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Attraverso i potenti strumenti di manipolazione digitale, come l’irrinunciabile filtro bellezza dello smartphone, possiamo creare la “migliore” versione di noi. In questo modo, però, tra immagine e identità viene a mancare la consonanza: l’una non è più aderente all’altra. L’immagine é diventata un elemento altro e indipendente. Questa immagine virtuale é nostra ma in un senso, per così dire, industriale, perché non siamo più noi, ma un nostro prodotto che viaggia attraverso i social media, mercificato da noi stessi ancor prima degli altri, esattamente come qualsiasi altro bene o servizio.

Per indagare meglio lo spazio nel quale la nostra immagine é stata proiettata ci viene incontro il concetto di “non luogo”, elaborato da Marc Augé, con il quale l’antropologo identifica spazi del non essere come aeroporti, metropolitane o centri commerciali, dove l’identità delle persone svanisce, dove la propria presenza é legata ad uno scopo specifico che non é la socializzazione, ed é del tutto transitoria. I social media, o forse sarebbe meglio dire asocial media (perché é la nostra immagine a socializzare, non noi), sono il non luogo dove vendo la mia immagine anche senza un ritorno economico (che potrà arrivare in un secondo momento), ma dove istantaneamente ottengo gratificazioni: il numero crescente di follower, di like, ed i commenti positivi ai miei post.

«In futuro ognuno di noi sarà famoso per quindici minuti», la celebre profezia di Andy Warhol si avvera non per noi, ma per la nostra immagine. Questa istantanea soddisfazione, sebbene innescata da un processo del tutto virtuale, é totalmente reale e porta l’individuo a cercarla ulteriormente.

La mia immagine però, proprio come un prodotto, necessita di una continua manutenzione, di miglioramenti, per attirare la mia fetta di mercato. La tecnologia, attraverso lo sviluppo di algoritmi, garantisce un’elaborazione dell’immagine sempre più efficace; questa diventa materiale e tangibile, fino al paradosso di un virtuale talmente concreto da essere reale, senza essere noi. Nelle società odierne, questa bellezza diventa un bene a disposizione nostra, e del mercato. Nella misura in cui noi facciamo parte di questo meccanismo, essa diventa a disposizione del mercato tout court. Ma il mercato consuma i prodotti con una velocità sempre maggiore, il nuovo invecchia quasi istantaneamente. La bellezza diventa in questo senso monouso: si produce, si vende, si butta. L’identità e la personalità entrano in crisi in questa ricerca affannosa della prestazione. Nella competizione con la nostra immagine siamo destinati a perdere perché noi non siamo supportati con la stessa efficacia dalla tecnologia.

© Sintesi Dialettica – riproduzione riservata

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