvio Piccolomini, Papa Pio II, la fama della villa fu definitivamente consacrata e fu inserita nei Commentarii del papa stesso.

Indagini più approfondite si ebbero con l’architetto Pirro Logorio che intendeva reperire statue e marmi per abbellire la villa d’Este che progettò per Ippolito II d’Este; Ligorio compose tre Codici nei quali enumerava le scoperte alternando il resoconto con leggende e racconti della vita quotidiana dei Romani.

Il testo ebbe una larga divulgazione e contribuì ad accrescere la fama di Villa Adriana e la leggenda delle sue preziose vestigia.

Dal Cinquecento divenne una consuetudine recarsi a scavare nella villa alla ricerca di statue e mosaici che erano molto ambiti da pontefici, cardinali e collezionisti romani ed europei; questo fenomeno di spoliazione peggiorò ulteriormente nel Settecento quando numerosi nobiluomini inglesi, che vi si recavano durante il Grand Tour erano soliti sparare agli stucchi per portarsi a casa un souvenir. L’antiquario Gavin Hamilton fu molto attivo e con l’aiuto del cittadino tivolese Domenico De Angelis ritrovò una vastissima quantità di sculture allo scavo del Pantanello.

Al Cardinal Bulgarini si deve il rinvenimento dei famosi candelabri oggi conservati ai Musei Vaticani mentre nel 1737 il Cardinal Furietti, col permesso di Simplicio Bulgarini rinvenne le splendide statue dei centauri in marmo bigio di Aristeas e Papias oggi conservate ai Musei Capitolini.

Nel Settecento gran parte della villa era di proprietà dal Conte Fede, che fece piantare i maestosi cipressi ancora oggi in situ, e solo dalla fine dell’Ottocento Villa Adriana fu acquisita dal Regno d’Italia che iniziò i lavori di restauro.

Per le sue immense dimensioni (circa 120 ettari di terreno) Villa Adriana è stata più volte paragonata alla reggia francese di Versailles. I due complessi hanno in comune la funzione di residenza reale autosufficiente lontana dalla capitale, una scelta derivante dalla volontà di sottrarsi alle pressioni del popolo, e simili sono anche le personalità di Luigi XIV e di Adriano e del potere che detennero, tuttavia le loro tipologie architettoniche sono assai distanti e rispecchiano appieno la diversa concezione di stato: mentre il modello architettonico di Versailles, concepito come un unico edificio dal quale si diramano le numerose ali del palazzo simboleggia il regno assolutistico moderno che accentra il potere, il complesso di Villa Adriana con i suoi numerosi edifici indipendenti e la magnifica compenetrazione di arte, architettura e natura dimostra una mentalità e cultura molto diversa.

L’imperatore Adriano è infatti passato alla storia per la sua predilezione per il mondo greco e la sua cultura, fu nominato Arconte di Atene e si guadagnò l’appellativo di graeculus che gli consentiva di entrare nel merito di dispute filosofiche. Vero e proprio promotore di un nuovo ellenismo si dilettava di poesia, ed arte ed in architettura sperimentò soluzioni innovative ed audaci.

Lasciò un’autobiografia, firmata dai suoi liberti, nella quale veniva descritto “di alta statura, di aspetto elegante, i capelli docili al pettine, con barba abbondante che nascondeva le cicatrici del volto. Di complessione robusta, amava cavalcare e passeggiare, ed esercitarsi spesso nel maneggio delle armi e nel lancio del giavellotto. A caccia assai spesso uccise leoni di sua mano” (S.H.A., Hadr. 26, 1) e per quel che concerne il carattere “egli fu insieme austero e faceto, serio e giocoso, temporeggiatore e affrettato, avaro e liberale, simulatore e aperto, crudele e clemente, e sempre vario in tutto” (S.H.A., Hadr. 14, 11). Parole sicuramente tese ad esaltarne l’immagine ma sicuramente da esse possiamo desumere che una tale personalità molto abbia contribuito alla costruzione della sua residenza extraurbana.

