«Dove fanno il deserto, lo chiamano pace»
Publio Cornelio Tacito
(55-117 d.C.)

Da dove viene la parola “pace”? Dal latino «pax». La radice indoeuropea «pak» o «pag» si ritrova nel latino «pactum». La pace, dunque, è un patto, un accordo.

La pace è assenza di guerra? Senz’altro. Ma anche assenza di insicurezza, di paura, di bisogno naturale da appagare. Chi ha sete o fame, è ammalato o ferito, o ha, per così dire, la guerra nella mente, è forse in pace?

Tacito, grande storico romano, fa pronunciare queste parole al generale calèdone Calgaco (Caledonia è il nome latino della Scozia), che si rivolge alle sue truppe prima di affrontare le legioni romane nella tragica battaglia del monte Graupio, in Scozia, nell’anno 83 dopo Cristo.

L’opera, del 98 d.C., è il «De vita et moribus Iulii Agricolae» («Vita e costumi di Giulio Agricola», governatore romano della Britannia).

Vi chiedo questo:

  1. Un grande storico romano condanna così aspramente il suo stesso esercito? È così? È giusto?
  • Potete fare qualche esempio, nella storia recente o passata, che rifletta tale espressione di Tacito?
  • Restando all’ambito militare, una pace è possibile solo dopo che una parte ha prevalso totalmente sull’altra?
  • La guerra è ineliminabile nella condizione umana?
  • Secondo voi, che cos’è la pace e perché siamo a favore di essa e contro la guerra?
  • I conflitti su interessi vitali come si possono risolvere?
  • Siete d’accordo con la nota espressione del generale prussiano Von Clausewitz, secondo il quale: «La guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi. La guerra non è, dunque, solamente un atto politico, ma un vero strumento della politica». O forse, oggi, la guerra non è che la continuazione della guerra, senza un chiaro disegno politico di pacificazione?

Partendo da domande essenziali, che solo in apparenza richiedono risposte ovvie, si iniziano a capire veramente le cose. Questo è il metodo filosofico.

© Sintesi Dialettica – riproduzione riservata

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