Per affrontare preliminarmente la questione di un soggetto politico comune, nel quadro bipolare, fra socialisti e cattolici, è necessario in primo luogo richiamare l’evoluzione storica e i caratteri di queste due grandi forze popolari a confronto con l’evoluzione generale delle culture politiche; in secondo luogo sottolineare le ragioni internazionali dell’attuale bipolarismo che ha aspetti propri in Italia ma non è solo italiano.

Nella storia della dialettica politica europea forze socialiste e organizzazioni cattoliche sono state segnate da un elevato tasso di conflittualità e rivalità. La predicazione rivoluzionaria, anticlericale, anche se con richiamo alla figura del Cristo, segnata da un internazionalismo di lotta e da un radicale rifiuto dello Stato, e di forte impianto classista,propria del primo socialismo, si scontrava con una mobilitazione cattolica di segno intransigente di fronte ai fatti compiuti, altrettanto contrapposta allo Stato nazionale, ma tendenzialmente, all’inizio, conservatrice dei rapporti socialigerarchici esistenti fra le classi, fortemente caratterizzati dall’esaltazione della figura papale, e volta a difendere le culture popolari dagli effetti di una alfabetizzazione laicizzante e secolarizzata.

Tuttavia una lunga e felice evoluzione segnò fin dall’inizio del secolo queste due culture politiche. Nel campo socialista maturò l’opzione riformista, che accettava di dialogare con lo Stato nell’ interesse delle classi lavoratrici,  un certo realismo sindacale, un protagonismo politico maturato col suffragio universale maschile (che gli effetti della guerra e delle difficili scelte relative resero molto diviso al suo interno, provocando insieme l’esito fascista e la scissione comunista);  nel campo cattolico le esperienze sindacali iniziate sotto la spinta della Rerum Novarum quelle amministrative, la nuova cultura universitaria giovanile, maturavano un rapporto positivo col mondo moderno e i fatti compiuti, che, avrebbe dato luogo al cosiddetto cattolicesimo democratico. 

In realtà è mia convinzione che, da Sturzo in poi, il discorso politico non può mai parlare di cattolici in genere (e la stessa espressione di “cattolici con il Papa” è usata in chiave polemica verso le correnti novatrici) ma di cattolicesimo democratico intendendo per tale non un fatto interno alla Chiesa ma il maturare di una cultura politica specificatamente legata alla situazione italiana, pur se con convergenze internazionali, che è altra cosa dalla militanza missionaria e ecclesiale.

Capisaldi di questa cultura sono l’assunzione, positiva e critica insieme, di valori moderni quali: lo Stato nazionale, di cui però viene rifiutata la mitizzazione, esaltando il ruolo decisivo della società civile e delle autonomia regionali;   il conflitto di classe, che non viene peraltro assolutizzato ma analizzata nelle sue diversità contingenti, fra lavoro operaio, autonomo, contadino e artigianale,  valore dell’impresa entro l’impegno (interclassismo) a sciogliere i nodi dei molti conflitti possibili non a esasperare un preteso unico conflitto metastorico; il valore della pace internazionale, intesa non come pacifismo ma, già prima del fascismo, come sostegno alle organizzazioni internazionali per il governo dei conflitti, sulla base della insufficienza dello Stato nazionale.

Punto chiave di questa cultura cattolico democratica è, a differenza di tutte le culture nate dalla rivoluzione francese il rifiuto della politica, e dunque del potere, come qualcosa che cambia il mondo e l’uomo, come strumento principe dell’evolversi della storia, luogo della salvezza collettiva, e invece la sua accettazione come responsabilità civile, creazione di condizioni più umane e egualitarie.

Gia prima dell’avvento del fascismo in realtà, se le culture di riferimento socialista e cattolico democratico restavano senz’altro distanti anche nella versione socialista riformista,maturavano tuttavia convergenze di fatto sul valore della democrazia diffusa, della difesa sindacale e delle politiche di solidarietà, sul valore democratico e popolare delle autonomie locali; la Marcia su Roma si svolse anche per bloccare l’ipotesi ormai matura di un’alleanza Turati-Sturzo, che avrebbe cambiato la storia d’ Italia.