Ciò è inoltre comprovato da quanto narrato da Dione Cassio in merito all’aspro contrasto con Apollodoro di Damasco, l’architetto del suo predecessore Traiano: “Dapprima esiliò. Poi fece uccidere l’architetto Apollodoro, che aveva realizzato le opere di Traiano in Roma, il Foro, l’Odeon e le Terme, con il pretesto di qualche colpa. In realtà perché questi, un giorno che Traiano lo consultava su alcuni lavori, disse ad Adriano che interloquiva: ‘vai a disegnare le tue zucche, chè di questo non capisci niente’. Per caso infatti egli allora si era vantato di quei disegni. Divenuto imperatore, Adriano si ricordò dello sgarbo, e volle punire quella libertà di linguaggio” (LXI 3, 3).

Dione Cassio prosegue il racconto parlando delle critiche che l’architetto rivolse al progetto dell’imperatore del tempio di Venere e Roma sulla Velia, critiche, queste, che ad Apollodoro costarono la vita. Tali racconti sono per noi interessanti perché si crede che con “zucche” Apollodoro intendesse quelle cupole a spicchi che furono usate con dovizia durante il regno adrianeo e che abbondano a Villa Adriana; esse appaiono la testimonianza lampante del suo intervento nella progettazione della villa.

Salito al trono imperiale nel 117 d.C., Adriano si dedicò fin dal 118 alla costruzione della villa ed anche se esiste una diversa interpretazione, che vede nell’edificazione della residenza negli ultimi anni del regno, questa datazione è confermata da una lettera, trascritta su una lapide del santuario greco spedita da Tivoli a Delfi e da i bolli laterizi che datano fin dal 118 d.C.

L’analisi dei bolli laterizi effettuata da Herbert Bloch ha messo in luce tre diverse fasi di costruzione della villa (l’ultima si è rivelata essere solo interventi di restauro) che fu terminata nel 133 d.C.; l’imperatore vi si trasferì stabilmente dal 128 portando con sé tutta la corte.

La villa sorse sulle preesistenze di una villa repubblicana (II.I sec. a.C.), probabilmente appartenuta alla famiglia della moglie Vibia Sabina ed il palazzo imperiale, l’edificio più importante del complesso ne ha inglobato le strutture, le splendide ornamentazioni musive policrome di tessere di minuscole dimensioni (vermiculata) ancora oggi visibili, e le decorazioni policrome in opus sectile di marmi provenienti da tutto il Mediterraneo.

I motivi della scelta furono innanzitutto pratici: la vicinanza con Roma, da cui distava solo 17 miglia romane, e il buon approvvigionamento idrico garantito da quattro acquedotti che rifornivano le numerose terme, piscine e fontane della villa. Determinante anche la presenza di cave di tufo e di travertino che rendevano i lavori molto agevoli.

Gli edifici principali sono circa una trentina e sono dislocati su tre lunghi assi divergenti che seguono l’andamento della colline circostanti; i primi edifici realizzati si trovano presso la villa repubblicana: il Palazzo, le Biblioteche, gli Hospitalia, le Terme con Heliocaminus e più lontano il Pecile, il Teatro Marittimo, lo Stadio e le Grandi terme.

Nel 125, dopo il ritorno dell’imperatore dal viaggio nelle province orientali – durante il quale in Bitinia conobbe Antinoo, che sarebbe poi divenuto il suo pupillo – furono realizzati le Piccole Terme, la Peschiera, la cosiddetta Piazza d’Oro, il Vestibolo, il Pretorio, il piazzale del Pecile, il Canopo e Roccabruna.

Il fascino di Villa Adriana risiede nella sapiente fusione di architettura e natura .

La natura è presente sia in forma spontanea, nelle valli di Tempe e Roccabruna che circondano la villa, sia in forma “artificiale” in boschetti, viali alberati, grotte artificiali e nei viridaria: i giardini realizzati secondo i canoni dell’ars topiaria.

