Negli Anni 50, la leadership di Hugh Gaitskell inaugurò nel Labour Party una inedita stagione revisionista, sublimata nella battaglia per l’abolizione della Clausola IV, quella che prevedeva la nazionalizzazione della proprietà privata. La morte prematura non consentì al leader laburista di arrivare mai a Downing Street. La guida del partito fu assunta da Harold Wilson che, senza indugi, riscattò la tradizione classista del Labour, respingendo le istanze “capitaliste” come velleitarie eresie. Il dibattito sulla riforma dello statuto, svilito al rango di tradimento, implose fino a soccombere per i decenni a venire per poi riproporsi, stavolta vittorioso, con la leadership di Tony Blair.
In un bel saggio della Fabian Society, Patrick Diamond (1), ex consigliere speciale del Primo Ministro, ricostruisce le origini del New Labour a partire proprio dall’esperienza revisionista. Blair – è la considerazione di Diamond – ha la ventura di arrivare al momento giusto, quando il crollo del comunismo e la lunga era thatcheriana impongono, anche ai più transigenti depositari del verbo laburista, una riflessione epocale sulla natura, il ruolo e la responsabilità di un partito che non può più contare sull’agevole schematizzazione della società in lavoratori e padroni. La società è cambiata e con essa i bisogni, le prospettive, le ambizioni che si chiede alla politica di intercettare e soddisfare.
In Italia, la “fine della storia” consacrata dalla caduta del Muro si è intrecciata con la fine di un’era politica, quella della Prima Repubblica. La traumatica transizione che, con il crollo dei partiti storici ed il sistema elettorale maggioritario, ha portato alla nascita della Seconda Repubblica si è aggrappata a quell’ideologico novismo che ha fatto della discontinuità rispetto al passato la cifra acritica e settaria di una stagione politica che potremmo definire “botanica”. Velleitaria e pericolosa, quella fase antipartitica è oggi finalmente al tramonto e dalle sue ceneri sorge prepotente l’esigenza di un nuovo Partito : il Partito Democratico .
Non più “partito ideologia”, il Partito Democratico vuol essere un partito – partito, un partito popolare con una classe politica che propone una visione del paese e su quella si confronta per ottenere il mandato a gestire il potere. “Si tratta – ragiona Francesco Rutelli – di aggregare culture e tradizioni che hanno conosciuto in passato divisioni profonde; di coniugare organizzazioni e rappresentanze di interessi anche assai diversi” (2). Auspicio non condiviso da Massimo Cacciari seconco il quale “il Partito democratico non rappresenta, non può più rappresentare un disperato tentativo di ancorarsi ad eredità date, ben definite della tradizione politica italiana (…).” (3) Insomma il peso che avrà l’eredità catto-comunista nel nuovo Partito è ancora poco chiaro!
E tuttavia, alla luce delle timide, poco ambiziose aperture delle burocrazie partitiche impegnate nel processo costituente, appare incombente il rischio di fare del PartitoDemocratico una mera istituzionalizzazione di un cartello elettorale, una partitizzazione dell’Ulivo. “Si Parla di Partito Democratico – riflette Cacciari – come se si parlasse più o meno di una soluzione resa necessaria dalle contingenze. Parlare di Partito Democratico – continua il sindaco-filosofo – responsabilizza, responsabilizza tremendamente dal punto di vista delle strategie, dei contenuti e delle forme organizzative.” (4)
Il disinteresse, persino la diffidenza verso la politica che talora si registra nel paese – e con plateale evidenza nella sua parte più avanzata – non nasce, come le burocrazie del centrosinistra amano credere, dall’irreversibile berlsuconizzazione della società ma dall’incapacità della proposta politica di riconoscere ed accompgnare le grandi trasformazioni che la attraversano con un approccio responsabile e non partigiano. Essere non partian – si badi bene – non vuol affatto dire essere politicamente indifferenti.
La Roma del rinascimento veltroniano, la Torino orgogliosa del riconquistato protagonismo nel paese e nel mondo, la longeva esperienza di Illy, sindaco e poi governatore di un Friuli che coglie la sfida della modernità, la Venezia che, da AN ai DS, si stringe attorno al sindaco-filosofo sono la risposta ad una proposta di governo aggregante, tesa al futuro; una visione politica che supera i confini territoriali e partitici per codificare un modello identitario che dimostra di saper meglio capire l’essenza della società italiana contemporanea. Un’essenza, mi si passi l’espressione, glocale.
Come ha osservato il Presidente diessino della Provincia, Filippo Penati, a Milano “non ha vinto il centro-destra, ha perso il centro-sinistra.” (5) La città sarebbe stata ben più che lieta di premiare una proposta finalmente ambiziosa che facesse uscire la metropoli dal cortile condominiale cui era stata confinata dalle ultime amministrazioni. Ma quella proposta non c’è mai stata.