Dopo la liberazione il rapporto fra culture socialiste e comuniste da una parte e cattolicesimo democratico riprese sostanzialmente su quelle basi. Le convergenze di fatto saranno date dalla maturazione del concetto di Stato sociale, che comporta programmazione se non pianificazione e dall’ evoluzione neocapitalista, che punta su consumi popolari più alti: anche questo favorisce, pur con differenze tattiche significative, l’ accordo costituzionale. Le divergenze che porteranno alla rottura, oltre a una normale rivalità per l’egemonia, saranno date soprattutto dalla questione della guerra fredda, che porta con sé anche l’ idealizzazione dell’esperienza sovietica con tutto quello che significa in termini di modello.

Ovviamente stiamo parlando appunto del cattolicesimo democratico. Il ricorso all’unità dei cattolici, necessario per evitare un rischio di destra e una spaccature violente del paese, che fu lo schema politico che consentì la vittoria di De Gasperi,si basa appunto sulla convivenza necessaria, ma difficile, fra la cultura cattolico democratica e le pressioni più conservatrici, legate ad un anticomunismo sociale e viscerale, a pratiche di controllo del potere, anche attraverso lo strumento ecclesiale.

Questa convivenza, della cui necessità storica in quel quadro io sono peraltro convinta, oscurò troppo le componenti cattolico democratiche della DC, durò più a lungo delle necessità imposte dalla guerra fredda, si risolse dopo i referendum sull’ divorzio e sull’aborto non più nella unità dei cattolici per garantire la democrazia ma nella unità dei cattolici per impedire la secolarizzazione, con una sostanziale clericalizzazione della politica. Malgrado questi limiti tuttavia ciò che si deve dire, come sintesi di questo lungo processo, che il disegno di De Gasperi, di Moro e di Zaccagnini, e ovviamente di tanti altri, quello difavorire una evoluzione democratica del comunismo è un disegno riuscito ed è stato vincente. L’unico segno di debolezza che accompagna questa riuscita sono gli strascichi, in parte istintivi e automatici più che programmati, del centralismo democratico comunista, e della difesa del potere del ceto politico di parte socialista e democristiana, nell’attuale durezza della oligarchia partitica.

Quello che ci interessa di più oggi in questo lungo processo è che la simbiosi delle culture politiche è assai più avanzata di quanto si pensi. E’ comune ad entrambe le tradizioni l’abbandono della invasività e del centralismo dello Stato nazionale, per riconoscere i più livelli della sovranità ( internazionale , nazionale, regionale, locale), l’abbandono di un internazionalismo solo di lotta o testimonianza per un internazionalismo di governo della pace, il riconoscimento delle autonomia della società civile e il valore del mercato regolato, l’obiettivo politico della inclusività di tutti i soggetti. Decisivo, per quanto mi riguarda, è l’approdo ormai generalizzato al limite della politica, un limite che riguarda certo le pretese del governo di entrare nella vita personale più di quanto sia necessario, ma dovrebbe riguardare anche una maggiore consapevolezza della Chiesa che non si evangelizza attraverso le leggi dello Stato, ma attraverso la testimonianza e i comportamenti personali. 

Ovviamente oggi l’incontro, che è ripeto, molto più avanzato, anche nella coscienza dei singoli politici di quanto non appaia, è in parte fine delle ideologie, in parte effetto di nuove culture che hanno portato temo nuovi, ambientalismo, femminismo, ecc. in parte consapevolezza delle sfide che abbiamo davanti. Le resistenza si devono solo in parte minima alle difficoltà di trovare soluzioni comuni ai nuovi problemi della bioetica e assai di più all’ uso delle rendite di posizione che l’ enfasi delle identità ideologiche consente e favorisce. Quella che va sdrammatizzata al massimo è la questione dell’ identità, non solo perché i suoi termini politici concreti sono assai più variegati e difficili da definire rispetto alle opzioni concrete che sono di fronte a noi, ma anche perché davvero la definizione rassicurante della propria identità personale in parte non viene più dall’ appartenenza partitica, in parte si coniuga piuttosto proprio intorno alle nuove risposte e ciò pur senza penalizzare nessuna cultura ma sfidandole tutte a dare il meglio di sé di fronte ai nuovi problemi.

