Francis Fukuyama e Samuel P. Huntington sono gli inconsapevoli protagonisti di un interessante duello, il motivo del contendere è quello di stabilire il futuro geopolitico del nostro pianeta, le armi utilizzate sono i loro due “rivoluzionari” e controversi saggi, la posta in gioco è decretare quale dei due modelli interpretativi, tra loro completamente antitetici, è il più adatto a prevedere le dinamiche future della geopolitica mondiale.
Il 9 novembre 1989 i berlinesi si riappropriarono della loro città, iniziando immediatamente l’abbattimento del muro che li aveva divisi ingiustamente per quasi un trentennio. Nel dicembre del 1991 i presidenti di Russia, Ucraina e Bielorussia annunciarono che l’esperienza politica dell’Urss era ormai giunta al termine, al suo posto diedero vita all’effimera Comunità Politica di Stati Indipendenti (CSI). Gorbacev si dimise da presidente dell’Urss, la bandiera rossa venne ammainata dal Cremlino, al suo posto fu issato il tricolore della Federazione Russa, questo gesto simbolico segnò la fine di un’epoca storica che aveva interessato la seconda parte del XX° sec. Il sistema politico internazionale, che aveva preso il via a Yalta, nel febbraio 1945, vedeva chiudere la sua esperienza nel biennio 1989-1991. Questo periodo, meglio conosciuto come “guerra fredda”, aveva avuto come caratteristiche, un sistema politico bipolare (da una parte gli stati liberal-democratici e capitalisti, capeggiati dagli Stati Uniti, dall’altra gli stati comunisti guidati dall’Urss) e un mondo diviso in tre parti ( il cosiddetto mondo libero, il blocco comunista, i paesi non-allineati).
L’implosione tanto inaspettata quanto rapida del mondo comunista, se da una parte aveva posto definitivamente il sistema politico internazionale della “guerra fredda” nei libri di storia, creava degli interrogativi su quello che sarebbe stato il nuovo assetto politico mondiale, perché inevitabilmente dopo una breve fase di transizione, il mondo si sarebbe dovuto dotare di una nuova organizzazione internazionale. Storici, filosofi, scienziati della politica, esperti di politica internazionale, finanche all’ultimo uomo della strada si resero conto che i parametri fino ad allora utilizzati per distinguere i due fronti, parametri ideologici, economici, politico-sociali non erano più utili allo scopo, nuove chiavi di lettura erano necessarie per decifrare il mondo post-guerra fredda. In questo senso è da segnalare la ricomparsa sulla scena di una vecchia materia di analisi, studio e soprattutto previsione delle dinamiche proprie della politica internazionale quale la Geopolitica (1) che come un fiume carsico si era inabissata nell’oblio della conoscenza alla fine della seconda guerra mondiale, per riemergere prepotentemente dopo il crollo del sistema politico bipolare. Nei primi anni ’90 vi fu un notevole aumento di interesse verso le materie che si occupavano di politica internazionale, furono istituiti numerosi corsi universitari e master post-universitari sull’argomento, vi fu la nascita di nuove cattedre universitarie, in particolare, in materie quali la Teoria delle Relazioni Internazionali (2). Si assistette ad un sempre maggiore interesse dell’opinione pubblica, dimostrato dalla grande attenzione data dai media (giornali, radio, televisione), oltre a una vasta gamma di saggi e pubblicazioni.
Quale futuro vi sarebbe stato per il nostro pianeta? Questo fu il quesito che si posero tutti, subito dopo il biennio 1989-91. Ancora più incerto sembrò essere un altro interrogativo, in parte collegato al primo, a cui proveremo subito a dare una risposta. Che ne sarebbe stato degli Usa, l’unica superpotenza rimasta in piedi dal confronto della “guerra fredda”, anzi la potenza vincitrice di quel confronto. Avrebbe dominato il mondo in quanto unica superstite tra le grandi? Si sarebbe ritirata in se stessa stanca di decenni di lotte? Sarebbe stata travolta da nuovi protagonisti che la scena politica internazionale era pronta ad accogliere dopo il crollo comunista? Ed ancora, avrebbe puntato a diventare l’Impero che controlla il mondo, dando credito alle visioni unipolari, o avrebbe acconsentito a governare il pianeta in coabitazione con altre potenze, assecondando il punto di vista multipolare?
Queste domande hanno dato vita ad una vasta gamma di testi ognuno dei quali dà delle risposte più o meno convincenti, questi saggi rappresentano una fonte importantissima, le posizioni in essi contenute possono essere riassunte in tre grandi correnti di pensiero:
- Declinisti: coloro che rientrano all’interno di questa corrente, pur partendo da analisi differenti, sostengono che il declino degli Usa sia un dato di fatto irreversibile, in quanto è storicamente provato che nessuna società può restare per sempre al di sopra delle altre. Ciò che varia tra loro è la fase di inizio dello stesso, alcuni sostengono che sia iniziato alla fine della II° guerra mondiale (Wallerstein), altri e sono la maggioranza, lo vedono come una realtà che si evidenzierà nel XXI° sec. (Z. Brzezinski, S.P. Huntington, H. Kissinger, R. Gilpin, Paul Kennedy), altri ancora (Immanuel Todd) sostengono che il declino degli Stati Uniti si sia già interamente compiuto. Si tratta di un declino strutturale e in quanto tale irreversibile, non dipendente dai comportamenti e dalle scelte delle singole amministrazioni americane. Non bastano le risorse economiche, la forza militare e il consenso interno a garantire il predominio degli Usa sul mondo, semplicemente perché il numero degli interessi e degli impegni degli Stati Uniti è enormemente superiore alle loro possibilità di proteggerli e mantenerli.
