L’America Latina vive un periodo di grande fermento. Dopo l’elezione di Uribe in Colombia, e quella di Garcia in Perù, si sta riequilibrando la bilancia politica in favore degli Stati Uniti d’America. Entrambi gli avvenimenti venivano seguiti con un certa apprensione da Washington, che sperava di riuscire a fermare la pericolosa tendenza nel continente dove negli ultimi anni i leader di sinistra si sono affermati in Venezuela, in Brasile, in Bolivia, in Cile ed in Uruguay.

“Oggi, il Perù ha lanciato un messaggio di sovranità nazionale ed ha sconfitto i tentativi di Hugo Chavez di includerci nell’estensione della sua strategia militare e di retroguardia, che tenta di innestare in America Latina”, ha detto Garcia, avvocato di 57 anni e leader della Alianza popular revolucionaria americana (Apra) partito storico del Perù, che torna alla guida del Paese andino dopo l’esperienza della prima presidenza (1985-1990) prendendosi una rivincita contro gli insulti feroci e le accuse di corruzione che l’hanno seguito per oltre un quarto di secolo a causa della crisi in cui precipitò il Paese, che raggiunse un’inflazione record del 7000\%.

Garcia festeggia la rielezione con la consapevolezza che il suo successo è stato reso possibile anche grazie ai voti dei conservatori, spaventati dall’ex comandante Humala, leader dell’Unione per il Perù (Upp), sospettato di crimini contro l’umanità e così simile all’ex uomo forte del Perù, Alberto Fujimori, al potere dal 1990 al 2000. Humala era stato fortemente appoggiato dal Presidente venezuelano Hugo Cahvez, il vero sconfitto di queste elezioni, che così comincia a vedere le prime crepe nella ragnatela che stava sapientemente costruendo, consigliato dal “grande vecchio” Fidel Castro. Chavez era riuscito ad avviluppare nella sua rete di petrodollari (circa 80 miliardi di dollari i ricavi nell’ultimo anno) il neo-presidente della Bolivia Evo Morales, il Nicaragua, con il prossimo candidato alle elezioni Daniel Ortega, l’Ecuador ed il Messico di Obrador.

Ricevendo il presidente boliviano Evo Morales, Chavèz aveva dichiarato “La sua vittoria è il segno che sono arrivati tempi nuovi, è il segno della resurrezione dei popoli che si svegliano e riemergono dal fondo della storia”, ed aveva assicurato che “Venezuela, Cuba e Bolivia non formano un asse del male”, “l’asse del male è quello di Washington e dei suoi alleati nel mondo, che minacciano, invadono e assassinano. Noi invece, stiamo formando l’asse del bene”.

Queste dichiarazioni preoccupano Washington, soprattutto perché il Venezuela produce circa 3 milioni di barili di greggio al giorno, e 24 miliardi di metri cubi di gas all’anno, mentre la Bolivia, pur essendo decisamente più indietro sul piano produttivo visto che estrae meno di 1 milione di barili al giorno di petrolio e 12 miliardi di metri cubi di gas all’anno, rappresenta un importante promessa per il futuro, poiché rilevazioni geologiche assicurano grossi potenzialità.

Non a caso l’Economist del 6 gennaio ha scritto che “Alcuni paesi intendono utilizzare le risorse energetiche come un’arma politica”.

Mentre il Ministro Delcy Rodriguez, una delle persone più vicine a Chávez, ha dichiarato in una recente intervista a Panorama: “Non vogliamo esportare la rivoluzione bolivariana come Bush fa con la democrazia. Vogliamo solo affermare il nostro modello di un mondo multipolare e socialista da contrapporre a quello unilateralista e neoliberista dell’America”, i giornali dell’America Latina parlano de “la nueva guerra fría”.

Ma non sono solo Venezuela e Bolivia a preoccupare gli Stati Uniti. Hugo Chávez finanzia progetti in molti paesi del mondo con l’obiettivo dichiarato di creare un blocco socialista anti Usa. Un’utopia antica che i soldi del petrolio rendono ora possibile.

