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Per molte persone è impensabile realizzare di essere sole. Quasi ci vergogniamo, infatti, se non abbiamo molti followers e amicizie sui social. Se non mostriamo noi stessi il venerdì o il sabato sera a bere un aperitivo in compagnia. Sì, “mostriamo” perché è più importante apparire che essere, e questo ci conduce a stare soli anche se in compagnia.

I rapporti sono divenuti superficiali, vuoti, ci si accontenta di parlare del più o del meno con persone che non ci fanno crescere. Oltretutto bisogna valutare il fatto che molti giovani e meno giovani hanno anche un rapporto emotivamente superficiale con le persone che incontrano.

Ovviamente non è per tutti così, per fortuna. Bisogna contare, per un avanzamento nella profondità affettiva, culturale e spirituale su quelle persone che non mettono in atto queste situazioni e questi comportamenti ma che li soffrono. Purtroppo, però, la superficialità dilaga, e spesso la mancata profondità dell’essere naufraga nell’alcool, il vero protagonista, irrinunciabile, di quegli aperitivi.

Molti giovani e meno giovani hanno bisogno di un’etichetta sociale per rimanere nella propria zona di comfort, per sentirsi accettati, per definirsi “normali”. Questo, perché il comportamento sociale è lo stesso per tutti, o per un’ampia maggioranza. Il concetto dell’accettazione è giusto e comprensibile perché l’uomo è un essere sociale, e vivere una vita senza relazioni lo porta al disfacimento psicologico e forse anche a quello fisico.

La domanda è: sappiamo ancora costruire vere relazioni? Oppure ci accontentiamo di “stare per stare” senza cercare o costruire alcunché? Queste domande devono essere un punto di partenza per capire meglio il rapporto con se stessi che è poi fondamentale per rapportarsi con gli altri.

E qui entra in gioco la solitudine.

Dobbiamo imparare a costruire con gli altri vere relazioni, autentiche. «La solitudine – scrisse Martin Heidegger – rappresenta la condizione dell’autenticità». Erich Fromm scrisse che «paradossalmente, la capacità di stare soli è la condizione prima per la capacità d’amare».

Questo è importante per dare vitalità a dei valori che cerchiamo quando interagiamo con gli altri: l’alchimia, l’educazione, l’affinità intellettuale. È fondamentale anche la volontà e l’impegno di volersi “sporcare le mani” nel rapporto con il prossimo. Crederci, esserci davvero. Tutto ciò non succede o almeno non abbastanza. Allora il concetto di solitudine va rivisto: chi sa stare da solo, chi sa coltivare la propria personalità e i propri interessi potrebbe avere un impatto positivo all’interno di contesti superficiali o fintamente interessati, poiché può offrire davvero qualcosa all’altro. La solitudine ci insegna a pensare, a migliorarci, a prendersi cura della propria persona in tutta la sua interezza e per questo è un valore, un’aggiunta, non certo qualcosa di cui vergognarsi. Intendiamoci, non parlo affatto di egoismo o egocentrismo o individualismo: grandi mali del nostro tempo.

Impariamo a stare più da soli – forse, per chi è stato fortunato e non ne ha subito la tragedia, un po’ la pandemia ce l’ha insegnato – e sapremo dare di più all’interno delle relazioni che intessiamo: ci arricchiranno di più perché saranno profonde.

© Sintesi Dialettica – riproduzione riservata

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