La ragione …condanna assolutamente la guerra
…e fa invece dello stato di pace un dovere immediato
La pace duratura, ovvero la cessazione dei conflitti tra tutte le nazioni non è una chimera, ma un compito dettato dalla ragione umana. Questo è in sintesi il cuore del saggio Per la pace perpetua di Immanuel Kant (Koenigsberg, 1724-1804) (1). Scritto nel 1795, quando il filosofo è ancora nel pieno della sua maturità intellettuale, il trattato propone un accordo fra etica, diritto e politica, tre ambiti a volte considerati discordanti tra loro, e rappresenta così un unicum all’interno della vasta produzione kantiana.
La data stessa della composizione dell’opera è significativa. Siamo a pochi anni di distanza dall’Ottantanove francese, che aveva tratto alimento ideologico dalle le pagine degli autori dell’illuminismo. Tanto Montesquieu quanto Rousseau, quest’ultimo una delle fonti più presenti a Kant, legano l’idea di riforma politica al sovvertimento dell’ordine stabilito e dunque al cambiamento della forma di governo. Solo l’istituzione della repubblica e la resa dei conti contro il dispotismo dell’ancien régime potranno portare allo stabilirsi della pace interna allo stato (pactum civitatis) e come diretta conseguenza anche esterna, cioè universale.
La necessità della costituzione repubblicana, ribadita da Kant nel primo articolo definitivo del trattato, recepisce dunque il clima dell’illuminismo francese e ribalta il paradigma classico consacrato da Hobbes nel XVII secolo. Il bellum civile, afferma il filosofo inglese, è il peggiore di tutti i mali, tanto che per evitarlo i cittadini devono alienare la sovranità al despota, che la eserciterà per il bene dello stato. Al contrario secondo Kant il passaggio dal dispotismo monarchico alla costituzione repubblicana è una necessità per il raggiungimento della pace, poiché solo nella repubblica i cittadini “dovendo decidere loro stessi di subire tutte le calamità della guerra …rifletteranno molto prima di iniziare un gioco così brutto. (2)”
La costituzione repubblicana garantisce dunque il genere umano contro la minaccia della calamità bellica. Questa clausola giuridica, relativa alla forma di governo, rappresenta sì la condizione necessaria, ma non ancora quella sufficiente affinché la pace tra gli stati non sia solo l’illusione di un’anima bella. Per compiere un passo decisivo dobbiamo chiederci cosa spinga veramente gli uomini a realizzare condizioni di pace, se dobbiamo escludere che a questo scopo concorra qualsiasi intervento autoritario, che sarebbe incomprensibile e contraddittorio con il rifiuto del dispotismo.
E’ così che Kant indica una spiegazione che ha a che fare con la struttura della mente umana. Nella concezione kantiana la guerra è considerata un crimine contro l’umanità, poiché viola la legge morale universale. Quest’ ultima prescrive da parte sua di adeguare sempre la morale personale a quella dell’intero genere umano. Nel gioco delle facoltà superiori, la moralità è fondata sul dovere, in quanto la ragione , influendo sulle inclinazioni passionali, deve determinare da sola la volontà dell’agire. La pace risulta così il dover esseresupremo, anch’esso razionalmente determinato, una sorta di estensione giuridico-politica della morale kantiana.
Ecco perché la pace rappresenta un esito razionale dell’agire umano, o forse per essere più chiari usando un termine di senso comune, dovremmo dire un esito “ ragione vole”. Essendo inoltre la ragione universalmente ripartita tra tutti noi, raggiungere la pace è realisticamente possibile poiché essa procede dalla naturale espressione della più alta facoltà umana. L’approssimazione storica sarà forse lenta, e in realtà per Kant la “naturalità” del processo di pacificazione non va fraintesa. Infatti, date le premesse giusnaturalistiche da cui muove, Kant avverte proprio in apertura del trattato che lo stato di natura non è di per sé pacifico, ma deve, essere istituito attraverso la forza coercitiva, anche se evidentemente non armata, del diritto pubblico. Tuttavia, la considerazione della struttura razionale degli uomini fa supporre che la pace verrà istituita tra le nazioni. Certamente.
Un primo risvolto della fiducia kantiana nella razionalità consiste in questo: etica e politica devono andare d’accordo, pena la rovina del genere umano a causa della guerra. Da qui discendono una serie di applicazioni, che Kant elenca tra gli articoli preliminari dell’opera. Ad esempio, il divieto assoluto di patti segreti fra gli stati, il bando di ogni segretezza della pratica politica e perfino, cosa sorprendente per l’epoca, l’eliminazione degli eserciti. Su tutto l’idea che la pace non consista mai in una tregua temporanea, bensì in un dovere svincolato dalle convenienze del momento.
Una teoria politica di questo tipo va incontro all’obiezione di essere nient’altro che una bella ipotesi, irrealizzabile nella pratica., in quanto gli ostacoli allo stabilimento di una condizione pacifica tra gli stati sono molteplici e sotto gli occhi di tutti. In questo senso Kant sembra essere agli antipodi del realista Machiavelli, per il quale la guerra è una cruda necessità. Kant tuttavia non è un ingenuo, ma abbraccia volontariamente una visione “normativa”, che egli definisce teoria trascendentale del diritto pubblico. L’aspetto normativo è basato sulla mossa di fare astrazione da tutti i contenuti, ovvero da quelle massime della prudenza che guiderebbero un po’ machiavellicamente le decisioni di chi governa, per considerare al contrario la forma dell’azione politica, che risulta essere intrinsecamente etica. Se la massima della volontà di ciascuno deve diventare principio di una legislazione universale viene a mancare lo spazio per le “massime della prudenza” del moralista politico e rimane quello per regole del diritto cosmopolitico, quali la possibilità di confederare più stati pur nel rispetto della loro identità o la prescrizione di ospitalità universale degli uomini (Secondo e terzo articolo definitivo).
In ogni caso, pur nell’ottica di una legittima teoria giuridico-politica formalista e prescrittiva, rimane da chiedersi se in assoluto il progetto di Kant non rischi di rivelarsi in fin dei conti utopico. Non tanto a causa delle ombre che la storia ha gettato, da Napoleone fino alla Guerra fredda e al presente immobilismo da parte delle Nazioni Unite, sul progetto filosofico di una pace duratura. Quanto piuttosto, e qui si tratterebbe di una fallacia tutta esterna alla kantiana filosofia della storia, a causa di una valutazione troppo rigidamente normativa circa i limiti e le capacità della razionalità umana. Come suggeriscono i contribui più recenti delle neuroscienze cognitive, la nostra razionalità è meno lineare di quanto si potesse credere durante il secolo dei Lumi.
Note
1) Kant, Per la pace perpetua, Feltrinelli, Milano 2006, p. 62
2) Ivi, p. 56
© Sintesi Dialettica – riproduzione riservata