- Unipolaristi (antideclinisti, trionfalisti): questa corrente di pensiero si rifà alla concezione di “Impero benevolo”, non potrà mai sorgere una coalizione antiegemonica e anti-Usa, perché gli Stati Uniti sono un impero buono che non persegue solo i propri interessi nazionali, ma anche quelli globali. In questo senso il processo decisionale è completamente nelle loro mani, mentre i suoi alleati sono utili in quanto servono per la suddivisione dei suoi oneri. Una parte degli studiosi che si rifanno a tale concezione sostiene che il vero pericolo per gli Usa non proviene dall’esterno ma dal suo interno, dai neoliberali che parlano di multilateralismo (o multipolarismo) che vorrebbero delegare maggiori poteri decisionali alle istituzioni sovranazionali e dai realisti pragmatici. Tra i maggiori rappresentanti di questa corrente si possono annoverare: Francis Fukuyama, Alfredo G.A. Valladão e Charles Krauthammer.
- Mediani: sono coloro che si pongono in una posizione a metà tra le due correnti sopra analizzate. Per loro il declino per il momento non c’è, potrebbe esserci in futuro ma potrebbe essere affrontato e sconfitto o anche solo rimandato. In altri termini gli Usa hanno la forza per rimediare ad un possibile futuro declino. Uno dei protagonisti di tale approccio mentale è J.S. Nye jr, il quale al contempo è un critico feroce della dottrina della “guerra preventiva” di George W. Bush che, secondo le sue opinioni, al contrario di quanto si pensi, sta accelerando il declino degli Usa. Sulla stessa lunghezza d’onda si pone Ikenberry che critica la visione neoimperiale, implicita nella dottrina della guerra preventiva. Per entrambi il potere egemone degli Stati Uniti dovrebbe, viceversa, essere trasformato in consenso internazionale e i suoi principi in norme di diritto internazionale (come è evidente si tratta di un approccio metodologico mutuato da T.W. Wilson e F.D. Roosevelt). È necessario, continua Nye, rilanciare il multipolarismo, che non deve essere un’alleanza ad hoc per risolvere determinate questioni, ma un multipolarismo istituzionalizzato. I teorici di questa corrente di pensiero (Nye, Ikenberry, Charles A. Kupchan e per qualcuno anche Brzezinski) non credono molto all’Onu, la loro idea è quella di dare vita a nuovi istituti internazionali multipolari (Brzezinski sollecita la creazione di una “Lega delle democrazie mondiali”).
Occorrerebbe un intero saggio per descrivere affondo tutte le posizioni emerse, il numero degli autori che hanno dato il loro contributo nel tentativo di dare una risposta a questi quesiti è elevatissimo, per cui molti di loro sono stati a malincuore tralasciati per ragioni di spazio, in questa sede mi premeva evidenziare le grandi direttrici che si sono andate affermando nel pensiero politico internazionale contemporaneo, rimanendo volutamente in un ambito generale. Se andiamo ad allargare ancora di più lo spettro d’analisi, in altri termini se proviamo a chiederci quale modello di politica internazionale si è affermato nel mondo post-bipolare, sostituendosi al sistema politico bipolare proprio della guerra fredda, ci rendiamo conto come sia difficile, se non quasi impossibile, dare una risposta certa, dove per risposta certa intendo una soluzione che sia condivisa dalla maggioranza degli esperti. Ad oggi vi è una serie di teorie che sono servite da fondamento per modelli che descrivono gli sviluppi e i futuri scenari della politica mondiale in forme molto differenti tra loro, a volte del tutto opposte. Occorre quindi cercare di stabilire anche in questo ambito, delle correnti di pensiero che ci aiutino ad aggregare in pochi modelli interpretativi una molteplicità di teorie, senza per questo scadere nell’approssimazione. In nostro aiuto accorre una disciplina piuttosto giovane, soprattutto in Italia, la Teoria delle Relazioni Internazionali, sorta agli inizi del ‘900, quando si sentì l’esigenza di studiare la politica internazionale come fosse una scienza e non più, non solo, come filosofia o storia, come era stato fatto fino ad allora (3). Questa disciplina ha da sempre avuto due principali scuole di pensiero che ci hanno dato due differenti modelli interpretativi della politica internazionale:
- Realismo: rappresenta la corrente di pensiero che più ha dominato la Teoria delle Relazioni Internazionali, si è affermata subito dopo la II° guerra mondiale ed è tutt’ora dominante. Può essere suddivisa, da un punto di vista temporale, più che dottrinario, in due sottogruppi, il realismo classico (rappresenta la formulazione originaria teorizzata a cavallo della II° guerra mondiale dal teologo Reinhold Niebuhr, dal diplomatico George Kennan, dal professore Hans Morgenthau e da Edward Carr), ed il neorealismo (Kenneth Waltz,Robert Gilpin). Questa corrente di pensiero ritiene che l’arena politica internazionale sia dominata dall’anarchia, a differenza di ciò che avviene all’interno degli Stati, in altri termini vi è l’assenza di una autorità superiore. Gli attori principali della politica internazionale sono gli Stati (non ammettono che si parli di declino dello Stato in favore di istituzioni sovrastatali) che in qualità di autorità sovrane non riconoscono nessuna autorità ad essi superiore, per cui, come detto, l’ambito delle relazioni internazionali è dettato dall’anarchia. Nelle rare occasioni in cui essi si sottopongono ad una autorità superiore, questa loro scelta è del tutto temporanea e soggetta all’interesse nazionale, quest’ultimo è quello che prevale su tutto. Gli Stati vivono in una sorta di “stato di natura”, che a differenza di quanto accaduto all’uomo, non si è trasformato, non ha creato un Leviatano, ovvero una autorità superiore. Le dinamiche proprie delle relazioni internazionali sono del tutto simili alle “leggi della giungla”, dove la forza determina le regole, dove il più forte domina. Per i realisti la morale non ha diritto di cittadinanza nella politica internazionale, il che non vuol dire che essa debba essere per forza immorale ma è comunque amorale. Da queste asserzioni si deduce che per i realisti, a causa dell’anarchia internazionale perpetua, la guerra è un “fenomeno naturale” e in quanto tale