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Premessa

Secondo Mauro Wolf, sociologo italiano tra i più autorevoli media researcher del secolo scorso, la notiziabilità è l’insieme degli elementi che attribuisce a un evento il valore di una notizia (Teorie della comunicazione di massa, 1985). Il massmediologo spiega come ogni criterio di notiziabilità presenti alcune peculiarità. La prima è l’importanza che fa riferimento all’impatto che una determinata vicenda ha sull’interesse nazionale. Legato a tale fattore è la significatività: un evento, infatti, per essere notiziabile, deve essere significativo, cioè interpretabile entro il contesto culturale dell’ascoltatore o lettore. Decisiva è anche la prossimità, intesa sia come vicinanza geografica che culturale. In ultimo, Wolf indica la rilevanza come la variabile che rende importante un episodio riguardo agli sviluppi futuri di una determinata situazione.

È innegabile che la pandemia sia uno degli eventi sociali più notiziabili della contemporaneità. Non solo riflette i criteri succitati, ma abbraccia le coscienze e le conoscenze della globalità di donne e uomini finendo per diventare un universo simbolico vero e proprio. Crea cioè un continuum storico tra presente e passato nel quale l’uomo si interroga sui limiti della propria esistenza, si confronta con il senso della vita (e della morte), stabilisce metri e letture interpretative del circostante.      

La “società pandemica”

Se provassimo a definire attraverso le coordinate proposte il tempo presente, ci troveremmo forse di fronte a una nuova configurazione storica che potremmo chiamare “società pandemica”. Si tratta della condizione antropologica e socio-culturale conseguente a covid19, caratterizzata dalla destrutturazione di alcune certezze e dall’aumento esponenziale dei processi di digitalizzazione. Non c’è motivo di temere. Si tratta soltanto di un’etichetta sociologica e come tale necessita di essere anzitutto letta e capita. Il processo di interiorizzazione di ciò che rappresenta l’emergenza sanitaria non è però un’operazione immediata. Ansie, paure e distorsioni, sono dietro l’angolo e possono creare recinti di incomprensione, gabbie di indifferenza, alterazioni della verità, conflitti più o meno accesi. Gli esempi sono molteplici. Si pensi alle cure fai da te contro il virus oppure agli scontri tra chi è pro e chi è contro il vaccino o tra chi accetta limitazioni alle libertà e chi le rifiuta. Indipendentemente dai comportamenti dei singoli, il ruolo dei media risulta sempre determinante. Non solo nei termini positivi di informazione e diffusione del bene o negativi di influenza e manipolazione della verità. Ma soprattutto in virtù della coesistenza con l’umano che, oggi anche grazie alle tecnologie digitali, si fa più prossima e, dunque, necessita di essere ben compresa.  

Pandemia e cultura digitale

Siamo abituati ad acquisire conoscenze attraverso i cosiddetti media tradizionali. Giornali, radio e televisioni da sempre fagocitano i momenti tragici, ponendoli al vertice della già definita gerarchia di rilevanza. Ciò che importante per loro lo diventa per noi. È successo per le guerre e gli attentati terroristici ed è naturale che avvenga oggi anche per l’attuale criticità. Ciò che è cambiata però è la definizione dei ruoli. Il digitale, inteso soprattutto come dimensione culturale, decostruisce le differenze consuete tra produzione e utenza dell’informazione. Non siamo più soltanto spettatori di ciò che accade, ma possiamo diventarne i protagonisti. Entriamo, cioè, in una logica di corresponsabilità in quanto potenziali costruttori e veicoli di opinioni. Il social web, infatti, è un territorio infinito e disponibile di contenuti e si caratterizza per facilità di accesso e partecipazione. Facebook, con i suoi quasi tre miliardi di utenti nel mondo, è il modello di questa inversione prospettica: da un mediacentrismo esclusivo tipico delle redazioni giornalistiche e dei media mainstream, a una prospettiva antropocentrica con la quale “noi stessi diventiamo media”, in quanto possiamo fabbricare notizie, veicolare idee, condividere opinioni nei confronti di un pubblico che ci legge, ascolta e vede.

Questa lettura dei media sub specie humanitatis suggerisce di non limitare l’analisi del legame tra pandemia e media riducendola a un rapporto gerarchico e unidirezionale. Il rischio è ottenere letture circoscritte e sbilanciate prevalentemente sul negativo. Associare il coronavirus al concetto di infodemia o criticare l’onnipresenza comunicativa delle “virostar” (i virologi in tv) significa impigliarsi nelle tele del pregiudizio, dimenticandosi che noi stessi possiamo contribuire con visualizzazioni, like, condivisioni, commenti a queste derive.

La relazione tra pandemia e media dovrebbe invece privilegiare categorie dell’individuo (e della collettività) come la narrazione, la rappresentazione e la condivisione. Che cosa è un social media se non un territorio in cui ci raccontiamo, mostriamo parte di noi e condividiamo con gli altri? È come se la “palla dell’informazione” passasse a noi in quanto capaci di intervenire nel newsmaking e, quindi, suggerire comportamenti e orientare scelte.

Concludendo: media come riemersone dell’umano

Leggere queste parole potrebbe dare adito alla retorica del “siamo tutti giornalisti”. Non è così. Le professionalità rimangono così come rimangono i media, sia come dispositivi tecnici che come apparati industriali mossi da interessi economici. Ciò che può cambiare è il modo di comunicare decidendo di proiettarlo verso il bene o appiattirlo sul male. La società onlife (per usare un felice neologismo di Luciano Floridi) porta inevitabilmente alla riemersione dell’umano. Un umano che non sarà mai preconfezionato come un programma televisivo o un servizio giornalistico, ma vivrà di ambivalenze fatte di bellezza e giustizia oppure di oscurità e divisioni. Sta ad esso (a noi) scegliere da quale parte stare. La comunicazione digitale (e i suoi strumenti) ci offrono questa possibilità che non dovremmo lasciarci scappare. Soprattutto oggi, nel tempo complesso della società pandemica.  

© Sintesi Dialettica – riproduzione riservata

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