Altra caratteristica esclusiva è l’abbondanza di acqua che, come nelle sontuose ville dei sultani arabi, costituiva un vero e proprio status symbol e rispecchiava la sua marcata vocazione di residenza di lusso.

Era infatti disseminata di piscine (ad es. il Pecile, la Peschiera e il Canopo), canali e fontane con zampilli che abbellivano i giardini e le numerose passeggiate.

Accanto agli edifici “di rappresentanza” destinati ad una fruizione di rango imperiale sussistono moltissime altre strutture destinate alla servitù (fra queste anche le terme suddivise per sesso).

Sono stati identificati camminamenti sotterranei, perfino strade carrabili, che fungevano da collegamento tra le varie parti senza intralciare lo svolgimento delle attività di corte ed i fasti imperiali.

Si può pertanto affermare che coesistessero due diversi livelli e stili di vita all’interno del medesimo complesso: uno lussuoso e regale per l’imperatore e la sua cerchia che si dilettava in sontuosi banchetti e intrattenimenti dotti nei tanti triclini e giardini, e quello più umile ed operoso della mole di personale che si occupava del mantenimento della villa e che trovava alloggio nelle Cento Camerelle, abitazioni della servitù poste ad un livello inferiore e non comunicante con le zone monumentali, o negli Hospitalia che accoglievano i pretoriani.

Questi edifici ben manifestano la loro destinazione di minore importanza: vi sono cubicoli (camere da letto) molto piccoli, spesso con tre alcove, la cui decorazione musiva, laddove presente, è assai più semplice e solo in bianco e nero.

A tale proposito è bene osservare che malgrado al giorno d’oggi la villa appaia come un complesso aperto e privo di difese, essa era infatti progettata come una fortezza: era dotata di strutture di contenimento come le taverne ai bordi del Canopo, che oggi ospitano il museo della villa, le alte mura delle Cento Camerelle, i muraglioni di contenimento vicino alla Palestra e alla Valle di Tempe, o ancora il grande muro di contenimento sul versante occidentale, che corre per centinaia di metri da Roccabruna all’Accademia. Vi erano inoltre zone di accesso limitate, edifici e camminamenti di raccordo obbligati ed edifici cerniera come ad esempio il Teatro Marittimo.

Anche le tipologie architettoniche utilizzate denotano la doppia valenza delle strutture: nella villa troviamo infatti uno stile tradizionale composto di forme lineari che realizzano ambienti semplici a forma di parallelepipedi ed uno caratterizzato da forme mistilinee con pareti concave e convesse alternate a pareti diritte.

Numerose volte a spicchi cilindrici (le famose zucche di Apollodoro) ed effetti scenografici sorprendenti con prospettive inconsuete, come nel caso del Canopo preceduto da un bacino con architrave mistilineo, cariatidi e statue raffiguranti sileni; degne di considerazione sono anche le decorazioni architettoniche che esulano dai canoni: capitelli compositi o figurati, basi finemente intagliate e architravi con bassorilievi.

La ricercatezza di queste ultime soluzioni è tradizionalmente interpretata come il contributo personale dell’imperatore che trasformò la propria residenza in un’officina di sperimentazioni plastico-strutturali.

Gli edifici monumentali erano riccamente decorati: ogni tipo di marmo era usato con dovizia ed il pregiato e raro porfido rosso di provenienza egizia era il simbolo della grandeurimperiale; altrettanto opulenta era la decorazione musiva utilizzata principalmente per le pavimentazioni, si tratta di vere e proprie opere d’arte come i quadretti con maschere teatrali del Palazzo, il mosaico delle Colombe rinvenuto nell’Accademia ed oggi ai Musei Capitolini, o il mosaico con centauro e fiere di Berlino.

La decorazione degli edifici servili o di rango inferiore non era altrettanto ricca.

