Parlando dello sviluppo della comunicazione politica in Italia, si è soliti individuare tre distinte fasi storiche: una prima, prettamente legata al contatto interpersonale tra gli agenti, al massimo accompagnato da scarsi e primitivi strumenti di informazione e propaganda, diretta emissione dell’apparato di un qualche partito.
Parlando dello sviluppo della comunicazione politica in Italia, si è soliti individuare tre distinte fasi storiche: una prima, prettamente legata al contatto interpersonale tra gli agenti, al massimo accompagnato da scarsi e primitivi strumenti di informazione e propaganda, diretta emissione dell’apparato di un qualche partito; una seconda, che deve confrontarsi con i nuovi mezzi di comunicazione di massa, che interagiscono e interferiscono con la comunicazione dell’apparato, nel frattempo perfezionatosi; una terza, l’attuale, che segna ormai il predominio dei grandi media rispetto alla precedente sfera pubblica di azione propagandistica personale (1). Da questo punto di vista, il PCI prima, e successivamente il PDS e i DS, sono un’organizzazione paradigmatica, in grado di attraversare le tre diverse fasi lungo la storia del nostro Paese: nel presente articolo si cercherà di tracciare dei punti di differenza nel passaggio tra la seconda e la terza, prendendo spunto da una precisa fase storica del vecchio PCI, dalla seconda metà degli anni 70 fino agli anni 80 (2), mettendola in parallelo a quella attuale dei DS.

Nell’analisi, va tenuto conto di un sostanziale punto di contatto sul piano comunicativo: in entrambe le fasi il Partito si trova in una situazione di squilibrio per quel che riguarda le potenzialità economiche e, per così dire, “di tribuna” rispetto al suo avversario (la DC prima, Berlusconi poi), e cerca di colmare il gap con una strategia legata a un forte radicamento territoriale e a una militanza organizzata superiore: tenuto conto di questo, il medium caratterizzante, per i DS ancora oggi come lo fu per il PCI, è il manifesto. Esso, infatti, è il mezzo più adatto ad un’organizzazione ramificata in precise aree geografiche, con sue sedi munite di apposite plance, che ha come target soggetti portati ad apprezzare la gratuità del messaggio (per leggere un manifesto non occorre pagare). Ancora oggi, molta della propaganda diessina non proviene dall’organismo centrale, ma dalle varie Federazioni cittadine, addirittura in diversi casi dalle singole unità di base sul territorio. Ai tempi del PCI, queste preparavano i propri manifesti a mano o col telaio serigrafico, e i propri volantini con il ciclostile: oggi, con l’avvento del computer, il meccanismo si è semplificato, e si ricorre a tipografi professionisti per la stampa. Continua a vivere una fase di espansione, nel frattempo, il fenomeno della stampa locale direttamente curata dalle sezioni (3).

Tenuto conto dei mezzi, si può passare ad esaminare il linguaggio della comunicazione politica del Partito. Generalizzando, si può dire che i cambiamenti nelle due diverse fasi altro non sono che la proiezione dei cambiamenti dell’intera società italiana: quanto prima si era legati all’ideologia, tanto oggi al marketing; quanto prima si ripudiava l’individualismo e si chiedeva al comunicatore di considerare la persona solo come componente di un corpo sociale, quanto oggi Gianni Cuperlo, responsabile nazionale DS per la Comunicazione Politica, chiede una campagna elettorale “rigorosa ma personalizzata” (4), legata alla contemporanea società dell’individuo; quanto prima venivano lanciate “parole d’ordine”, tanto oggi vengono lanciati “slogan”. Ancora, quanto prima il PCI si faceva forte della sua “diversità” dal resto del sistema e poteva puntare sull’affermazione identitaria del proprio simbolo e della propria ideologia, tanto oggi i DS, partito di governo proiettato in una logica di alternanza del sistema politico tra coalizioni eterogenee al proprio interno, e per di più protagonista di una fase costituente di un nuovo grande contenitore di diverse esperienze, come il Partito Democratico, sono costretti ad essere in costante confronto con la comunicazione degli altri partiti, a competere anche su questo campo, puntando su una strategia di imposizione dei propri temi, più che del corpus ideologico.

