I grandi soggetti collettivi (i partiti, i sindacati e quanti altri hanno una propria identità associativa) non sono sempre uguali a se stessi, ma cambiano nel corso degli anni sia per effetto di eventi esterni – come le trasformazioni economiche e sociali – sia in conseguenza di mutamenti intervenuti al proprio interno nella misura in cui essi finiscono per condizionare gli orientamenti politici, culturali e professionali delle persone e degli interessi che nel soggetto collettivo si riconoscono.
La considerazione vale anche per la Cgil, la più importante organizzazione sindacale italiana, la quale celebra nell’anno in corso il centenario della sua fondazione. Ho militato per circa trent’anni nella Cgil, ricoprendovi cariche di importanza nazionale. E’ stata una delle esperienze determinanti della mia vita, forse addirittura la più ricca e significativa. Oggi però sono molto critico nei confronti di questa organizzazione. Non lo dico per autoassolvermi e per sottrarmi al richiamo dell’appartenenza se, pur riconoscendo di essere cambiato profondamente nel modo di pensare, mi sento in buona fede di affermare che la Cgil di oggi non è più quella che ho amato e in cui ho militato.
A miei tempi era diversa la composizione interna della confederazione, fondata su due principali componenti: quella comunista e quella socialista. La mediazione politica all’interno dei gruppi dirigenti si realizzava necessariamente su di una linea più avanzata di quella del Pci. Pertanto, la Cgil, unica “casa comune” di comunisti e socialisti, finiva per essere necessariamente una protagonista innovativa nel dibattito della sinistra. L’unità della Cgil, poi, era il presupposto dell’unità sindacale, che allora era una prassi costante, un’irrinunciabile opportunità.
Oggi i socialisti nella Cgil sono scomparsi: emarginati o annessi. L’equilibrio interno della Confederazione si è spostato a sinistra, tanto da rappresentare (in modo clamoroso sotto la direzione di Sergio Cofferati, ma anche adesso) un baluardo della conservazione. Una collocazione questa tanto più problematica in quanto la cinghia di trasmissione si è messa a girare alla rovescia, dal sindacato ai partiti, dal momento che il primo mantiene una forza organizzativa ed economica quasi intatta, mentre i secondi sono poveri in canna. Ma questa mutazione genetica della Cgil non è il frutto solo del destino cinico e baro o dell’insipienza dei gruppi dirigenti (si pensi che la Cgil non ha ancora eletto una segreteria nazionale benché il Congresso sia terminato ai primi di marzo).
Se le grandi confederazioni sindacali sono restie al cambiamento, si mostrano maggiormente propense, con le loro scelte politiche, a conservare, chi più chi meno, l’esistente piuttosto che a raccogliere le sfide del futuro, lacausa va ricercata anche nei vincoli imposti da una rappresentanza sociale che in larga prevalenza opera nei mercati protetti, dipende dai flussi di spesa pubblica e che, quindi, non è sottoposta alle provedella competizione e della globalizzazione. E’ questa una riflessione che può essere tratta osservando la composizione degli iscritti alla Cgil (disponiamo dei dati del tesseramento 2004).
Giustamente, la Confederazione di Guglielmo Epifani ha voluto sottolineare che – tra gli iscritti, aumentati complessivamente dell’1,3% – il numero complessivo dei lavoratori attivi è cresciuto dell’1,53% a fronte dell’incremento dell’1,12% dei pensionati, anche se – è bene precisarlo – i secondi rimangono più dei primi: 3.008.3003 contro 2.543.117 unità su di un totale (inclusi i disoccupati) di quasi 5,6 milioni di aderenti. Forte di tali positivi risultati, la Cgil si colloca al terzo posto in Europa, immediatamente dopo la DGB tedesca e il TUC del Regno Unito.
Eppure, un’analisi più attenta degli stessi dati, presentati correttamente come un successo, consentirebbe di comprendere alcuni importanti motivi della crisi latente del sindacato (la considerazione non riguarda solo la Cgil) e delle sue difficoltà ad agire come un protagonista del cambiamento. E’ sufficiente, infatti, accorpare diversamente gli aggregati per rendersi conto che non c’è solo un rapporto squilibrato tra pensionati ed attivi. Infatti, la grande maggioranza degli iscritti alla Cgil – un aspetto comune a tutti i sindacati non solo in Italia – lavora in settori che dipendono totalmente (o quasi) dalla spesa corrente e dalla mano pubblica.