A Washington, ma anche nelle capitali europee, Chávez è diventato il simbolo di quello che può succedere quando gli Stati Uniti e l’Unione Europea dimenticano e, a volte, disprezzano un intero continente. La domanda che anima i dibattiti internazionali è: si sta realizzando il sogno di Chávez di trasformarsi nel nuovo Libertador, nell’erede di Simón Bolívar?

Di certo c’è che, mentre il suo mentore, Castro, ha fallito nell’esportare la sua revolución con la guerriglia, il presidente venezuelano rilancia a livello mondiale i principi della “rivoluzione bolivariana” per diventare la forza d’urto che si oppone a George W. Bush e a tutto ciò che rappresenta, divenendo l’alleato più forte dei nemici dell’America, Iran e Cina, innanzitutto.

Alzando la voce contro Washington, solidarizzando con l’Iran nucleare ed ergendosi a paladino dell’intero continente sudamericano, Chávez è diventato un’icona del nuovo socialismo, un idolo per tutti coloro che pensano che un «otro mundo posible».

D’altra parte questa tensione tra il tentativo di influenza di Washington ed i movimenti locali, che assumono posizioni fortemente nazionaliste, è antica. L’atteggiamento nazionalista di Chavèz e Morales ricorda quello del Presidente del Messico Làzaro Càrdenas che alla fine degli anni ’30 nazionalizzò il petrolio, dando vita alla società statale Petroleos de Mèxico (Pemex).

In realtà il nazionalismo latinoamericano non ha radici economiche ma nasce sostanzialmente dall’idea della “comunità di interessi”, che si materializza nella difesa della propria sovranità nazionale. Esso trova le sue origini nell’idea di nazione elaborata dal costituzionalismo e dai governi liberali, con il risultato che l’idea di nazione si fonda sulla presenza di una minaccia esterna, che giustifica l’attribuzione allo Stato del compito di “proiettare l’azione individuale e collettiva degli abitanti verso i valori della nazionalità” (1). L’ostilità al grande disegno internazionale del Presidente nordamericano Wilson discende dalla continuità tra la sua politica interventista e quella del Presidente Theodore Roosvelt.

La tensione tra le aree latino-americane e quelle nordamericane, quindi, ha origini antiche, e si manifesta con particolare vigore negli anni ’30, con la crisi del sistema aureo, che viene vissuta come la dimostrazione dell’iniquità del sistema economico internazionale dominato dagli Stati Uniti. E’ solo a seguito di tale crisi che si rafforza la dimensione economica all’interno dell’ideologia nazionalista, che porta gli stati latinoamericani a guardare con simpatia alle politiche socialiste dell’Unione Sovietica.

Per cercare di limitare le influenze totalitariste fasciste e comuniste, nel 1933, alla Conferenza di Montevideo, il Presidente nordamericano F.D. Roosvelt inaugurò la politica “di buon vicinato”, ed annunciò la rinuncia a qualsiasi politica di intervento unilaterale, sottoscrivendo la dichiarazione secondo cui “nessuno stato ha il diritto di intervenire negli affari interni od esteri di un altro” (2).

Ma il contrasto tra Stati Uniti e Paesi dell’America Latina, rispecchia, più in generale, lo scontro tra capitalismo latifondista alleato a regimi militari (si pensi al regime di Peron, o del generale Ibanez in Cile, o del Generale Pinilla in Columbia, ecc.), e capitalismo d’impresa. Un’impostazione che pesa soprattutto sulle spalle dei ceti contadini ed operai.

E’ dal riscatto di queste masse che passa la politica odierna in America Latina.

Alcuni sostengono che. Chávez sia riuscito a riportare al centro dell’attenzione le masse emarginate del Venezuela, facendole diventare protagoniste, altri invece pensano che la delinquenza e la corruzione siano ancora elevatissime, e che in definitiva la politica del Presidente non abbia portato reali vantaggi per il popolo.

La sensazione, insomma, è che questi problemi rimangano sempre sullo sfondo, irrisolti, e che nonostante tutto ne facciano le spese sempre i cittadini.


Note
1) M. Carmagnani, L’Altro Occidente. L’america Latina dall’invasione europea al nuovo millennio, Piccola biblioteca Einaudi Torino 2003
2) E. Di Nolfo, Storia delle relazioni internazionali 1918 – 1992, Editori Laterza Bari 1995

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