Con la nascita dei gruppi unici a Camera e Senato dovrebbe avviarsi la cosiddetta “fase costituente” del Partito Democratico. Ligia ai suggerimenti apparsi sul Riformista del 26 ottobre a firma di Eugenio Somaini, “Primum vivere deinde philosophari”, l’idea di fondo, avvallata dalle leadership di Margherita e Ds, è quella che, a dirla come il Professor Somaini, “la vita concreta del partito può e deve anticipare la compiuta elaborazione teorica” e che “l’elaborazione teorica non è ostacolata ma piuttosto stimolata e facilitata dal fatto che i risultati cui essa è destinata a portare si siano già prodotti in forza di pure intuizioni politiche”.
Nei fatti, però, una simile strategia nasconde delle insidie da non sottovalutare. Il rischio è che si partorisca un soggetto politico che affonda al primo scoglio, con la benedizione di quanti si oppongono, nei reciproci schieramenti, al progetto unitario. “Una scatola vuota e senz’anima”, come ha osservato Filippo Andreatta. Ricordiamo tutti quanto detto da Rutelli in quella memorabile assemblea federale Dl dello scorso ottobre, quando fu lanciato su scala nazionale il progetto del Partito democratico. Un messaggio forte, il Presidente della Margherita, lo riservò a quelle che definì “ egemonie di pensiero”. Rutelli ritenne che una questione prioritaria, prima di avviare la fase costituente del nuovo soggetto unitario, fosse la necessità di una costruzione e maturazione di un “pensiero democratico”, che ponesse rimedio ad una egemonizzazione culturale profondamente radicata nella storia italiana del dopoguerra.
Il pensiero rutelliano apparve allora chiaro e privo di equivoci, ed evidenziava l’urgenza di ammodernare e riequilibrare con nuovi contributi la cultura del Paese, aprendo le porte del pluralismo in settori chiave quali l’Istruzione e l’Informazione, punto di partenza per avviare un rinnovamento sociale fallito con la breve esperienza del compromesso storico e che potrebbe trovare adesso un esito felice. Sono passati sei mesi da allora, e il partito democratico è una nave che comincia ad uscire dal porto per veleggiare su un mare ricco di promesse e aspettative. Ma la questione di fondo posta da Rutelli non è stata ancora risolta. Il “primum vivere” ha trionfato, il “deinde philosophari” è in ritardo.
Costruire una nave moderna e innovativa non è difficile, con la tecnologia politica di cui disponiamo. Ci sono modelli cui ispirarsi, da Kennedy a Clinton, passando per il Labour. Più complesso è individuare dei capitani coraggiosi in grado di pilotarla, senza che una delle culture in campo possa avere la supremazia sull’altra. “Ci vogliono valori comuni” ha scritto Giuliano Amato, ma per il momento ci si accinge a lasciare il porto senza che questi siano stati non solo costruiti ma persino ragionati.
S’è detto che Veltroni e Rutelli possano essere i veri capitani del domani, a condizione che riescano ad unificare i loro schieramenti sull’obiettivo comune Purtroppo le resistenze interne persistono e si rafforzano, e la lotta per le posizioni di vertice del futuro Pd si fa più serrata. La Margherita, ammettiamolo, ha una maggiore flessibilità organizzativa rispetto ai Ds. Motivo la sua recente costituzione, che in effetti la pone come soggetto politico nuovo ed elastico, in grado di essere realmente promotore di un rinnovamento socioculturale, sufficiente per fare da apripista alla costruzione del “pensiero democratico”.
Più complesso è invece il lavoro che attende Veltroni, impegnato a fronteggiare quotidianamente un meccanismo culturale e partitico che ha radici profonde, che vengono dalla Resistenza, filosoficamente intesa, e che poggia le basi nella rigida struttura dell’ex Partito Comunista. Al Sindaco di Roma si chiede non di rinnegare un passato così importante per lo sviluppo del Paese, ma di archiviare nell’album dei ricordi un modello sociale che il globalismo ha superato, e rilanciare quanto di positivo c’è nella sinistra moderna ed europea, liberandola da una atavica crisi d’identità.
L’obiettivo è il modello anglosassone? Solo in parte. Un moderno Partito democratico italiano, che tenga nell’album dei ricordi le importanti conquiste del movimento operaio e le battaglie sociali che da esso sono scaturite, non può fare a meno dell’esperienza democristiana e delle radici cattoliche, parte fondamentale della storia italiana. Non stiamo parlando dell’esigenza di strutturare il partito democratico come uno schieramento esplicitamente cattolico, ma della necessità storica di arricchire l’album di famiglia con entrambe le esperienze. Dopodichè il Pd potrà pure porsi come schieramento laico, se lo si ritiene l’unico compromesso possibile tra queste esperienze, ma avere nel dna costituente l’esperienza delle lotte operaie e il background cristiano democratico è una condizione senza la quale il nascente soggetto unitario non potrà raggiungere l’obiettivo supremo: essere la casa di tutti e affermarsi come agente in grado di coinvolgere i cittadini, e soprattutto la classe media italiana, profondamente frammentata dal burrascoso crollo della Prima Repubblica.
Se Veltroni e Rutelli saranno in grado di “philosophari”, ovvero di costruire quel pensiero che sia sintesi di valori comuni che inglobano Resistenza ed esperienza Cristiano democratica, tradizione socialista e liberista, allora la nave potrà veleggiare verso un futuro promettente superando gli scogli che inevitabilmente ci saranno. Potrà cioè diventare l’Arca di Noe della Seconda Repubblica, pronta ad affrontare le sfide del globalismo e del moderno capitalismo con la capacità di arginare i fiumi delle reciproche contraddizioni e costruire ponti tra le innegabili affinità.
Serve, insomma, una rivoluzione culturale che inglobi le reciproche esperienze e le incanali verso un pensiero innovativo e comune. Per far ciò è opportuno ed auspicabile quel pluralismo invocato da Rutelli ma che va ad invadere un campo tradizionalmente coltivato dalla sinistra. E che la sinistra, come dimostrano le polemiche sull’esclusione di Goffredo Bettini dal Ministero per i Beni Culturali, non è disposta a cedere facilmente. Si pensava che la vittoria di Rutelli nella difficile partita giocata solo 2 settimane fa venisse accettata con fair play dagli alleati. Così non è stato, e la loro dura reazione, se qualcosa ci ha detto, è che la convinzione in una corsa fatta anche di reciproche rinunce stenta a radicarsi. Che il Pd piace come idea ma incontra oggettive resistenze quando si vuol passare ai fatti. Ci ha detto che, al di là delle dichiarazioni tonanti, il cammino che porta a costruire l’anima del nuovo Partito democratico è ancora ricco di insidie, e che solo un’asse forte e leale tra Veltroni e Rutelli potrebbe superarle.
Rutelli ha in mano il partito e il suo compito appare meno faticoso. Può contare ora sulla collaborazione di fedelissimi in Ministeri chiave come Istruzione, Comunicazioni e Famiglia, che potrebbero dare una marcia in più al processo di costruzione del “pensiero democratico”. Per Veltroni si pone invece l’ostacolo dell’isolamento subito all’interno del suo partito. Perché riesca a farsi anch’egli genitore del processo unitario il Sindaco di Roma dovrà necessariamente trascurare il suo ruolo amministrativo e dedicarsi ad un po’ di sana lotta politica, in modo da riacquistare una certa forza casalinga. Purtroppo, al momento, l’indebolimento della squadra veltroniana rende la prospettiva Pd più lontana, e rischia di frenare l’esportazione del laboratorio Roma su scala nazionale.
© Sintesi Dialettica – riproduzione riservata