I pavimenti potevano essere ricoperti di mosaici bianchi e neri con tralci vegetali stilizzati concentrati nella zona centrale dell’ambiente libera dai cubicoli, oppure in edifici di servizio o dormitori come le Cento Camerelle e la Caserma dei Vigili erano molto usati l’opus spicatumo il cocciopesto che veniva generalmente utilizzato come isolante privo di ornamentazioni in tutti gli ambienti dove scorreva acqua. Le pareti non erano rivestite di marmo ma solo di affreschi.

Poche tracce delle decorazioni marmoree e degli affreschi degli edifici imperiali sono giunte fino ad oggi, tra queste l’affresco meglio conservato è quello di un ambiente dello Stadio- Ninfeo: lo schema del disegno è a grandi riquadri, con vari colori, ed è uno di uno dei pochi esempi superstiti di affresco di IV stile avanzato.

E’ difficile immaginare la magnificenza del repertorio decorativo originale perché oggi è molto frammentario: i mosaici infatti sono disseminati in molti musei italiani ed europei mentre i pavimenti marmorei furono staccati e bruciati per ricavarne calce.

La tradizione costruttiva romana è comunque presente nel largo uso dell’arco e della volta e delle murature a getto realizzate perlopiù in opus mixtum: un nucleo interno di malta e sassi (opus cementiceum) rivestito di fasce di mattoni (opus latericium) alternato da blocchetti piramidali di tufo disposti obliquamente (opus reticulatum).

I nomi degli edifici sono convenzionali e spesso non rispecchiano la reale funzione, sono tratti in parte dalla biografia di Adriano (il Canopo, infatti, pur rievocando la cittadina egizia raggiunta da un canale del Nilo è un elemento del tutto originale) o dalle forme evocate dai resti (l’Accademia, il Liceo, gli Inferi).

Mentre alcuni sono ancora da identificare altri sono facilmente riconoscibili.

Fra questi spiccano tre stabilimenti termali, il Palazzo imperiale e l’edificio con la Peschiera, che erano la vera e propria reggia imperiale e lì vicino il Teatro Marittimo.

Il Teatro Marittimo è una struttura singolare che non ha alcun riferimento col nome attribuitole. Interpretata come una sorta di studiolo privato dove l’imperatore si rifugiava in solitudine, si tratta di una villa in miniatura circondata da un canale che corre lungo un portico anulare voltato con colonne ioniche. La funzione di pensatoio sembra essere confermata dall’accesso difficoltoso che avveniva tramite due ponti di legno mobili. Il rifugio dell’imperatore è un’isoletta di 45 metri di diametro, ha un solo piano ed è composto da un atrio e da un portico in asse con l’ingresso, un piccolo giardino, un piccolo complesso termale, alcuni ambienti e delle latrine.

Altri edifici come la biblioteca Greca e Latina sono stati identificati come sale da pranzo destinate a banchetti mentre altri spazi quali la Piazza d’Oro, lo Stadio-ninfeo ed il Canopo sono luoghi destinati a conviti e passeggiate.

E’ interessante notare che i triclini e le passeggiate avevano un orientamento che privilegiava i percorsi ombrosi al riparo dalla calura estiva e ciò lascia supporre che inizialmente la villa dovesse essere usata come residenza estiva e solo negli ultimi anni d’impero, durante la malattia, Adriano vi si abitò stabilmente.

La passione imperiale per la cultura greca e l’importanza attribuita all’educazione e all’attività fisica è ben rappresentata dall’enorme complesso del ginnasio, composto di varie strutte come la piscina natatoria accanto al Pecile e dalla biblioteca, oggi denominata Sala dei filosofi.

Sappiamo da un’iscrizione rinvenuta nel 1735 che il portico del Pecile era destinato alle cosiddette ambulationes, o xysti, vere e proprie passeggiate misurate che erano parte integrante dell’allenamento fisico praticato nei ginnasi.