Ma lo squilibrio precedentemente citato tra gli attori, accompagnato probabilmente dall’inadeguatezza del bagaglio culturale dell’ “alterità” stessa, porta da anni nei DS una certa “sofferenza” per la capacità berlusconiana di dettare l’agenda politica e propagandistica, che inficia in diversi casi la ricerca di una comunicazione legata a un corso lungo, da parte del Partito di Fassino, che così finisce per incidere solo nella instant propaganda territoriale dei manifesti e delle apparizione televisive nei talk shows. In diverse stagioni, allora, la comunicazione politica dei DS si è rivelata un mix squilibrato di immediatezza e sedimentazione del brand a lungo termine, con la seconda, tra l’altro, fortemente concentrata sulla conquista del settore di mercato politico in cui i DS sono storicamente più deboli, i giovani e le donne (5). Negli anni, si sono moltiplicate le occasioni in cui i DS si rimproveravano e si interrogavano sulla loro scarsa capacità di “vendere un sogno” (6) (cosa che, in altri contesti, al PCI riusciva abbastanza bene): tuttavia, qualcosa è sembrato cambiare nell’ultima campagna elettorale per le Politiche 2006, dove i DS hanno messo in campo un’efficace strategia comunicativa legata alle campagne “DS.
La Forza che fa l’Unione”, “Amare l’Italia”, e al tema “Domani è un Altro giorno”, riprendendo la battuta finale di “Via col vento”. In proposito, traspare la soddisfazione del Botteghino per la riuscita della campagna da un’intervista dello stesso Cuperlo al quotidiano PuntoCom, in cui il politico si vanta di coma stavolta sia stato Berlusconi a copiare e parodiare la sinistra, e non il contrario (7). Queste ultime campagne sono un buon esempio di come i DS si vogliano volgere sui temi valoriali (l’essere la forza trainante e “tranquilla” della coalizione di centro-sinistra, l’amore patrio, il tema della modernizzazione non visto esclusivamente in chiave “efficientista”, ma come valore di fondo per la vita dell’individuo).
L’inferiorità economica (i DS hanno dovuto riempire un profondissimo buco di bilancio, che è rientrato anche grazie ad attente campagne congiunte di propaganda e fund raising: si pensi che ancora oggi ogni pezzo di comunicazione dei DS è accompagnato dall’indicazione del numero di conto corrente su cui si possono effettuare dei versamenti) e di tempo di esposizione nei mass media ha fatto sì che i DS, inoltre, abbiano puntato decisamente sui new media per la conquista del consenso: oggi il portale dsonline.it è uno dei più completi tra i siti politici, con una newsletter settimanale e settorializzata che ha abbondantemente superato i 20.000 iscritti, e con l’avvio, quest’anno, di un canale in videostreaming, che permette di vedere gratuitamente i più importanti eventi legati alla vita del Partito. I DS sembrano quindi essere forse il Partito che più di ogni altro ha puntato su un uso maturo e consapevole del mezzo telematico, lontano da quello pionieristico del vecchio PDS e, addirittura, romantico e salvifico del vecchio PCI, troppo condizionato ancora dal pensiero della scuola di Francoforte.
I comunisti salutavano come conquista democratica ogni nuovo arrivo nel campo dei media, destinato a slegare quel mondo dalla dittatura capitalistica e portare all’emancipazione della classe lavoratrice: per fortuna quella visione sembra oggi aver lasciato il campo, a favore di un’analisi più attenta dei limiti e delle opportunità dei mezzi (8).
Note
1) Cfr. P. Mancini, “Manuale di comunicazione pubblica”, Laterza, Bari 1996
2) Sono questi, infatti, contemporaneamente, anni di sviluppo fra i media, con la nascita dell’emittenza privata nel settore televisivo, con la riforma della RAI e con l’evoluzione pubblicitaria, con l’arrivo della stampa di opinione con “Il Giornale” e “La Repubblica” nella carta stampata, e anni segnati da buoni successi elettorali per il Partito, come alle Amministrative del 1975, e dell’ingresso nell’ “area di Governo”.
3) Cfr. http://www.caragarbatella.org/
4) Cfr. il seminario DS “Verso la sfida del 2006”, tenutosi il 20 luglio 2005 a Roma.
5) È interessante notare come, nelle ultime campagne per il tesseramento (che sono una sorta di “biglietto da visita” per un Partito) dei DS, siano presenti, nell’ordine: 2003, una coppia di fidanzatini, con a fianco una coppia di coniugi in cui è visibile solo il volto femminile, una coppia anziana con un bimbo in mezzo; 2004, una donna con al posto dei capelli i rami della Quercia; 2005, una donna incinta; 2006, un gruppo di ragazzi. Per capire come queste presenze siano strumentali a una funzione di marketing, e come questo sia una vera svolta, basta ricordare come nell’altro periodo preso in esame, il PCI abbia adottato per le sue campagne quasi esclusivamente la falce e il martello. Si vedano, a riguardo, anche gli esempi nelle immagini di accompagnamento all’articolo.
6) Cfr. G. Cuperlo, Par condicio? Storia e futuro della politica in televisione, Donzelli, Roma 2004.
7) Cfr. “Politiche, anche i DS tengono famiglia”, su PuntoCom del 14/02/2006 pag. 6, int. di Giuliano Lesca. In effetti, sul sito di Forza Italia erano apparse diverse parodie e controinformazioni di quelle campagne.
8) Da questo studio è stato volutamente messo da parte il mezzo televisivo, in quanto, a parte gli spot autogestiti, la comunicazione politica televisiva non è autoprodotta.
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