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Chi sono gli adolescenti che scappano dalla vita sociale chiudendosi tra le mura domestiche? Sono detti hikikomori, termine coniato in Giappone che significa letteralmente “stare in disparte”.

Il fenomeno, notato proprio in Giappone a metà degli anni Ottanta, oggi è drammaticamente diffuso e riconosciuto a livello internazionale. La pandemia l’ha accentuato, ma era già presente e, purtroppo, non raro.

In Italia è ancora poco studiato, ma i casi sono più di 100.000 e riguarda, in particolare, giovani tra i 14 e i 30 anni, principalmente maschi adolescenti.

Gli hikikomori soffrono le pressioni della società, manifestano l’ansia del giudizio altrui e risentono di una marcata demotivazione sulla loro vita, sul loro presente e il loro futuro.

Vorrei evidenziare alcuni tratti comuni alla maggior parte di questi ragazzi: sono timidi, molto sensibili, intelligenti e bravi a scuola. Sono persone caratterialmente introverse e propense a stare da sole, ma che si isolano per un tempo prolungato di mesi o anni per difendersi dalla paura opprimente di essere inadeguati in una società vista incomprensiva di ciò che essi sono.

La loro paura provoca una notevole spossatezza, e non è raro che in essi si riscontrino dolori di stomaco, semi-paralisi, cecità isteriche o sintomi simili all’epilessia. Tuttavia, se sottoposti a esami clinici, in genere non si riscontrano patologie organiche.

Inoltre, i primi segnali non sono facili da individuare. Molti genitori con figli hikikomori parlano di come sia difficile capire la gravità del disagio del figlio il quale, inizialmente, si chiude in stanza come spesso fanno gli adolescenti, ma col tempo taglia concretamente i contatti con chiunque, addirittura con i familiari, dormendo di giorno e restando sveglio di notte per non incontrarli.

Diversi specialisti ai quali questi genitori si rivolgono, in genere attribuiscono questi comportamenti alle tipicità adolescenziali o alla depressione, con conseguente non rara prescrizione di farmaci.

Beninteso, la depressione non è aliena a questo problema: non è la causa, ma può essere una conseguenza, e si può manifestare in una fase avanzata del disturbo. Per questo, è importante riconoscere il problema alla radice e all’inizio per evitare che la persona arrivi alla fase di totale isolamento.

Risulta chiaro che si tratta, non solo di un problema psichico, ma forse soprattutto culturale. Cosa deve fare la nostra società? La prima cosa è parlarne. L’opinione pubblica deve conoscere questo problema e poter ascoltare coloro che lo studiano e lo contrastano, e coloro che lo vivono. Inoltre, è importante che la scuola non sottovaluti certi segnali e che la famiglia abbia o sia dotata di strumenti in grado di affrontare questa brutta, ennesima ferita del nostro tempo. Parliamo spesso di inclusione, di società inclusiva nei confronti delle cosiddette “diversità”. Tra le tante, dobbiamo conoscere e considerare la dolorosa particolarità degli hikikomori.

© Sintesi Dialettica – riproduzione riservata

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