insuperabile. Nonostante ciò, in alcuni momenti, la storia ci ha mostrato periodi di pace, questo è stato possibile grazie all’equilibrio di potenza (altro punto chiave per i realisti) che si è creato attraverso alleanze, che hanno avuto il merito di fronteggiare uno o più potenze egemoni. I realisti danno una lettura antropologica della natura dell’uomo del tutto originale e fortemente pessimistica, per loro l’uomo è per natura egoista, anarchico e aggressivo, gli Stati, in quanto sommatoria di individui ereditano tali caratteristiche. La politica diventa lotta per il potere sia a livello interno che internazionale, la politica estera di uno Stato si misura in base alla realizzazione dell’interesse nazionale dello Stato stesso su scala mondiale, in rapporto agli altri Stati contendenti, per i realisti questo è stato e sarà sempre il loro comportamento in ogni tempo, luogo e circostanza. Lo Stato si deve trasformare in lupo in mezzo agli altri lupi se vuole sopravvivere. La “politica di potenza” che è implicita nel loro pensiero, non è dunque una scelta, ma diviene una necessità, un effetto dell’anarchia internazionale. In altri termini, la politica di potenza è l’unico strumento che garantisce l’autodifesa, mettendoti al riparo dalle aggressioni degli altri Stati e dal pericolo di soccombere. Per i realisti se un attore internazionale (uno Stato), accresce la sua potenza, questo determina una situazione di insicurezza negli altri attori (Stati), questa insicurezza li spingerà a rafforzarsi a loro volta e di rimando questo spaventerà l’attore di partenza che si rafforzerà a sua volta, innescando una spirale senza uscita (un esempio eloquente di quanto appena detto, fu la corsa agli armamenti durante la guerra fredda). In questa spirale è fondamentale l’equilibrio di potenza, che fa si che le forze in campo si equivalgono scoraggiandosi reciprocamente, in tale ambito un importante ruolo è svolto dalle alleanze (esempio un’alleanza tra più Stati per equilibrare la forza di una potenza dominante). Ultimo assunto, la rilevanza delle istituzioni internazionali è per i realisti pressoché nulla.
- Idealismo: questa corrente di pensiero trae la sua denominazione dal realismo che ha voluto designare in questo modo tutti coloro che non condividevano l’approccio realista alla politica internazionale, il termine assume quindi agli occhi di chi lo ha dato una connotazione del tutto negativa. Nonostante questo, noi possiamo dire che la prima scuola di pensiero che si è affermata nella storia della Teoria delle Relazioni Internazionale è proprio quella idealista. Anche questa può essere suddivisa in due sottogruppi, l’idealismo classico (fondato da Alfred Zimmern, ma fortemente ispirato da Woodrow Wilson e il cui teorico primo è Immanuel Kant) ed il neoliberalismo (Robert Keohane,Stephen D. Krasner). L’idealismo classico che si affermò subito dopo la fine del I° conflitto mondiale aveva lo scopo di studiare le condizioni della pace, come ottenerla e come mantenerla. I teorici di questa corrente sono convinti che l’anarchia internazionale, lungi dall’essere una condizione perpetua, possa essere superata, rendendo possibile, al contempo, l’eliminazione della guerra come elemento costante delle relazioni internazionali. La loro lettura antropologica della natura dell’uomo li porta a ritenere quest’ultimo come un essere buono, cooperativo, socievole con i suoi simili. Le relazioni internazionali sono dominate dalla guerra per colpa degli Stati (che sono pur sempre istituzioni create dall’uomo). Per questo occorre dare vita e promuovere organismi internazionali sovrastatali e sovranazionali, che siano pacifici e che soprattutto ci aiutino a superare il concetto di Stato, e al contempo a favorire il diffondersi della democrazia come forma di governo interna agli Stati stessi. Ponendo l’uomo e non lo Stato al centro delle relazioni internazionali si può ambire al raggiungimento di quella pace perpetua, descritta per la prima volta da Immanuel Kant, che teorizzando il “regno della pace perpetua” si fece promotore di un’idea cosmopolita, in cui l’uomo diventava cittadino del mondo, formula che venne ripresa dall’idealismo del XX° sec. Questa corrente di pensiero fu in assoluto dominante nel primo dopoguerra, visse il suo apogeo con il patto Briand-Kellogg (4) ma da quel momento iniziò la sua discesa. Avere un giudizio ottimistico dell’uomo, dire che è per natura buono (la bontà è iscritta nel suo DNA), cooperativo, in continua armonia di interessi con gli altri individui, e poi assistere al desolante spettacolo degli anni ’30-’40 del secolo scorso ci fa capire come questa scuola di pensiero sia di fatto caduta nell’oblio, letteralmente sbaragliata da quella realista, riemergendo alla luce solo con la fine della guerra fredda, 1989-91.
Il biennio 1989-91 ha prodotto una sorta di rivoluzione copernicana nel sistema internazionale, la fine del sistema politico bipolare e la nascita di una nuova stagione della politica mondiale ha portato gli analisti a riproporre come chiavi di lettura, per dimostrare le loro teorie, i due modelli interpretativi o correnti di pensiero da sempre dominanti, ovvero il realismo e l’idealismo. Ciò è sembrato fin dall’inizio uno sforzo utile ma non decisivo, le dinamiche internazionali che si erano avviate quasi naturalmente con la dissoluzione del blocco comunista erano talmente complesse e innovative da richiedere altre chiavi di lettura, o se vogliamo chiavi di lettura più aggiornate. Accanto al realismo e all’idealismo sono apparsi nuovi modelli interpretativi delle relazioni internazionali che pur non abbandonando mai completamente i due filoni storici, se ne distaccano su alcuni punti fondamentali, tre di essi (in realtà il numero sarebbe molto maggiore, ma questi sono a mio avviso i più importanti) hanno avuto una larga eco nel dibattito internazionale:
- un solo mondo: la fine della storia. Questo modello pur nascendo nell’alveo dell’idealismo, promuove una visione dei nuovi assetti politico mondiali del tutto originale. Il padre di questa corrente di pensiero è Francis Fukuyama e il testo base che la descrive è“La fine della Storia e l’ultimo uomo”.
