Uccise per gelosia, per vendetta, per follia, delitto dopo delitto, storia dopo storia. Mancano le parole giuste per spiegare questa abominevole mattanza a cui pare non sia possibile porre fine. Dall’inizio del 2022 ad oggi, più di cinquanta donne sono state uccise per mano del proprio coniuge, fidanzato, compagno, amico. Pugni, calci, schiaffi scambiati per amore, diventano una vera e propria prigione. Una donna libera è una persona che si afferma, ben lontana da quel 5 settembre 1981, quando la legge 442 cancella definitivamente l’istituto del delitto d’onore e il comune senso del disonore. Quel delitto risponde infatti a una consuetudine sociale intrecciata alla reputazione, al buon nome, alla necessità di “pulire” la vergogna del tradimento. Sono trascorsi quarant’anni da quell’addio, ma la sensazione di un ritorno all’antico ha il sapore amaro di un dolce richiamo. Il “paese” è tornato ad essere piccolo e la sua gente ancora più piccola, un paese in cui persistono evidenti sacche di odio e di rabbia, verso il diritto della donna, irrinunciabile, di voler andare avanti, di intraprendere un nuovo cammino, di voler costruire. Quale sentimento profondo e grottesco metterebbe quindi in ridicolo l’uomo isolato, lasciato, abbandonato? Cosa scatterebbe dunque nella mente dell’uomo violento ai tempi dei social media? Gli uomini accettano sempre meno di essere rifiutati, per paura di cosa? Di restare soli? O per oltraggio alla superiorità maschile? La separazione, il rifiuto, l’abbandono dopo la fine di una relazione sentimentale toccherebbero forse le corde più profonde del loro analfabetismo sentimentale, della loro incapacità di restare in piedi nonostante la corda si sia spezzata? Di dover essere costretti a ricominciare tutto daccapo e tutto da soli? Si tratterebbe reamente di una involuzione culturale o di un reale e fattivo problema di comunicazione? Non sarà certo una fiaccolata a dire basta ad un fenomeno diventato consuetudine, una consuetudine del passato che torna protagonista negli obitori, nelle chiese, dinnanzi ai magistrati, tra le persone intorno ai feretri o tra coloro che lasciano fiori alle finestre o ai portoni delle case delle vittime. Sarà forse tempo di smettere di uccidersi e di ricominciare a comunicare, ripartendo da zero, costruendo ogni giorno, pietra su pietra, sulla confusione del giorno prima? Sarà forse tempo che la donna possa amare il proprio uomo, sopperendo al suo vuoto emozionale ed emotivo come scudo? Lessicalmente la parola femminicidio potrebbe rappresentare una pesante offesa nei confronti della donna? La parola femminicidio potrebbe in questo senso assumere i contorni inquietanti dell’espressione incerta del suo riscatto socioculturale, una specie di infinta lotta alla vita e per la vita, una femmina appunto, incapace al cospetto del suo uomo, non all’altezza, diseguale, non una componente essenziale della vita collettiva, una madrina silenziosa di lungo periodo, manodopera nell’immaginario maschile, morti che non fanno più notizia, umiliazioni e reazioni senza riscatto. Il femminicidio, una macabra moda che non passa di moda.

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