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L’eredità culturale che noi italiani abbiamo ricevuto è incommensurabile. Abbiamo il dovere anche morale, oltre che intellettuale, di tutelare l’unicità di questo patrimonio unico al mondo. Non è banale ricordarlo.

Tuttavia, alcuni fatti dimostrano che non siamo molto inclini a prenderci tale responsabilità. Alcuni esempi: in questi giorni, a Venezia, è stata sporcata di rosso la facciata della basilica del Redentore; in aprile, a Parma, sono stati imbrattati il portone del duomo e il battistero; a febbraio, a Lecce, stessa sorte per alcuni monumenti di pregio e per le mura del centro storico; a settembre 2021, una colonna del Teatro Massimo di Palermo è stata rovinata con un pennarello e, sul piedistallo di marmo che sostiene il mezzobusto di Vincenzo Bellini, è stata inspiegabilmente riportata una lista di profili instagram. Ancora nel settembre scorso, a Roma, sono stati deturpati i monumenti Campitelli. La lista potrebbe continuare. Sono episodi ormai all’ordine del giorno.

Preservare questa eredità non è certo un’idea a noi estranea. Alcuni esempi: Anna Maria Luisa de’ Medici, ultima esponente del casato, salvò gran parte dell’arte fiorentina con il “patto di famiglia” che imponeva l’inamovibilità da Firenze dell’intero patrimonio mediceo; Carlo di Borbone finanziò gli scavi di Pompei stabilendo anche la loro tutela; nel 1820, lo Stato Pontificio fissò per legge la protezione del patrimonio artistico mentre, lo stesso anno, l’azione diplomatica di Antonio Canova riportò in Italia diverse opere depredate durante le campagne napoleoniche.

Cosa dobbiamo imparare dalla comparazione fra i primi e i secondi esempi? Non sto certo lodando l’epoca delle monarchie, tanto più che la cultura della tutela e del restauro si è affermata seriamente in tempi recenti (ricordiamo in che stato di degrado e abbandono versava il patrimonio italiano fino agli anni Ottanta). Piuttosto, vorrei ragionare sul nostro stato di educazione. Il vandalismo c’è sempre stato, ma perché oggi è così pervasivo? La nostra ricchezza, lo dico con un pizzico di retorica, siamo noi, e non è composta solo dalla somma di opere e luoghi, ma anche, e soprattutto, da come ce ne prendiamo cura. La consapevolezza che il patrimonio è parte vitale di ciò che siamo è fissata nell’articolo 9 della Costituzione, oggi opportunamente arricchito con tutte le forme di tutela ambientale:

«La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali».

Fondamentale è il riferimento alle generazioni future, che include il riconoscimento del valore anche socio-economico di tale patrimonio. Alcuni hanno barbaricamente e irresponsabilmente affermato che «con la cultura non si mangia». Niente di più falso. Pensiamo, per fare un solo esempio, a cosa ha inflitto la pandemia al comparto del turismo.

C’è un grande problema di educazione di tutti noi: non è ammissibile il dilagare del vandalismo. Nel periodo storico di spesso tragica trasformazione che stiamo vivendo è di estrema importanza educare i giovani, fin dalla scuola primaria, al rispetto del patrimonio e alla sua importanza anche come fonte di sviluppo economico, progresso, lavoro e anche pace fra i popoli.

© Sintesi Dialettica – riproduzione riservata

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