- il modello delle civiltà: lo scontro delle civiltà. Questo modello pur partendo dal filone del realismo se ne distacca arrivando a conclusioni diverse. Il teorico di questo nuovo approccio metodologico è Samuel P. Huntington, il testo di riferimento è“Lo Scontro delle Civiltà e il nuovo ordine mondiale”.
- caos totale. Anche questo modello, pur avendo una matrice realista, si è connotato per aver dato una chiave di lettura del tutto nuova. Le due opere di riferimento, che bene esplicano tale corrente di pensiero, sono:“Il mondo fuori controllo”di Zbigniew Brzezinski e “Pandaemonium” di Daniel Patrick Moynihan. Come i realisti dai quali culturalmente derivano, vedono un sistema internazionale dominato dall’anarchia, a differenza dei realisti però, ritengono che questo porterà al crollo dello Stato quale istituzione, facendo emergere i conflitti tribali, etnici e religiosi che trascineranno l’umanità verso massacri, episodi di pulizia etnica e genocidi, con un aumento esponenziale del numero dei rifugiati. Il vuoto di potere creato dal venir meno dell’autorità statale farà nascere potenti organizzazioni criminali mafiose a livello internazionale, vi sarà un aumento di armi nucleari e di distruzioni di massa e non ultimo si assisterà all’ascesa del terrorismo su scala planetaria.
Nonostante il modello del “caos totale” sia piuttosto rispondente alla realtà, in particolare a quanto sta accadendo in questi ultimi anni e rappresenti una chiave di lettura che fa rabbrividire, i due modelli precedenti, “la fine della storia” e “lo scontro delle civiltà” sono quelli che hanno maggiormente attirato l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale fin dalla comparsa dei rispettivi testi di riferimento. L’interesse dimostrato dal notevole numero di seminari, incontri e dibattiti promossi per la discussione delle due rispettive posizioni ha portato alla ribalta due diversi, ma sarebbe meglio dire opposti modelli interpretativi del futuro geopolitico del pianeta. Le discussioni, le incomprensioni, le critiche feroci ma anche le non poche adesioni che entrambi si sono tirati dietro rappresentano un utile indicatore di quanto gli stessi siano stati e continuino ad essere le correnti di pensiero più originali del periodo che va dalla fine della guerra fredda (1989-91) fino ai giorni nostri, due utili strumenti di analisi di quello che potrà essere il futuro della politica mondiale.
“La fine della Storia e l’ultimo uomo”.
Francis Fukuyama, noto professore universitario presso la Johns Hopkins University, è balzato alle cronache diventando uno degli analisti politici più famosi al mondo, grazie alla teoria espressa nel saggio “La fine della Storia e l’ultimo uomo”, pubblicato nel 1992. Il libro nasce da un percorso intrapreso dall’autore alla fine degli anni ’80, nell’anno accademico 1988-89 fu invitato dai professori Nathan Tarcov e Allan Bloom a svolgere una lezione dal titolo “fine della Storia” presso il John M. Olin Center dell’Università di Chicago. Da questa lezione è nata l’idea di scrivere un articolo per la rivista The National Interest dal titolo “Siamo forse alla fine della Storia?” che ha visto la luce nell’estate del 1989, l’eco suscitato dalle argomentazioni svolte e dalle conclusioni a cui l’autore giungeva spinse quest’ultimo a specificare meglio la sua teoria nell’ormai ben noto libro.
Fukuyama parte dall’assunto che esiste una storia dell’umanità coerente e direzionale che in quanto tale presuppone una “fine della storia” intesa come un punto di arrivo dell’evoluzione ideologica dei principi e delle istituzioni fondamentali dell’umanità. Questa concezione non ha di per sé alcunché di sconvolgente, altri grandi filosofi, economisti, storici e pensatori politici del passato hanno supportato questa tesi. Hegel sosteneva che la fine della storia si sarebbe avuta con l’affermazione dello Stato liberale, per Marx essa si sarebbe compiuta con la nascita della società comunista, Fukuyama sostenne che l’avvento su scala mondiale del modello liberale, ovvero del sistema politico democratico-liberale avrebbe portato alla “fine della storia”. L’umanità aveva raggiunto la sua forma ultima di governo attraverso l’universalizzazione della democrazia liberale occidentale.
L’autore ha spiegato questa sua asserzione attraverso due argomentazioni: 1) l’interpretazione economica del cambiamento storico, che ci aiuta a capire il raggiungimento e l’affermazione degli attuali principi economico liberali, il libero mercato ed il capitalismo, in altre parole la libertà economica. 2) La lotta per il riconoscimento, che ci illustra l’affermazione nella storia della libertà politica. Questo secondo punto rappresenta la chiave del suo ragionamento, la lotta per il riconoscimento viene intesa come quella propensione naturale dell’uomo di ricercare “…il riconoscimento del proprio valore, o di persone, cose o principi ai quali attribuiscono valore. La propensione ad attribuire a se stessi un certo valore, ed a chiedere che questo valore venga riconosciuto…” (5). È questa lotta per il riconoscimento (che l’autore definisce Thymòs, riprendendo la definizione che Platone diede di animo) che spiega la lotta e l’affermazione della democrazie liberali prima nei singoli Stati e successivamente a livello planetario.
