La costituzione di un nuovo soggetto politico – meglio, di un nuovo partito – non è processo agevole. Specialmente se è un partito che nasce da una aggregazione e non da una scissione, evento più unico che raro nella storia politica italiana.
Le ragioni del progetto sono note, chiedersi perché avrebbe innumerevoli risposte valide che mi sento di riassumere qui dicendo che un partito va considerato a partire dalla propria funzione nella società prima ancora che a partire dalla propria identità e che oggi un soggetto politico come l’ Ulivo può svolgere una funzione di interpretazione ed innovazione di questo tempo e di questa realtà più di quanto non possano fare altri soggetti politici. Detto questo bisogna chiedersi in che modo si possa far sì che un nuovo soggetto politico significhi nuove pratiche di aggregazione e soprattutto partecipazione. La partecipazione, e le forme di questa nel sistema politico italiano oggi, è l’elemento di innovazione politica dal quale partire per la costruzione del progetto dell’unità dei riformisti. A questo progetto occorre dare gambe e braccia, e magari una buona dose di appeal ed un aspetto differente, meno polveroso, di quello dei partiti di questa Seconda repubblica che ha innovato solo parzialmente il sistema rispetto alla Prima. L’ Ulivo deve essere un soggetto politico di popolo, un grande partito di massa del secolo nuovo.
Per dirla con uno slogan potremmo affermare che vi è la necessità di un grande partito per un grande popolo, a volte un po’ smarrito. Chi immagina di guidare il processo costitutivo dell’unità dei riformisti deve immaginare come il primo (il grande partito) possa realmente essere la risposta che viene data alle esigenze del secondo (il grande popolo). L’ Ulivo deve esserci e deve essere visibile, si deve poter toccare con mano e deve capirsi bene dov’è, dove si trova: non solo nelle comparsate tv dei leaders del centro-sinistra, ma anche nella consuetudine nelle città e nella provincia.
A differenza di alcuni “ideologi” dell’ Ulivo non immagino come il nuovo partito possa fondarsi su un modello di organizzazione che prescinda dai tesseramenti e, quindi, da una strutturazione organica sul territorio. Insomma, ho creduto e credo nello strumento delle primarie come mezzo dell’innovazione politica attraverso la partecipazione, ma credo meno nella possibilità che tale strumento diventi il modus dell’adesione e della militanza di chi voglia riconoscersi nel progetto dell’ Ulivo . È evidentemente necessario ridefinire i modi ed i tempi della militanza politica, interrogarsi sulla forma partito che – per dirla schematicamente – cambiata la società, deve cambiare anch’essa: la società fordista chiedeva a ciascuno altri tempi ed una diversa organizzazione delle giornate e del proprio percorso di vita; oggi, nell’epoca dei consumi e dei cambiamenti repentini, della flessibilità lavorativa e di nuove definizioni del tempo libero è evidente che il modello del “partito chiesa” dagli organigrammi impenetrabili non ha più ragione d’essere. A confronto con la società liquida studiata da Bauman (e con le molte vite liquide) un partito non nuovo svolgerebbe in modo pessimo la funzione da una parte aggregante donne e uomini, dall’altra di analisi ed interpretazione dell’opinione pubblica. Detto ciò, non sono per nulla persuaso dall’idea di Filippo Andreatta che vi possa essere un “partito dei gazebo” che scelga a colpi di primarie nei momenti della decisione. Una simile forma di plebiscitarismo, sebbene nasca dalle migliori intenzioni, non è buona pratica della quotidianità politica. Soprattutto perché in questo vi è un rischio enorme e profondamente antidemocratico, quindi esattamente opposto alla necessità grande che vive oggi il sistema dei partiti in Italia e cioè una necessità di innovazione attraverso non solo la partecipazione attiva dei cittadini, ma attraverso una partecipazione che pesi, che conti nelle scelte il più spesso possibile, che incida sulla vita quotidiana del partito. Il rischio che vedo è che si prepari così il terreno a derive leaderistiche che pure sono uno dei pericoli naturali di un sistema bipolare. Non ho mai amato particolarmente l’idea di una forza politica che tragga la propria forza dal carisma e dal fascino di un gran timoniere per quanto egli possa essere geniale e onestamente motivato. Mi appassiona molto più, invece, l’idea che vi possa essere un processo decisionale, derivato da continua discussione, che emerga dall’incontro dell’esigenze e delle idee della base con le priorità immaginate dai vertici. Forse è una soluzione più complessa nella pratica di ogni giorno, ma più giusta. La grande innovazione dei sistemi di partito passa comunque attraverso questo tipo di processo. E quindi nulla di nuovo, è in fondo il modo in cui hanno funzionato i partiti anche nel secolo passato.