Il percorso di andata e ritorno di 1540 piedi corrisponde a circa 429 m. ed il suo orientamento est-ovest ne consentiva lo sfruttamento sia come passeggiata estiva, nella parte settentrionale, che come passeggiata invernale, nella parte meridionale.

Anche i tre complessi termali rientrano nell’ottica di questa mentalità che dedicava molta importanza al benessere fisico e alla vita sociale: Adriano aveva ristabilito la suddivisone per sesso e per rango e le terme erano dotate di apodyterium (spogliatoio), frigidairum,tepidariumcalidarium, latrine ed anche l’Heliocaminus, una sorta di sauna (sudatio) riscaldata con la luce del sole.

Singolare è invece la relativamente scarsa importanza della religione: in posizioni periferiche sono stati identificati un Odeon e in un’esedra belvedere il Tempio a Tholos di Venere Cnidia che riproduceva le forme di quello greco del IV sec. a.C. e custodiva una copia del simulacro della Dea scolpita da Prassitele. Anche il Tempio di Serapide, sebbene posto in una posizione privilegiata introdotta dal bacino del Canopo era essenzialmente utilizzato come triclinio estivo.

Sempre in ambito religioso è invece interessante riferire del ritrovamento, nel 2002, di un monumento dedicato ad Antinoo, il giovane amato dall’imperatore.

Antinoo perse la vita per annegamento in Egitto e il lutto di Adriano fu così grande da indurlo a violare la tradizione che permetteva la divinizzazione dei soli membri della famiglia imperiale (come infatti era accaduto per il predecessore Traiano).

In memoria del giovane Antinoo, morto in circostanze poco chiare – Cassio Dione riferisce di un suo sacrificio spontaneo in un rito magico volto a prolungare la vita dell’imperatore – fu eretta la città egiziana di Antinopoli che sorse sul luogo del suo annegamento, e la villa di Tivoli ha restituito diverse sculture a lui dedicate.

La morbidezza efebica del volto e la sua prestanza fisica hanno reso il giovane bitino un modello di perfezione di bellezza classica ed un notevole esempio è il ritratto di Antinoo “di Ecouen” conservato al Louvre di Parigi.

Il tempio di Antinoo è situato davanti alle Cento Camerelle sulla strada di accesso al “Grande Vestibolo”, era un ampio edificio costituito di un’esedra semicircolare preceduta da un recinto rettangolare che racchiudeva due templi affrontati; di esso si conservano solo le fondazioni ma la gran quantità di elementi architettonici rinvenuti ha permesso la ricostruzione dell’alzato che sappiamo essere composto di un portico a colonne tortili in giallo antico. Dai bolli laterizi sappiamo che la sua costruzione è successiva al134 d.C., è l’ultima grande opera della villa, e la sua collocazione in un’area marginale ma visibile dalle stanze dell’edificio con la Peschiera denota che la tomba era essenzialmente un luogo di culto alla memoria destinato all’imperatore.

Questo importante ritrovamento dimostra come ancora molto resti da scoprire nella Villa Adriana, la quale a dispetto della sua ricchezza, non è mai stata oggetto di scavi sistematici bensì di natura antiquaria.

Da sempre meta di illustri visitatori, la Villa Adriana non è solo uno dei momenti culminanti dell’architettura romana: nel corso dei secoli essa è divenuta il modello ispiratore e l’archetipo delle ville rinascimentali ed infatti non è casuale che la Villa d’Este sia stata costruita nella vicina Tivoli .

Il suo linguaggio architettonico ed artistico è stato adottato come cifra stilistica della classicità ed è stato riadoperato e rivisitato nella costruzione di numerose altre ville e palazzi nobiliari.


Bibliografia

Filippo Coarelli, Lazio Archeologico, Laterza, 1990

Ranuccio Bianchi Bandinelli, Rome, le centre du pouvoir, Librairie Gallimard, Paris, 1969

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