Fukujama si chiede che cosa è stata la politica internazionale fino ad ora? Il desiderio del riconoscimento ha portato gli Imperi prima, gli Stati poi, alla ricerca del dominio del mondo e all’imperialismo. La storia che altro è stato se non una serie ininterrotta di guerre che hanno regolato i rapporti tra gli Stati, sempre alla ricerca della supremazia, il nazionalismo, l’ideologia che più delle altre è stata all’origine delle guerre del XX° sec. può essere letta in questa ottica. A prima vista una disamina simile porta a conclusioni non molto dissimili dalla teoria realista della politica internazionale. Ma è da questo punto in avanti che Fukujama tesse la sua rete teorica per motivare il modello interpretativo delle future dinamiche internazionale.
Se il desiderio del riconoscimento ha provocato queste guerre per il dominio, l’affermazione della democrazia liberale ha spinto gli Stati a sostituire “…il desiderio irrazionale di essere riconosciuto come più grande degli altri con il desiderio razionale di venire riconosciuto come eguale. Un mondo fatto di democrazie liberali dovrebbe avere perciò incentivi alla guerra molto ridotti, dato che ogni nazione dovrebbe riconoscere la legittimità dell’altra” (6). L’autore concludeva affermando che vi fosse una evidenza empirica che dimostrava come negli ultimi 200 anni le democrazie liberali non si erano comportate in modo imperialistico tra di loro, riducendo quasi a zero il numero di guerre combattute le une contro le altre (8). La teoria di Fukujama sosteneva che la rivoluzione liberale, ovvero l’affermazione della democrazia liberale occidentale a livello universale avrebbe posto fine ai grandi conflitti internazionali creando un mondo pacifico e armonioso, da ciò si poteva dedurre che la democrazia liberale fosse la forma di governo definitiva per il genere umano, non solo, con essa eravamo giunti al punto di arrivo dell’evoluzione ideologica dei principi e delle istituzioni fondamentali, in altri termini avevamo raggiunto la “fine della storia”.
A questo punto, trovata la medicina per i mali dell’umanità, la domanda era: che grado di diffusione aveva raggiunto la democrazia liberale di matrice occidentale nel mondo? Nella risposta a questo quesito emerge sia la provenienza culturale idealista dell’autore, sia lo stato d’animo che lo stesso visse in seguito agli sconvolgimenti del quadro internazionale, che accompagnarono la nascita del libro (in particolare l’euforia e la ventata di libertà che seguì la fine della guerra fredda 1989-91, che è anche il periodo di gestazione del saggio). Fukuyama parte dal sostenere che il XX° sec. ha rappresentato il vero spartiacque per la diffusione dei principi e delle istituzioni democratico liberali, in questo secolo i rivali ideologici della democrazia sono stati particolarmente agguerriti e hanno minacciato molto seriamente la sua esistenza e la sua diffusione. I nemici della democrazia portano i nomi di: 1) totalitarismo di destra 2) totalitarismo di sinistra 3) autoritarismo di destra (meglio conosciuto con il nome di dittatura militare). Vi sono tre date che rappresentano le tappe fondamentali della vittoria democratica contro questi tre nemici:
- 1945: i totalitarismi di destra, Nazismo e Fascismo, che avevano basato la loro legittimità sulla superiorità della “razza” e della “nazione”, subiscono una dura sconfitta militare che gli fa perdere soprattutto la legittimità agli occhi dei loro sostenitori. Dopo la II° guerra mondiale non sono stati più seri rivali della democrazia liberale.
- 1974: inizia la crisi degli autoritarismi di destra, che si protrae per tutti gli anni ’70 e ’80 e che vede implodere le dittature militari in varie parti del mondo. Inizialmente l’Europa meridionale (Grecia, Portogallo e Spagna), quindi l’America latina (Perù, Argentina, Uruguay, Brasile, Paraguay, Cile e Nicaragua), l’Asia orientale (Filippine, Corea del Sud e Taiwan), per finire con il Sud Africa. La crisi dei regimi autoritari di destra non fu dettata da ragioni militari (come nel caso sopra descritto dei totalitarismi di destra) ma da specifiche motivazioni politiche, fu in altri termini una crisi ideologica e il loro crollo fu dovuto alla totale mancanza di legittimità politica.
- 1989-1991: questo biennio ha segnato la fine dell’ideologia comunista a livello planetario, il socialismo è imploso non solo nella sua storica roccaforte, l’Urss, ma da qui come in una sorta di reazione a catena, è crollato nei paesi dell’Europa orientale e in Africa. Il lascito più importante, in assoluto, di questa crisi è quello di aver screditato il comunismo a livello culturale mondiale, associandolo ad arretratezza politica ed economica. Per la cronaca vi sono ancora, sparse nel mondo, isole in cui è applicata la dottrina marxista-leninista, una di queste, in particolare, sta tornando a rivestire un’importanza primaria sullo scacchiere geopolitico mondiale, mi riferisco alla Cina. La Cina che a tutt’oggi sembra aver superato la crisi ideologica di quel biennio, mantenendo l’apparato statale socialista, è riuscita nell’impresa perché è corsa prima di tutti ai ripari, con le aperture in campo economico, in direzione di un’economia di mercato capitalistico, avviate alla fine degli anni ’70 da Deng Xiaoping. Questo le ha permesso di sviluppare una forte società civile che ha inevitabilmente mutato i suoi aspetti interni, al punto che nessun analista definisce più il paese come uno Stato totalitario ma semplicemente come uno Stato autoritario.
Il risultato di questa carrellata storica che ho appena fatto è evidente, nell’ultimo quarto del XX° sec. le crisi dell’Autoritarismo e del Totalitarismo hanno lasciato come unico contendente sulla scena ideologica mondiale la democrazia liberale, essa è rimasta il principio unico, irreversibile ed universale. Dalla testa di ponte dell’Europa occidentale e dell’America settentrionale la democrazia liberale si è diffusa in varie parti del mondo, diverse per tradizioni politiche, religiose e culturali.

