Sono passati oramai due anni da quando Michele Salvati diede alle stampe il suo libro dal profetico titolo sul partito democratico. Ed invero, il dibattito sulle prospettive del futuro partito del centrosinistra, baricentro riformista in grado di tenere ben ferma la maggioranza nei due rami del Parlamento, ha subito accelerazioni decisive soprattutto dopo l’approvazione della legge elettorale in senso proporzionale da parte del centrodestra ma, soprattutto, dopo la straordinaria giornata del 16 ottobre. Le primarie, da questo punto di vista, hanno segnato il vero spartiacque nel panorama politico del centrosinistra.

Intervista di Ferdinando M. Secchi e Vittorio V. Alberti

Le più di quattro milioni di persone che si sono recate alle urne per mandare un chiaro segnale di discontinuità ed opposizione all’operato dell’esecutivo Berlusconi hanno fatto dire a molti leader del centrosinistra che i tempi per la creazione di un grande partito che sappia catalizzare più del 30% dei consensi erano ormai maturi.

Lo stesso Sindaco di Roma, Walter Veltroni, ha sottolineato come si è sentito un gran bisogno di “un soggetto politico che riconosca e rispetti le tradizioni, le culture e le storie e che però sia capace di dare risposte moderne ad una società che ha cambiato moltissimi dei suoi paradigmi” (1).

La nascita di questo soggetto plurale presuppone però il superamento e la scomparsa di quelli che dovrebbero essere i padri fondatori del nuovo partito democratico e cioè i Democratici di sinistra e la Margherita .

Soprattutto i Ds, eredi del partito che fu di Togliatti, Longo e Berlinguer, come vivono questo dibattito che vede il loro attuale messo in discussione e con la prospettiva di un suo profondo mutamento di codice genetico?

Nel partito di Fassino si è avviata da molto la discussione riguardante tale prospettiva. Le varie posizioni sono chiare. Ad un’ala di maggioranza rappresentata dall’attuale segretario e dal presidente Massimo D’Alema dichiaratamente riformista ed in favore di una più stretta collaborazione con la Margherita , si oppone una linea di minoranza detta “correntone” capeggiata da Fabio Mussi e Cesare Salvi.

Nel corso dell’ultimo congresso, la linea riformista si è largamente imposta. Come aveva scritto alcuni mesi prima dell’evento congressuale sulla rivista Italianieuropei proprio D’Alema, l’Ulivo doveva essere rilanciato come “coalizione e soggetto politico del riformismo italiano […] di superare una discussione paralizzante su se stesso per concentrarsi sulle linee fondamentali di una nuova offerta politica ( e pertanto di una nuova identità ) che, muovendo dal fallimento della destra, sappia intercettare un malessere diffuso nel paese, dando corpo a una credibile alternativa di governo” (2).

E la linea di riprendere e sviluppare su nuove e più solide basi l’idea di costruzione di un soggetto politico unitario tra le varie culture politiche di derivazione ottocentesca, è stata la base della piattaforma Fassino nell’ultimo congresso.

Ma un dubbio è presto sorto tra i vari osservatori. Quanto veramente resiste l’identità postcomunista nei Ds? In altre parole, quanti sono nella Quercia a voler mutare la propria cultura politica in favore della formazione del soggetto unico insieme agli ex democristiani?

Interrogativi leciti, specie se, andando a curiosare tra i vari congressi sezionali a Roma, si è avuta la netta sensazione che, pur di rimanere nei direttivi di zona e negli organismi del partito, molti diessini abbiano appoggiato la mozione Fassino ma che, in cuor loro, non credessero ( o non volessero credere ) a quello che stavano votando.

Se così fosse ci troveremmo di fronte ad un partito che, pur volendo andare avanti, continua a volgere la testa indietro.

Ed il timore di perdere i connotati politici e culturali, è una paura largamente presente in molti uomini e donne dei Democratici di sinistra, specie tra i giovani.

Scrive il filosofo Zygmunt Bauman: “L’identità è un concetto fortemente contrastato. Ogni volta che sentiamo questa parola, si può star certi che c’è una battaglia in corso. Il campo di battaglia è l’habitat naturale per l’identità. L’identità nasce solo nel tumulto della battaglia e cade addormentata e tace non appena il rumore della battaglia si estingue. E’ dunque inevitabile che abbia una natura a doppio taglio. La si può forse estromettere dal desiderio, ma non la si può estromettere dalla pratica umana. L’identità è una lotta al tempo steso contro la dissoluzione e contro la frammentazione; intenzione di divorare a al tempo stesso risoluto rifiuto di essere divorati” (3).

Ed è proprio il timore di perdere la propria identità di sinistra il leitmotiv del “correntone” e cioè “opporsi al progetto di una lista unitaria dell’Ulivo e alla prospettiva di un superamento della forza socialista dei Democratici di Sinistra verso un non meglio definito Partito Democratico che avrebbe dovuto unire i riformisti ed essere il motore riformista della coalizione di centro-sinistra”.

Ed ancora: “Ogni volta che il centro-sinistra ha posto il tema della trasformazione dell’Ulivo – in versione più o meno larga – in un soggetto politico sono prevalse le liti e le divisioni. Quando invece l’Unione si e presentata come un progetto politico di governo unitario in cui gioca un ruolo centrale una grande forza del PSE come i Ds abbiamo avuto vittorie elettorali e consenso popolare come nel caso delle primarie dell’ottobre del 2005”.

La discussione interna sulla crisi ed il superamento dell’identità postcomunista andrà avanti ancora per molto. Così come ancora irrisolto è il nodo dell’appartenenza ai gruppi parlamentari in seno al Parlamento europeo.

