La riforma del mercato del lavoro, meglio conosciuta come Legge Biagi, torna fare parlare di sé perchè ha contribuito ad innovare il diritto del lavoro ed ha suscitato attenzione ed interesse anche in altri Paesi, impegnati nella difficile ma necessaria ricerca di strumenti idonei a rendere più flessibile il mercato del lavoro e a promuovere l’occupazione, specie dei giovani, riconoscendo e salvaguardando un livello essenziale di garanzie. La legge e i suoi complessi provvedimenti attuativi (ispirati al Libro bianco sul mercato del lavoro) si sono mossi, inoltre, lungo una linea di sostanziale continuità con le misure introdotte nel 1997 (dopo un lungo confronto con le parti sociali) dal “Pacchetto” voluto e predisposto (in stretta collaborazione con Marco Biagi) dall’allora ministro del Lavoro Tiziano Treu.
Questa legislazione innovativa e moderna, nel suo divenire, ha consentito di sbloccare, in Italia, il mercato del lavoro e di renderlo dinamico nonostante le difficoltà dell’economia. I dati dimostrano infatti che nell’arco di tempo compreso tra il 1992 e il 1997, ad una crescita media annua significativa del Pil corrispondeva un andamento critico del mercato del lavoro nel senso che diminuiva l’occupazione ed aumentava la disoccupazione. Il segno dell’inversione di rotta è apparso chiaro a partire dal 2000 e negli anni seguenti, quando l’occupazione ha preso a crescere e la disoccupazione a diminuire, tanto che oggi l’Italia, pure avendo tassi di occupazione tuttora inferiori alla media europea, è uno dei Paesi che maggiormente ha progredito nella creazione di nuovi posti di lavoro e nella riduzione della disoccupazione.
A queste oggettive considerazioni si risponde, nella polemica politica, che, anche ammesso che l’occupazione sia aumentata, i nuovi posti di lavoro sono saltuari, precari e quant’altro. Le ricerche più serie testimoniano, invece, che – anche nelle nuove occasioni di impiego – i rapporti stabili continuano ad essere prevalenti nel contesto europeo. E, comunque, tutte le tipologie di lavoro regolato sono meglio della disoccupazione o del lavoro nero. Ma chi non vuol ascoltare si rifiuta di solito anche di vedere. Così la Legge Biagi si porta appresso i riflessi e le polemiche che avvelenarono il clima politico e sociale dei tempi in cui il provvedimento fu concepito, discusso ed approvato e che concorsero a fare di Marco Biagi un uomo-simbolo da uccidere. Oggi la legge che porta il suo nome viene caricata- da taluni- di un improprio valore emblematico (tanto che se ne chiede l’abrogazione in via di principio) e giudicata in modo pregiudiziale invece che per i suoi contenuti effettivi e i risultati prodotti, non solo sul terreno dell’occupazione, ma anche su quello del contrasto alle collaborazioni fittizie che nascondono veri rapporti di lavoro dipendente, dell’affermazione del nuovo apprendistato professionalizzante e dei percorsi formativi, nonché dell’istituzione e dell’estensione di più moderne ed efficienti istituzioni di governance del mercato del lavoro.
Romano Prodi ha rilanciato l’impegno del Governo di centro sinistra di mettere mano alla Legge Biagi . Ma nei giorni scorsi il sindaco di Roma Walter Veltroni, ha voluto dedicare un viale di Villa Paganini (dove è ospitata la memoria di altri “eroi civili”) all’indimenticabile amico Marco Biagi. Ho particolarmente apprezzato il discorso che Veltroni ha pronunciato in quell’occasione, anticipando considerazioni tanto sulla figura del giurista bolognese quanto sulla sua opera (legge n. 30/2003 compresa) assolutamente onesti e condivisibili. I medesimi concetti, poi, sono stati ribaditi in un articolo su La Stampa , scritto come se Veltroni avesse voluto far conoscere le sue opinioni su di una questione delicatissima, ben oltre i confini di un parco pubblico nel cuore di Roma. E ancora nella prefazione di un libro nato dedicato alla discussa normativa “La Legge Biagi : anatomia di una riforma”-Editori Riuniti – Cesare Damiano, nuovo Ministro del Lavoro, si propone di apportarne eventuali modifiche governando il mercato del lavoro per creare nuove opportunità,realizzando servizi di migliore qualità a minori costi per gli utenti ,valorizzando il ruolo delle parti sociali. Se queste sono le premesse, se la linea del dialogo (promossa da autorevoli esponenti della nuova maggioranza) prenderà forza, sarà il caso di dire che “la guerra è finita” e di prendere in parola la parte moderata dell’Unione, allo scopo di valutare quali potrebbero essere le modifiche da apportare alla legge Biagi e ai decreti applicativi.
