La questione se partecipare direttamente alla fondazione del partito democratico ne suggerisce una preliminare. A che serve un partito oggi? E’ ancora una struttura adeguata per attivare la partecipazione politica dei cittadini e cioè una democrazia che non si limiti al voto elettorale una volta ogni cinque anni o è una struttura superata. Di fronte alle prassi di fatto che caratterizzano i partiti attuali, sia quelli più articolati sul territorio, che quelli costruiti intorno a una persona leader, si può capire che la risposta istintiva sia no. Ma è un no che non scioglie il nodo della partecipazione politica.

Certamente la funzione dei partiti è cambiata nel tempo. Dopo i partiti delle nuove oligarchie borghesi, i partiti di massa hanno rappresentato un fattore essenziale di acculturazione politica e civile di grandi masse poco scolarizzate, ricorrendo inevitabilmente alle semplificazioni dell’ideologie, esasperando appartenenze, ma anche svolgendo un ruolo decisivo per radicare il sentimento di una responsabilità collettiva e di una solidarietà estesa. In Italia essi sono stati il tramite principale di un radicamento dei valori della Costituzione, sia pure entro una pratica, teorica o di fatto, di centralismi democratici (“?”), che hanno poi portato a un costante rafforzamento delle oligarchie interne, a un’autoreferenzialità.

E tuttavia essi sono al momento improponibili nella vecchia forma. E’ finita la funzione svolta dai grandi partiti di massa in quanto strumenti della conquista di identità, di accesso alla esistenza sociale, della assunzione di un protagonismo politico di grandi masse: a) perché questo compito è stato svolto ; b) perché è stato svolto fino al punto che nessuno oggi chiede al partito politico la funzione di garantirgli una identità sociale e politica che ritiene di costruirsi in proprio, e questo significa la fine delle “masse”; c) perché comporta in qualche modo la pretesa di rappresentare in toto la coscienza ideale di ogni iscritto, cioè una visione pericolosamente totalizzante della politica; si lega a questi processi la fine della funzione ideologica del partito, cioè la capacità di prevedere e imporre un corso della storia secondo una teoria generale, per la quale il partito assume una funzione storica garantita a priori come levatrice del futuro

Deve essere considerata conclusa quella funzione dei grandi partiti in quanto mediatori del consenso del cittadino alla Costituzione e allo Stato repubblicano, svolta positivamente nel corso del quarantennio, ( che ha avuto però come risvolto negativo l’occupazione partitica dello Stato e che oggi provoca insieme insofferenza e disaffezione verso i partiti e verso lo Stato, inteso come proprietà dei partiti) per riaffermare invece la necessità di recuperare una relazione diretta di fiducia e comunicazione fra Stato e cittadino. L’obiettivo deve essere semmai quello di sostenere e favorire un rapporto diretto fra cittadino e Stato, sulla base di una etica civile di coinvolgimento e di senso di responsabilità, la cui assenza viene indicata da più parti come la debolezza storica della esperienza italiana. Non basta più ( e non a caso é sempre più marginale e debole) la carica ideale, l’ assunzione di un protagonismo storico, giocata attraverso l’ appartenenza ai partiti o alle grandi famiglie ideali, che rischia invece di favorire distorsione e appropriazione dello Stato.

Va resa esplicita la consapevolezza che il partito politico e i compiti che esso comunque assolve e deve assolvere non sono tutta la “politica; emergono nella società civile nuove soggettività la cui funzione sebbene non intercambiabile con quella del partito, é anche essa a suo modo politica, (movimenti one issue, volontariato, professionalità consapevoli delle loro dimensioni politiche) ecc; .E’ diventata intollerabile, e non ha del resto alcun fondamento teorico accettabile, la pratica lottizzatrice che attribuisce ai partiti un intervento diretto in ogni gestione pubblica e parapubblica, azzerando ogni possibilità di controllo a aprendo il varco a una sistematica privatizzazione del pubblico. .E’ un dato incontestabile che la forma partito classica ha consolidato sostanzialmente la tradizione della politica come competenza e prerogativa maschile, anche quando ha ammesso e valorizzato alcune donne.

Il valore della partecipazione, fortemente sottolineato negli anni Settanta, tradito e affossato dall’intreccio di politica e affari e dagli effetti della nuova tv commerciale negli anni Ottanta, si è espresso soprattutto nel volontariato e nell’iniziativa civile, dai verdi all’ antimafia, dalla professionalità responsabile alla pressione riformatrice, come l’unica forma praticabile di servizio alla Comunità.

Questa esigenza del cittadino di riprendersi lo scettro ha portato ai referendum elettorali per un sistema in cui il voto popolare decida del governo del paese, non deleghi ai partiti e ai loro accordi, gli esiti del voto. Tuttavia è stato proprio l’insufficienza del ridisegnarsi del quadro politico a indebolire la strategia bipolare e a condurla agli esiti che sappiamo. Il fallimento del disegno occhettiano di porsi come polo unico della sinistra democratica (affossato dai rigurgiti di identità del PPI e dagli ideologismi dei comunisti del no), l’incertezza di Segni a costruire il polo decente di una destra democratica, la forza di pressione di interessi personali ha dato al nostro paese un bipolarismo impoverito dalla mancanza di una reciproca legittimazione e da rivalità interne per la leadership.