Vi è però una doppia esigenza, e qui va cercato l’elemento della novità che segna il cambiamento. Innanzitutto va trovato il modo di rompere il sistema di rendite di posizione dei dirigenti di partito nella vita politica di questo. E lo si fa immaginandosi una sistema di partecipazione interna che sia tale da poter mettere in discussione continuamente le leaderships. Bisogna aumentare il peso della decisione di ciascuno all’interno del partito e questo lo si può fare –ad esempio- fissando regole certe per sviluppare processi decisionali dal basso, immaginando non solo e non tanto circoli territoriali come luogo di discussioni, ma aree tematiche nelle quali ciascuno può far vivere i propri interessi e le proprie competenze, pensando una strutturazione del partito che non imponga a chi voglia non solo partecipare, ma decidere una rinuncia cospicua al proprio stile di vita e a gran parte del proprio tempo libero. Insomma un partito dove decida chi c’è sulla base di ciò che crede e di ciò che sa. E non un partito dove conta quasi un’anzianità di servizio e dove chi entra negli organigrammi è tendenzialmente destinato a restarvi.
Oltre a ciò è imprescindibile un’apertura reale alla società. Un partito nuovo come deve essere l’ Ulivo non deve chiedersi se lo si fa, ma come lo si fa. Nel nostro paese, in poco più di un decennio, a partire da tangentopoli, accanto ad un sfiducia persistente nei confronti dei partiti e del sistema politico è maturata una grande voglia di politica, a partire dalle giovani generazioni. Sono nate innumerevoli esperienze associative, è cresciuto –e diffusamente- l’impegno nel volontariato, è emerso un notevole interesse sui temi della cooperazione internazionale, c’è stato un ritorno all’organizzazione delle realtà studentesche, si sono sperimentate forme nuove di aggregazione attorno ad un’idea o un obiettivo (comitati locali, forum, consulte etc.), è nato, cresciuto e si è trasformato un movimento enorme che parlava di globalizzazione e pace, di povertà e ricchezza, che si interrogava sulla necessità di un mondo più giusto. Tutto questo è leggibile come una straordinaria domanda di partecipazione. È la volontà di esserci e poter decidere per sé e per gli altri. Se oggi la politica dei partiti non darà una risposta a questa domanda di partecipazione andrà perso un pezzo di società che ha passione, motivazioni adeguate e competenze. Tenere fuori dall’orizzonte di un partito questo pezzo di società è sbagliato e sarebbe un errore enorme perché contribuirebbe a non leggere correttamente la realtà e disperderebbe forze nuove utili per il cambiamento dello stesso sistema partito. Consentendo una partecipazione diversa, richiedendo magari meno analisi del sangue a quanti non hanno il rassicurante pedigree di uomini di partito, e aprendo (anche per chi nel partito non c’è) a contaminazioni nel processo decisionale, con il coraggio di chi deve essere consapevole di mettere in discussione se stesso e le proprie rendite di posizione. Questo pezzo di società è il di più che dovrebbe essere nell’ Ulivo . Quando si dice che nel processo costitutivo del nuovo soggetto politico, risolutivo dell’anomalia politica italiana almeno di campo del sistema partitico, si deve andare oltre la fusione tra DS e Margherita, io credo si affermi che vi è necessità di tenere dentro il percorso costitutivo quelle donne e quegli uomini che pongono questa ampia una domanda di partecipazione.
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