La sfida principale che ci riguarda tutti si gioca sul terreno internazionale,  sul terreno della globalizzazione.  Dagli anni Ottanta in poi, come risposta sia all’ esaurirsi della guerra fredda, sia all’emergere di nuove culture giovanili, sia alle difficoltà dello Stato sociale,<  una svolta di destra ha polarizzato il mondo, una svolta che può essere riassunta nei nomi chiave di Reagan e della Thatcher. Ritorno di modelli liberistici in economia ma anche delle ragioni di Stato nazionali per i paesi forti, riduzione dei progetti di sviluppo del terzo mondo,  spinte alla riduzione delle tasse, diffusione delle moral majority per il controllo dei comportamenti,  silenzi eloquenti di fronte alla nuova sfide ambientali e agli squilibri del commercio internazionale, rinuncia sistematica al rilancio della Organizzazione delle nazioni Unite, già penalizzata dalla guerra fredda ma che avrebbe potuto ormai riprendere il suo ruolo. 

In questi ultimi anni il processo ha avuto i suoi esiti più drammatici. In particolare, il rischio è di chiudere in nome degli interessi di un paese solo, il periodo aperto con la Carta di San Francisco, cioè con la nascita dell’ Organizzazione Internazionale, e vorrei aggiungere sinteticamente che ritengo il destino dell’ Onu e il destino dell’ Unificazione europea strettamente congiunti, nati come sono dalla stessa cultura sui limiti attuali dello Stato nazionale.

In questo quadro come procedere per gli agganci internazionali del nuovo partito Democratico?

Credo che nell’analisi bisogna distinguere fra il livello Internazionale vero e proprio e il livello europeo.

Partiamo dai dati. Se consultate su qualche sito Internet la lista dei partiti aderenti alla Internazionale socialista, scoprirete che un numero abbastanza alto di essi non si chiama socialista ma democratico o simili. In realtà in varie aree del globo, esemplari Australia e Canadà, ma anche paesi del terzo mondo, l’ appello socialistanon h avuto seguiti e la sinistra delo schieramento è coperta come negli Usa da aggregazioni genericamente democratiche che hanno aderito all’IS.

L’Internazionale DC fuori di Europa è vivace soprattutto in America Latina, dove è contrassegnata ormai, dopo l’esperienza delle dittature più dal netto collocarsi verso la sinistra del bipolarismo mondiale che verso il centro o il centro destra. Resta per l’una e per l’altra il problema di una elaborazione più unitaria delle strategie mondiali per il nuovo secolo, molti ritardi nell’iniziativa internazionale comune, troppi condizionamenti legati agli equilibri politici nazionali: ma risulta sempre più evidente che i problemi da affrontare sono comuni e non si esce dall’ attuale stallomondiale senza una ripresa strategica delle forze democratiche che affronti il nodo del governo del mondo a partire dalla riforma dell’ONU.

Il problema degli aggregati europei è più complesso. Il limite del partito socialista europeo non è il suo legame con l’ortodossia tradizionale socialista; non lo è mai stato per il partito laburista inglese, fortemente segnato dalla esperienza delle Chiese, non lo è per il Partito socialista francese né per quello spagnolo che sono già un punto di coagulo fra tradizioni culturali diverse, il primo fin dalla leadership di Mitterand, il secondo da dopo la liberazione dal franchismo.La questione socialista al parlamento europeo è legata alla debolezza di alcuni partiti socialisti europei proprio sulla questione capitale della costruzione dell’ Europa; la loro divisione interna va da un europeismo netto, un<  europeismo tiepido, come per gli inglesi, un antieuropeismo, presente in area scandinava o nelle nuove adesioni dell’ Est.

Peraltro lo stesso tradizionale europeismo centrista del Partito popolare europeo non c’è più: l’adesione delle destre europee dai conservatori inglesi a Forza Italia ha mutato radicalmente la connotazione storica della tradizione popolare, costringendo gli stessi popolari italiani ad uscirne. Insomma il quadro dei soggetti è tuttoda definire.

A mio avviso personale un più rigoroso bipolarismo in Europa, che consenta di superare la debolezza attuale, passa per una maturazione in area socialista che politiche di sinistra coerenti, interne e internazionali,non si possono fare che nel quadro di un rafforzamento dell’ Europa politica, di un superamento di quello che si chiama il suo deficit democratico, mentre la competizione mondiale le rende sempre più difficili da perseguire all’ interno dei singoli Stati.

Di qui la sfida per il partito democratico di favorire questa evoluzione, con una pressione sui socialisti ma anche senza rifiuti aprioristici.

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