Il professore entra nell’aula. I ragazzi sono frenetici per i dieci minuti di ricreazione appena trascorsi. Si ricomincia. Gli studenti sono pronti ad ascoltare la lezione.
«Volevo informarvi che il mese prossimo non sarò con voi, non so se tornerò, se la politica italiana mi costringerà ancora ad esibire il green pass, probabilmente non concluderò l’anno scolastico».
«Ma perché, prof? Lei non è vaccinato?» Il docente si agita, alza il tono della voce: «il green pass non si ottiene solo con la vaccinazione! Possibile che non siete informati? E smettetela di fare brusio! Sto parlando! Il vostro non è un atteggiamento democratico». Il silenzio pervade l’aula, il professore riprende a parlare: «sono contrario al green pass, a questa imposizione. La mia è una protesta». Una voce rompe il silenzio: «prof, mi scusi…» i ragazzi non sanno mai quando è opportuno o no scusarsi, “mi scusi” è l’incipit di una qualsiasi asserzione. «…Mi scusi, è un suo diritto protestare, ma se tutti facessero come lei noi non avremmo più professori. È un nostro diritto avere professori».
Come accade spesso, la voce di uno di loro desta le capacità vocali degli altri, come se il ragionamento fosse una scossa elettrica che si propaga: «sì, è vero! Non abbiamo ricevuto nemmeno gli strumenti che ci occorrono per adibire la nostra aula a classe digitale, tutto questo perché il tecnico è in sciopero da una settimana, è un no-vax». Il professore replica: «scioperare costa caro, chi sciopera non percepisce stipendio».
Il disorientamento dei ragazzi si trasforma in indignazione: «chi ci rimette siamo noi, lo sciopero del tecnico e la sua protesta la paghiamo noi che abbiamo diritto allo studio».
Segue un breve silenzio. Le mascherine non nascondono lo sdegno che si percepisce dallo sguardo. Suona la campanella, il professore esce dall’aula. I ragazzi ottimizzano il tempo, non sanno portare rancore perché i tempi del rancore sono insostenibili e incompatibili con l’orario scolastico, scandito e pieno di parole, alcune da appuntare, sottolineare e altre semplicemente da dimenticare.
Democrazia, diritti negati, diritti rivendicati. Educazione civica, filosofia e storia. «L’uomo è nato libero ma ovunque è in catene», è questo ciò che insegniamo tutti i giorni ai nostri studenti. Ma in questo particolare momento, in questa particolare situazione, chi porta la catena più pesante?
In assenza di un obbligo sancito dal Ministero della Salute, i cittadini sono liberi di non vaccinarsi e di scioperare contro un decreto ministeriale non condiviso. Ma la Costituzione sancisce il diritto allo studio e tutela gli studenti, garantendo la possibilità di svolgere al meglio il loro dovere.
L’episodio narrato è realmente accaduto, purtroppo non è un fatto isolato ma è ciò che sta avvenendo in molte scuole italiane. Per deontologia professionale un insegnante non può anteporre le proprie ideologie alla responsabilità educativa e formativa dei suoi alunni. Il professore ha scelto di essere no-vax e lo ha dichiarato ai suoi studenti rendendoli partecipi della sua scelta. Asserire che il green pass è un’imposizione significa usare la lezione frontale come strumento di propaganda, il rischio è di influenzare negativamente le scelte degli studenti riguardo la vaccinazione e di sminuire i gravi rischi dell’emergenza sanitaria. Questo non è ammissibile. All’articolo 26 del contratto collettivo nazionale di lavoro, si legge che: «la funzione del docente realizza il processo di insegnamento/apprendimento volto a promuovere lo sviluppo umano, culturale, civile e professionale degli alunni». Ricordo, infine, il decreto legislativo del 13 aprile 2017 (Buona Scuola) che riconosce agli studenti il diritto di sviluppo della sfera cognitiva, affettiva e sociale, ovvero il diritto di crescer e studiare serenamente.
* Docente precaria di Filosofia
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