Si parla, a questo proposito, dell’introduzione di nuovi ammortizzatori sociali, della ridefinizione e dell’armonizzazione delle aliquote contributive per le differenti tipologie di lavoro, del riconoscimento di agevolazioni fiscali alle imprese che assumono a tempo indeterminato. Tutti questi obiettivi, poi, devono essere raccordati con la proposta di ridurre il cuneo contributivo di almeno cinque punti. Pur accantonando per un momento gli aspetti economici e finanziari di questa complessa operazione (non si dimentichi che da almeno due legislature non è stato possibile, per mancanza di adeguate risorse, un riordino degli interventi a sostegno del reddito e dell’occupazione a favore di tutto il lavoro dipendente e non solo degli occupati nelle aziende medie e grandi, come avviene adesso) è il disegno di politica del lavoro a suscitare parecchie perplessità. Vediamo perché.
La legge Biagi è intervenuta nel mezzo di una situazione definita per nulla riconducibile alla sua responsabilità: l’esplosione delle collaborazioni a seguito della istituzione del loro regime previdenziale. Non si è riflettuto abbastanza, infatti, sul perché il ricorso al rapporto di lavoro atipico è cresciuto in maniera esponenziale a partire dal 1996. La spiegazione è semplice: la creazione di una gestione previdenziale obbligatoria (che ha regalato, a tutto il 2005, 28 miliardi di euro alle altre gestioni deficitarie) ha “fatto aggio” sugli altri aspetti, consentendo ai datori di lavoro di utilizzare queste figure professionali con maggiore tranquillità del passato, quando il profilo giuridico delle collaborazioni si basava unicamente sulla giurisprudenza. La legge n. 30/2003 mira (sarà l’esperienza a giudicare se si è trattato di un obiettivo velleitario o meno) a fare pulizia nel settore attraverso una precisa linea di demarcazione: da un lato i lavori a progetto destinati ad essere ricondotti nell’ambito del lavoro autonomo; dall’altro, i rapporti di lavoro subordinato camuffati da collaborazioni, al solo scopo di ridurre il costo del lavoro ed abbassare strutturalmente le tutele.
Per queste ultime tipologie lo sbocco dovrebbe essere quello del lavoro dipendente tout court. Si noti – per avere una dimensione reale del problema – che i rapporti di collaborazione in senso stretto non sono milioni, ma centinaia di migliaia (si stima poco più di 400mila). L’Unione, nelle sue componenti riformiste, ha in programma il progetto di stabilizzare il lavoro atipico a fianco del lavoro autonomo tipico e di quello alle dipendenze, allineandone il più possibile le protezioni. In questo modo, però, il lavoro parasubordinato resterebbe “figlio di un dio minore”, riservato ai settori deboli, ma sarebbe messo fuori mercato proprio da un sistema di regole oggettivamente insostenibili. Ma se si volesse sperimentare questo percorso, sarebbe necessario usare molta cautela nel prevedere nuovi ammortizzatori sociali e i relativi criteri di finanziamento. La gestione dei parasubordinati presso l’Inps ha sufficienti avanzi (5 miliardi l’anno) per far fronte in maniera autonoma al sostegno di una più ampia gamma di tutele, senza dover ricorrere a trasferimenti dal bilancio statale. La medesima prudenza dovrebbe valere con lo strumento delle agevolazioni fiscali finalizzate alla “buona” occupazione.
Non avrebbe proprio senso drogare, in maniera strutturale, il mercato del lavoro, alimentando posti finti, esistenti unicamente per riscuotere il credito d’imposta. Alla fine dei conti, poi, rimarrebbe a “fare la differenza” la questione della disciplina del licenziamento individuale. Come si vede i nodi tornano sempre al pettine. E non a caso nelle proposte circolate in queste settimane è tornato a fare capolino il problema delle regole della risoluzione del rapporto di lavoro, come cartina di tornasole della flessibilità. Alla fine dei conti, poi, rimarrebbe a “fare la differenza” la questione della disciplina del licenziamento individuale. Come si vede i nodi tornano sempre al pettine. Certo, nessuna legge è perfetta in sé. Soprattutto un provvedimento tanto complesso come la Legge Biagi ha bisogno di essere adeguatamente sperimentato in un contesto sereno ed equilibrato tra le Istituzioni e le forze sociali. E magari anche integrata: ed ognuno di noi per le proprie competenze e per l’impegno civile che può e sa esprimere è chiamato a fare la sua parte e trovare la sintesi delle parti della Legge Biagi che uniscono.
* Componente Collegio Istruttorio Ministero del Lavoro e Commissione Nazionale Parità
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