Fukuyama continua nella sua disamina sostenendo come l’aumento degli Stati che hanno adottato un modello a democrazia liberale sia continuo ed irreversibile, dimostrandoci come esso sia diventato l’unico modello ideologico evolutivo dei principi e delle istituzioni politiche di tutte le società del pianeta. Questo assunto sottintende l’esistenza di una storia universale dell’umanità che si muove in direzione della democrazia liberale, la possibilità che compaiano lungo il suo percorso dei cicli, delle momentanee fratture e delle discontinuità non mette in discussione il vero cuore del discorso, ovvero che esiste una storia universale, coerente e direzionale.
La dialettica tra ciclicità e unidirezionalità della storia è vecchia quanto il mondo, la cultura classica, greca e romana, aveva una visione ciclica della storia (le idee di Platone ed Aristotele rappresentano un esempio eloquente), la cultura cristiana è la prima a parlare di storia universale coerente e direzionale e in quanto tale presuppone una fine della storia (8), l’idealismo tedesco (fine ‘700, primi dell’800) svolge un ruolo fondamentale nella promozione dell’idea della storia universale. Alla proposta ideologica di Kant (il quale si chiede se sia possibile scrivere una storia universale dell’uomo) fa seguito la realizzazione teorica di Hegel (9) ( è colui che scrive la storia universale più seria, Marx partendo dallo stesso assunto giunge a conclusioni opposte, utilizzando come chiave di lettura il materialismo storico). Questa impostazione ideologica fu proseguita nel XX° sec. dai neo-hegeliani e da un gruppo di sociologi, in maggioranza americani, che dopo la II° guerra mondiale teorizzarono e presentarono la “Teoria della modernizzazione”. Il XX° sec. è importante perché all’opposto di quanto appena detto, segna anche la grande critica e la messa in discussione dell’idea di Storia unitaria e progressista dell’umanità, è il secolo del pessimismo storico che ha screditato le storie universali, sono riproposte con forza le teorie della ciclicità della storia (Spengler e Toynbee). Solo la fine del totalitarismo comunista e delle problematiche proprie della guerra fredda, avvenuto nel biennio 1989-91, ha liberato la mente degli studiosi facendo riemergere l’interrogativo se si possa ancora parlare di una storia universale dell’umanità coerente e direzionale, in luogo alla teoria dei cicli storici.
La risposta di Fukuyama a questa dialettica filosofica, come è evidente da quanto detto sopra, propende per la unidirezionalità della storia, l’autore pur di confermare la sua teoria chiama in suo aiuto persino la scienza moderna, nata con la scoperta e l’affermazione del “metodo scientifico” (che si è avuta tra il XVI° e XVII° sec.). La forza della scienza è tale da negare la possibilità di una storia ciclica (anche di fronte a catastrofi nucleari e ambientali), la progressività e irreversibilità della scienza moderna e di per sé garanzia di una storia direzionale, comportando uniformi cambiamenti anche in nazioni e culture tra loro piuttosto differenti.
L’autore quindi si scaglia contro il realismo, la corrente di pensiero che ha dominato la Teoria delle relazioni internazionali dal secondo dopoguerra ad oggi, vera stella polare per chiunque decida di navigare nelle impervie acque della politica estera, definendolo come la dottrina più consona di un secolo pessimista come il XX° sec., la più irreale nonostante rivendichi a parole una totale sottomissione alla realtà internazionale, colei che ha avuto la responsabilità di aver sostituito la visione di un “internazionalismo liberale” che avrebbe dovuto garantire la sicurezza degli Stati Uniti (in quest’ultimo punto Fukuyama mostra la sua provenienza culturale idealista). Francis Fukuyama ha voluto porre la sua ipotesi al vaglio della dimostrazione “scientifica” confrontandola con le dinamiche proprie della politica mondiale dell’ultimo quarto del XX° sec., dall’esperimento ne è nata la sua ben nota formulazione e ha preso vita la dottrina della “fine della storia” intesa come un punto di arrivo dell’evoluzione ideologica dei principi e delle istituzioni fondamentali dell’umanità.
Eloquente è la metafora che l’autore dà dell’umanità nelle ultime pagine del suo saggio, che intendo riportare fedelmente: “…l’umanità finirà col somigliare ad un lungo convoglio di carri lungo una strada. Alcuni di essi si dirigeranno decisi verso la città, altri andranno nel deserto per il bivacco, ed altri ancora finiranno incollati sull’ultimo passo di montagna. Alcuni poi, attaccati dagli indiani, verranno dati alle fiamme e saranno abbandonati lungo la strada. Ci saranno dei conducenti che, storditi dalla battaglia, perderanno l’orientamento e andranno nella direzione sbagliata, mentre gli occupanti di uno o due carri, stanchi del viaggio, decideranno di accamparsi in punti particolari lungo la strada. Altri infine lasceranno la strada principale per seguirne altre, ma finiranno per scoprire che per superare la catena montuosa dovranno servirsi dello stesso passo. La grande maggioranza dei carri continuerà comunque il suo lento cammino verso la città e finiranno quasi tutti per arrivarci. I carri sono tutti eguali: anche se dipinti con colori diversi e costruiti con vari materiali, hanno tutti quattro ruote, sono tirati tutti da cavalli, ed ognuno trasporta una famiglia che spera e prega che il viaggio vada bene. Le diverse situazioni in cui vengono a trovarsi i carri non rispecchiano differenze permanenti e necessarie tra le persone che li occupano, ma sono dovute unicamente alle loro diverse posizioni lungo la strada” (10).
Un’ultima domanda si pone al termine del nostro percorso, la nostra epoca può sostenere di essere giunta alla fine della storia? Fukuyama parla di due mondi e di due realtà uno storico e l’altro post-storico da cui discendono due gruppi di Stati o società uno storico e l’altro post-storico, questi vivono uno accanto all’altro ma agiscono su due livelli differenti:
- mondo storico: permangono le conflittualità a livello internazionale, gli Stati ingaggiano tra loro continue dispute per il riconoscimento.