Se ai pensionati si aggiungono i lavoratori dei trasporti, dell’energia, della funzione pubblica (la federazione degli attivi con un maggior numero di iscritti, più forte dei mitici metalmeccanici), della scuola, dell’università e ricerca, degli LSU e della Polizia si arriva a poco meno di 3,8 milioni di aderenti le cui condizioni di lavoro e di vita sono strettamente connesse ai flussi di finanza pubblica e ai meccanismi di potere politico che ne costituiscono le forme di governance. Se si includessero – come sarebbe corretto – anche parte dei 91.580 iscritti al SLC, il sindacato della comunicazione (che comprende, ad esempio, i dipendenti della Rai e delle Poste, settori nei quali sono determinanti la gestione e le risorse pubbliche), si scoprirebbe che quasi il 70% degli aderenti alla Cgil (immaginiamo situazioni analoghe anche nel caso di Cisl e Uil) è a libro paga della pubblica amministrazione in senso lato. Il che spiega, come sostenevamo all’inizio, le resistenze del sindacato nei confronti della riforme e dell’innovazione.
Per carità: nessun pregiudizio nei confronti degli impiegati del Catasto, dei tecnici dell’Enel, degli autoferrotramvieri, dei ferrovieri, degli insegnanti, dei dipendenti delle Asl, dei Comuni, delle ex aziende municipalizzate e di quanti altri trovano rifugio nel mercato interno, in regime di monopolio e al riparo della concorrenza. Diversamente dai dipendenti dei settori manifatturieri ed esportatori che hanno compiuto – da un ventennio e a loro spese sul piano dei costi sociali – il “viaggio nella modernità” e che ora subiscono (come i tessili) un netto ridimensionamento, i lavoratori che operano in settori esclusi dalla competizione non sono condizionati dal buon andamento e dai profitti delle aziende e degli enti in cui lavorano (dal momento che la loro retribuzione è tuttora una variabile indipendente e il loro posto è sicuro); sono dunqueorientati a conservare – ad ogni costo – tale rendita di posizione piuttosto che a metterla in discussione.
Così i pensionati, il cui trattamento deriva dai trasferimenti pubblici. E il sindacato – organizzazione eminentemente rappresentativa degli interessi dei propri aderenti – non può non essere condizionato dalla sottostante realtà sociale in cui opera. Del resto, in un Paese come l’Italia – e senza considerare gli stipendi erogati dalla pubblica amministrazione – il reddito del 40% delle famiglie dipende prevalentemente dalla spesa sociale. Anche nel comparto privato, per altro, i punti di forza del sindacato sono diventati settori tipici del mercato interno come l’edilizia e il commercio.
I numeri della CGIL
| Categorie | Tesseramento 2004 | Differenza % 2003/2004 |
| Filcea (chimici) | 126.774 | – 1,99 |
| Fillea (costruzioni) | 331.258 | + 3,34 |
| Fiom (metalmeccanici) | 363.326 | – 1,00 |
| Filtea (tessili-abbligl.) | 118.719 | – 4,42 |
| Filcams (commercio) | 307.778 | + 4,60 |
| Filt (trasporti) | 136.875 | + 1,24 |
| Fnle (energia) | 40.811 | – 2,83 |
| Funzione pubblica | 383.783 | + 2,55 |
| Fisac (credito e assicuraz.) | 85.772 | + 1,37 |
| Flai (agroindustria) | 269.359 | – 0,25 |
| Sns (scuola) | 148.244 | + 4,76 |
| Slc (comunicazioni) | 91.580 | + 0,52 |
| Snur (Univ. Ricerca) | 16.414 | + 1,76 |
| Nidil (atipici) | 18.640 | + 11,20 |
| Miste – LSU | 19.079 | – 14,14 |
| Affiliate * | 55.050 | + 14,41 |
| Silp (Polizia) | 9.700 | + 11,44 |
| TOTALE ATTIVI | 2.543.117 | + 1,53 |
| (Spi) pensionati | 3.008.303 | + 1,12 |
| Disoccupati | 35.887 | + 0,61 |
| TOTALE GENERALE | 5.587.307 | + 1,30 |
* Scrittori, Artisti, Edicolanti, Quadri, ecc.
Fonte – Cgil, 2005
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