Quando il sindaco Cacciari grida “vergogna” al neonato governo Prodi che esclude rappresentanti del nord, non fa un ragionamento provinciale, ma denuncia la cecità di una classe politica che non coglie la paradigmatica opportunità per il centro-sinistra di rifondarsi a partire dal consenso tributato alle virtuose esperienze di governo in regioni, province e comuni (come riconosce Rutelli “oggi il PD è già nato, di fatto, in alcune realtà metropolitane” (6).) una denuncia, quanto più – nei convegni e nei circoli alti del policy making riformista (7) – si conviene sulla prospettiva federale come modello organizzativo di istituzioni e partiti. Stupisce quindi il vedere con quanta timidezza e quanti distinguo il centro-sinistra avanzi sulla strada della riforma federale non cogliendo invece quanto gioverebbe alla causa del governo ed alla causa del Partito Democratico una grande battaglia giocata, anche retoricamente, sul concetto di empowering. Devolvere il poterealle istituzioni locali significa dare ai cittadini più potere di scegliere, premiare o bocciare i propri amministratori. Significa realizzare la partecipazione al policymaking non con episodiche consultazioni primarie, ma introducendo nel patto di cittadinanza elementi che motivino e responsabilizzino la scelta politica dei singoli. E il discorso vale sia a livello istituzionale sia a livello di organizzazione e struttura partitica.
Forse non è un caso che il dibattito in corso nel Labour per rinnovare la proposta politica indebolita dal decennio al governo passi proprio dalla questione del decentramento. E che tra i suoi più solerti epigoni vi sia il giovane, capace ed ambizioso ministro David Miliband che molti vedono come l’erede della modernizzazione blairiana. E non è un caso neppure che l’avanguardia del Partito Democratico , in Italia, sia fitta di esponenti politici che hanno maturato e consolidato una visione proprio a partire dal territorio, così facendosi interpreti di quella società reale che cambia troppo velocemente perché l’elefantiaco apparato cultural-organizzativo dei partiti attuali riesca a starle dietro.
Oggi è in ballo, con il dibattito sul Partito Democratico, un’opportunità di cui sarebbe miope non cogliere la portata. È in ballo la possibilità di chiudere la lunga transizione che rende ancora pienamente incompiuta la Seconda Repubblica, riscrivendo il patto civile che lega i cittadini alla classe politica e questa al governo. Ed è possibile farlo solo scacciando tentazioni egemoniche e settarie, solo fuggendo i comodi anfratti ideologici che la storia ha già archiviato e la società metabolizzato. E solo affrontando la resposnabilità di coinvolgere il paese – non una parte di esso -in un grande dibattito sulle propettive, le ambizioni ed i valori che si vogliono comuni.
Questione settentrionale e questione istituzionale sono elementi indissolubili. Sono lequestioni che metteranno alla prova la capacità del Partito Democratico di cogliere l’opportunità “storica” di farsi interprete e protagonista di un grande momento costituente, la cui portata si misurerà solo dalla capacità di incidere irreversibilmente sull’intero sistema politico, quindi anche sulla compagine avversaria.
Rinviare il dibattito sulle riforme costituzionali a dopo il referendum non è, in tal senso, una strategia saggia. Denuncia debolezza e nebulosità, nel messaggio e nelle prospettive. Weber definiva il politico di professione colui che sente “di avere fra le mani un filo conduttore delle vicende storiche e di elevarsi al di sopra della realtà quotidiana” (8). E di questo si tratta: quale leader politico del nostro contingente centro-sinistra sa essere weberianamente responsabile al punto da cogliere il filo delle vicende storiche ed elevarsi aldisopra della prosaica realtà quotidiana?
Note
1) Patrick Diamond, Equality Now: The future of revisionism, Fabian Society, 2005
2) Francesco Rutelli, Più società e senza egemonie. Così nasce il Partito Democratico ,5 giugno 2006, La Repubblica
3) Massimo Cacciari, lectio magistralis tenuta in occasione dell’inagurazione del secondo anno della scuola di formazione politica della Margherita, CFP., 31 gennaio 2006
4) Massimo Cacciari, ibid
5) Intervista a Filippo Penati, Corriere della Sera, Milano, 5 giugno 2006
6) Francesco Rutelli, ibid.
7) Il riferimento è, tra gli altri, al convegno “Il partito democratico e la questione settentrionale”che si è tenuto a Mestre, il 26 maggio 2006, alla presenza di Aldo Bonomi, Linda Lanzillotta, Massimo Cacciari.
8) Max Weber, La politica come professione, Oscar Mondadori, 2006
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