- mondo post-storico: le democrazie liberali occidentali hanno superato la fase storica della lotta per il riconoscimento, essa non è scomparsa del tutto dalla vita umana ma sono cambiate le sue manifestazioni ed il suo livello (il riconoscimento non si ha più con la conquista di altre terre o la sottomissione di altri popoli, gli individui lo ricercano singolarmente, scalando una montagna, vincendo una coppa del mondo di calcio che tra i paesi europei ha sostituito la competizione militare, figlia del nazionalismo). L’eguaglianza è diventata il principio più importante, tutti gli uomini sono creati uguali, il desiderio di essere riconosciuto come superiore non è proibito ma certo non incoraggiato.
Il relativismo culturale, inventato in Europa, frutto teorico del declino della civiltà europea del XX° sec., dell’ascesa del terzo mondo con la fine del colonialismo e la decolonizzazione e del sorgere di nuove ideologie è il vero freno per l’affermazione di una storia universale coerente e direzionale. L’omogenizzazione dell’umanità data con l’affermazione dei principi democratico liberali e con lo sviluppo economico (libero mercato, capitalismo, cultura dei consumi) è per l’autore messa in discussione da una parte del mondo post-storico (Europa) che non è ancora convinta dei suoi mezzi e della sua “superiorità”. Oggi l’Europa, a differenza degli Stati Uniti, non sembra in grado di aiutare la parte del mondo storico a superare la sua fase, spingendola ad entrare nella realtà post-storica, questo freno sta mettendo in discussione il raggiungimento completo e universale (ovvero valido per tutto il mondo e non solo per una parte di esso) della meta finale, “la fine della storia”.
“Lo Scontro delle Civiltà e il nuovo ordine mondiale”.
Samuel P. Huntington è professore universitario presso la Harvard University, direttore del John T. Olin Institute for Strategic Studies, presidente della Harvard Academy for International and Area Studies e fondatore e condirettore di una delle maggiori riviste americane e quindi mondiali di politica internazionale, “Foreign Policy”. Autore di numerosi saggi è stato in più occasioni consulente della Casa Bianca, siamo difronte ad uno degli analisti internazionali più famosi e più lucidi dell’intero panorama mondiale. Il suo testo “Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale”, pubblicato nel 1996, è stato uno dei più dibattuti saggi di politica internazionale dal secondo dopoguerra, le tesi in esso contenute hanno avuto un’accoglienza contrastante, c’è chi lo ha esaltato per la sua originalità di vedute e di previsioni e chi è rimasto offeso e indignato per come era stato dipinto il futuro geopolitico del pianeta, un testo di cui si è molto parlato in tutto il mondo ma che non è stato altrettanto letto! Il libro trae origine da una “Bradley Lecture” tenuta all’American Enterprise Institute di Washington nell’ottobre del 1992, nell’estate del 1993 la rivista “Foreign Affairs” pubblicò un suo articolo dal titolo “Scontro di civiltà”, l’enorme successo e l’acceso dibattito suscitato da quella pubblicazione spinsero l’autore a specificare meglio le sue teorie nel saggio di cui sopra.
L’assunto di partenza dell’opera è che il biennio 1989-91 che aveva attestato il crollo del comunismo, non aveva affatto portato alla “fine della storia”, criticando apertamente la tesi di Fukuyama, per cui era necessario capire quali potevano essere gli scenari geopolitici mondiali nei prossimi decenni. L’autore divide la storia della politica mondiale dal 1500 (data in cui fa risalire l’inizio dell’età moderna) ad oggi, in tre distinte fasi:
- 1500-1920: in questo periodo gli stati nazionali dell’Occidente (Inghilterra, Francia, Austria, Germania, Stati Uniti ecc.) diedero vita ad un sistema internazionale multipolare all’interno della civiltà occidentale, vi fu una continua lotta tra gli stessi e una contemporanea espansione, conquista e colonizzazione delle altre civiltà mondiali.
- 1945-1991: in questa seconda fase, meglio conosciuta come “guerra fredda”, la politica mondiale è diventata bipolare e il mondo si è diviso in tre parti. Un gruppo di Stati democratici, guidati dagli Stati Uniti, si è confrontato con un gruppo di Stati comunisti, guidati dall’Urss, la lotta è stata di natura ideologica, economica e militare, il campo di battaglia di questi due blocchi è stato il terzo mondo formato da paesi che si definivano “non allineati”.
- 1991-…: con la fine della guerra fredda il sistema politico internazionale è andato incontro ad una sostanziale ridefinizione. Il confronto non è parso più incentrarsi su aspetti ideologici, economici e politici, ma culturali. L’uomo ha iniziato ad identificarsi con la propria progenie, religione, lingua storia, valori, costumi e istituzioni. Il genere umano ha deciso di connotarsi e connotare la sua identità con gruppi culturali quali: la tribù, il gruppo etnico, la comunità religiosa, la nazione e in un crescendo di importanza culturale e identitaria con la civiltà. Lo stato nazione è e rimarrà l’attore principale della scena internazionale, il suo scopo continuerà ad essere il potere e la ricchezza, ma al contempo sorgeranno preferenze, comunanze e soprattutto differenze culturali, questo sta producendo e produrrà, in forme sempre più evidenti, secondo Huntington, un riallineamento di Stati su scala mondiale che si andranno a raggruppare in sette o otto grandi civiltà della terra. In questa nuova realtà le guerre potenzialmente più disastrose non saranno quelle che coinvolgeranno classi sociali all’interno di una società, né Stati ricchi contro Stati poveri bensì quelle che troveranno a fronteggiarsi civiltà tra loro differenti.