All’indomani delle elezioni europee, i Ds fecero la scelta di iscriversi al PSE, il gruppo che raccoglie tutti i partiti di ispirazione socialista in Europa. E rivolsero agli europarlamentari della Margherita ( senza troppa sensibilità ) l’appello a fare lo stesso, ricevendo un rifiuto.

Questa scelta fu interpretata in due modi: da un lato cercare di placare le spinte identitarie presenti nei Ds e dall’altra la difficoltà della Quercia di andare oltre i propri steccati ideologici.

Il problema, c’è da giurarci, si riproporrà proprio in questi giorni in sede di formazione dei gruppi parlamentari alla Camera e al Senato.

Fabio Mussi ha già dichiarato che il correntone proporrà “struttura federativa che è un’idea diversa dal gruppo unico”.

Tutto lascia pensare, pertanto, che le difficoltà a costruire il Partito Democratico, ispirato ai principi della liberal-democrazia e della solidarietà, saranno ancora molte.

Ma se identità e PSE sono ancora temi forti nell’agenda politica della Quercia, non meno problematici si presentano altri due nodi che legano invece Ds e Margherita sia sul piano organizzativo che sul piano della comunicazione.

In relazione agli aspetti organizzativi, è palese che qualsiasi movimento politico che voglia dirsi tale deve avere suoi punti di riferimenti ben visibili sul territorio.

Malgrado gli effetti della legge elettorale proporzionale che ha fatto giocare la partita tutta sui giornali, sulle Tv ed in generale sui mezzi di comunicazione di massa, il legame con il territorio continua ad essere un cardine del fare politica.

Qui si porrà un primo problema: accetterà la Margherita , partito più giovane e meno organizzato, a farsi “fagocitare” dalla struttura Ds?

Se da un lato, il Pd dovrà avere riferimenti territoriali, nondimeno essi devono avere delle caratteristiche che lo differiscano dal passato. In altre parole, un partito che sappia recepire rapidamente le istanze che vengono dalla realtà concreta di tutti i giorni e che sappia essere filtro e non tappo dei feedback della società moderna.

Problema questo, presente nei Democratici di sinistra ancora legati alla vecchia logica della sezione politica.

Ma, ancor di più dei caratteri territoriali dei riferimenti politici locali, si pone il problema del linguaggio politico.

In questo caso, tutte le formazioni politiche del centrosinistra fanno fatica a tenere il passo del centrodestra di Berlusconi nello specifico.

Il grande punto di forza della comunicazione politica del Cavaliere è stato ( e direi è visto il clamoroso recupero alle politiche di pochi giorni fa ) quello di parlare il linguaggio della gente.

Alessandro Amadori ha correttamente osservato: “Chi mai prima aveva osato sfidare la paura del ridicolo, in realtà cogliendo, amplificando e ‘nobilitando’ i discorsi della ‘gente comune ’? Confrontando [le] parole berlusconiane con i normali discorsi politici, si ha davvero la sensazione di trovarsi di fronte a due pianeti diversi” (4).

Credo che nel campo riformista bisognerebbe avviare una seria riflessione sul linguaggio che dovremo adottare per non soccombere alla vitalità del centrodestra.

E di conseguenza investire nel campo della ricerca linguistica applicata alla politica al fine di individuare quei frames necessari a controbattere la destra, immagini e parole che George Lakoff  ha ben studiato in un suo recente volume. (5)

Siamo partiti, in questa analisi, dai Ds e cioè dal partito più strutturato del centrosinistra in tutti i suoi ambiti, dal culturale al politico, alla Margherita , partito giovane e vitale per delineare alcuni scenari culturali del futuro partito democratico e cioè lato organizzativo snello e linguaggio politico.

Elementi questi sempre più presenti nel dibattito politico italiano.

“La prospettiva del Partito democratico porta dentro di sé la sfida di rinnovare la politica e di migliorare il funzionamento dei partiti: non ci dimentichiamo che dagli anni ’90 ci portiamo dietro anche fermenti di antipolitica buona, di allargamento, di creazione di nuovi ceti politici, grazie all’elezione diretta dei sindaci, di società civile che si mette in gioco e che scende in pista, fino ad arrivare al fenomeno delle primarie”(6).

Così Paolo Gentiloni. E a seguire Francesco Rutelli: “PD come conclusione dell’intuizione dell’Ulivo, nato come convergenza delle migliori culture nazionali del Novecento (quella della sinistra democratica, quella cattolico-popolare, quella liberaldemocratica, sino alle esperienze recenti dell’ambientalismo); come superamento degli ‘antichi steccati’ tra cattolici e laici; come superamento della ‘conventio ad excludendum’ verso la sinistra post-comunista” (7).

Sintesi tra culture, rinnovamento di classe dirigente e di forme e stili della politica. Tutto questo dovrà essere il nuovo PD. 


Note
1) L.Contu, Veltroni: ”I tempi sono maturi. E’ l’ora del partito democratico”, intervista a Walter Veltroni, La Repubblica, 20 ottobre 2005, pag. 15
2) M. D’Alema, L’Ulivo come soggetto politico del riformismo italiano, Italianieuropei, n. 3/2003, pp. 11-12
3) Z. Bauman, Intervista sull’identità, Laterza, Roma-Bari, 2003
4) A. Amadori, Mi Consenta. Metafore, messaggi e simboli. Come Silvio Berlusconi ha conquistato il consenso degli italiani, Scheiwiller, Milano, 2004, p.119
5) G. Lakoff, Non pensare all’elefante!, Internazionale, 2006
6) Intervento di Paolo Gentiloni, Centro di Formazione Politica della Margherita , Milano, 18 gennaio 2006
7) Intervento di Francesco Rutelli, Centro di Formazione Politica della Margherita, Milano, 18 gennaio 2006

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