Può bastare in questo quadro un impegno autonomo di pressione dei cittadini a partire dal loro essere società civile o esso si traduce comunque (vedi formazione delle liste ) in una delega in bianco ai partiti così come sono, anzi sempre più autoreferenziali?

Dobbiamo partire da un dato: la politica è due cose distinte ma non separate. In primo luogo è certamente consapevolezza del valore della cittadinanza comune, testimonianza ideale e capacità di vivere la convivenza (la professione la famiglia, l’uso delle risorse comuni, il contributo culturale o religioso, il servizio agli altri) sulla base di un sentimento di responsabilità collettiva, anche se in piena autonomia personale. In questa forma ognuno è presente di fatto come può e come vuole, fino al limite dell’ eroismo personale e dell’utopia, responsabile diretto degli effetti del suo agire.

Ma può questo sentimento non assumersi anche l’obiettivo di orientare le forme e i modi del governare formale delle istituzioni? La seconda forme della politica è appunto quella che vuole influire sulle decisioni istituzionali; e lo fa attraverso una elaborazione collettiva maturata in procedure regolate anche quando dialettiche, in ascolto comune delle domande del paese, in selezione democratica coerente della classe politica, in controllo e monitoraggio costante dei suoi comportamenti. E’ attraverso questo complesso impegno che si costruisce anche l’altra funzione, non esclusiva dei partiti ma comune ad essi e alla società civile, che è la diffusione di una cultura politica e di un’ etica della politica basata sulla responsabilità personale. Il partito, che va costruito appunto come luogo e spazio per questa partecipazione per questo compito, che deve essere assunto in modo esplicito.

La politica istituzionale, anche quando svolta dai cittadini non può che essere segnata in questo quadro dalla coscienza del limite della politica, della sua non onnipotenza, proprio perché costruita nell’equilibrio dei poteri e nel consenso, nel realismo delle compatibilità e nel dibattito sulle priorità: non dunque utopia o esaltazione delle identità e delle testimonianze ma assunzione di responsabilità concrete sempre verificabili o contestabili. Va aggiunto che la distinzione fra società civile e politica, che occorre tenere ferma proprio per evitare improprie dipendenze della società civile dalla politica non è separatezza. Non lo è mai stato storicamente se Duverger ha potuto parlare per alcuni grandi partiti storici, dai laburisti inglesi ai socialisti italiani al la tradizione popolare sturziana di “partiti indiretti”, che nascono cioè da esperienze civili (i sindacati, l’ azione sociale cattolica, l’impegno per la diffusione della cultura) come compimento e condizione della loro efficacia. I partiti dovranno tenere conto dell’autonomia della società civile, sia entro i rapporti diretti che stabiliranno volta a volta, secondo le agende concrete che emergeranno, sia quando la società civile stessa assumerà il compito di farli nascere o rinnovarli. Ma essi restano insostituibili come luoghi unitari di un’elaborazione collettiva la cui sintesi altrimenti resta delegata alla classe politica, secondo le proprie convenienze di fatto.

Vorrei ancora anticipare qui il dato fondamentale della forma partito che emerge ormai dai mutamenti sociali del nostro tempo. Un partito democratico che voglia animare anche in termini di etica civile la società italiana non può non avere una struttura territorialità diffusa e ciò ovviamente tanto più quanto più rapidamente si tornerà al collegio uninominale che garantisce il rapporto democratico sul territorio.

E tuttavia va riconosciuto che in una società complessa come l’attuale, ricca di esperienze diffuse e di competenze, non è pensabile proporre una cosiddetta “militanza” come si sarebbe detto una volta, solo a partire dal territorio. Sempre più la voglia di partecipare e contare è legata per i singoli cittadini a tematiche concrete, dall’ambiente alla pace, dalla difesa del lavoro alla valorizzazione dell’impresa, dalle pari opportunità alla lotta contro la criminalità, dal sistema scolastico a quello sanitario, ecc. ecc. La gente vuole partecipare sempre non da tuttologi più o meno sprovveduti, ma a partire dalle cose che sa e che ha sperimentato.

E’ dunque necessario assumere una seconda forma possibile di adesione, in aggiunta alla prima o esclusiva, attraverso quelle che già alcuni partiti si erano proposti di costruire chiamandole aree tematiche. Andranno certamente regolate le forme del diritto di voto interno per i grandi appuntamenti elettorali interni al partito, ma una tale doppia adesione appare il carattere fondamentale di un partito basato sulla partecipazione qualificata del cittadini informato. Per certi versi una tale struttura potrebbe anche dare spazio non ideologico alle diverse famiglie culturali che sono disposte a confluire nel nuovo partito se esse si sottrarranno alla tentazione di una rappresentanza per identità e sapranno proporsi una rappresentanza per tematiche; il caso più facile è quello dei Verdi. Ci sono molte altre cose da dire ma semmai le riprenderemo in altre occasioni.

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