L’autore spiega la propria teoria iniziando a smontare i modelli di politica internazionale proposti subito dopo la fine della “guerra fredda”:
- Due mondi: noi e loro. L’idea di dividere il mondo in categorie è sempre stata una componente del pensiero umano (noi-loro; l’uguale-il diverso; la propria civiltà-l’altrui barbarie), le divisioni più comuni sono di natura economica: tra paesi ricchi, sviluppati e moderni e paesi poveri, arretrati e sottosviluppati o in via di sviluppo. Piuttosto frequenti sono anche le divisioni culturali: Occidente e Oriente. Ad oggi, la possibilità di una guerra di classe internazionale tra un Nord ricco e un Sud povero è del tutto irreale, uno scontro culturale tra l’Occidente e l’Oriente è altrettanto fuorviante, se infatti si può parlare di unità culturale dell’Occidente non altrettanto si può fare dell’Oriente, che cosa accomuna la cultura giapponese, cinese, indù, musulmana e africana se non la visione, propria dell’Occidente, di dividere tutto in Est (l’Oriente, loro) e Ovest (Occidente, noi). Il mondo è più complesso di questa suddivisione artificiale occidentale, sarebbe meglio parlare di “Occidente e gli altri”.
- 184 stati, più o meno. Questo era il numero degli Stati presenti nel mondo nel 1996, con tale definizione Huntington si rifà alla teoria “realista” sopra esaminata. La definisce un modello piuttosto attendibile della politica mondiale valido in tutte le epoche storiche (non dobbiamo dimenticare che la sua provenienza culturale è “realista”) ma e qui evidenzia i punti che lo hanno portato al distacco dalla stessa, non si può partire sempre dal presupposto che il potere è tutto. Gli Stati hanno il potere come proprio interesse ma accanto ad esso vi sono altri molteplici interessi che perseguono e che variano in base al variare delle epoche storiche. Ad oggi, Stati con culture uguali sembrano avere medesimi interessi, mentre Stati con culture diverse hanno diversi interessi da perseguire.
- Caos totale. Anche questo modello è stato esaminato in precedenza, in questo caso l’autore sostiene che esso sia piuttosto rispondente alla realtà, forse anche troppo, per cui se è plausibile l’immagine di un mondo sconvolto dal caos, non si può dire che ciò sia totale e vi sia assoluta mancanza di ordine, il sostenere che vi sia anarchia universale non dà le necessarie chiavi di lettura per comprendere il mondo né ci aiuta a trovare il giusto antidoto per il caos stesso.
- Un solo mondo:euforia e armonia. Con questa definizione si suole riassumere la posizione che Francis Fukuyama ha ben esemplificato nella formula la “fine della storia”. Per Huntington questa teoria è facilmente contraddetta dai fatti storici che si sono succeduti dopo la fine della “guerra fredda”. Negli anni ’90 il susseguirsi di conflitti razziali, di pulizie etniche, l’incremento dei fondamentalismi religiosi, la rinascita di movimenti neocomunisti e neofascisti, le nuove dispute internazionali tra Stati egemoni e Stati in ascesa, il proliferare di conflitti locali ecc. hanno ben presto spento l’euforia e l’illusione di armonia che aveva attraversato il mondo nel biennio 1989-91.
Per Samuel P. Huntington nessuno dei quattro modelli sopra elencati riesce, da solo, a darci una spiegazione attendibile di quelli che sono stati i primi anni post-guerra fredda, né a fare una previsione sul futuro geopolitico del pianeta. Qualcuno si avvicina più degli altri alla realtà, ma rimangono dei limiti e delle carenze che ne pregiudicano l’utilizzo, per l’autore vi è un solo modello che sembra il più attendibile, sia a spiegare la nuova realtà internazionale che si va delineando a cavallo tra il XX° sec. e XXI° sec. che a fare una previsione di breve-medio termine degli scenari futuri della politica mondiale:
- Modello “delle civiltà”. Una civiltà identifica un’identità culturale, in altri termini è una cultura su scala più larga. Il sangue, la lingua, la religione, gli usi e costumi e le tradizioni rappresentano gli elementi caratterizzanti di una civiltà, di questi il più rilevante è senza dubbio la religione.
Quasi tutte le più importanti civiltà della storia si identificano con le maggiori religioni del mondo. La razza, che suddivide i popoli in base a caratteristiche fisiche (statura fisica, colore della pelle, conformazione cranica ecc.) non è di per sé un elemento caratterizzante della civiltà (popoli che hanno la stessa razza, fanno parte di civiltà diverse e viceversa) che al contrario, si rifà a caratteristiche culturali (valori, credenze, istituzioni e strutture sociali).
La civiltà rappresenta la più grande entità culturale esistente, per questo può essere definita una totalità non inglobata da altre entità. Vi sono i villaggi, le regioni, i gruppi etnici, le nazionalità, i gruppi religiosi ma l’ultimo gradino della piramide è dato dalle civiltà. “La civiltà è il più vasto raggruppamento culturale di uomini e il più ampio livello di identità culturale che l’uomo possa raggiungere dopo quello che distingue gli esseri umani dalle altre specie….La civiltà di appartenenza è il livello di identificazione più ampio al quale aderisce strettamente” (11). Esse non hanno confini chiari e visibili, eppure nonostante non siano definiti i loro confini appaino agli occhi di tutti reali.
Le civiltà possono morire ma in genere hanno una vita piuttosto lunga. “Quella della civiltà è di fatto la più lunga di tutte le storie” (12). Tutte le civiltà presentano un medesimo percorso storico più o meno lungo che va dall’evoluzione, all’affermazione, al decadimento e alla disintegrazione.
Ad oggi nel mondo le varie civiltà inglobano due o più Stati (con la sola eccezione della civiltà Giapponese). Per Samuel P. Huntington il mondo contemporaneo può essere suddiviso in nove civiltà:

Queste a loro volta sono così distribuite a livello mondiale:

La geografia politica mondiale del XX° sec., per l’autore, può essere suddivisa in tre ben definite fasi:
- il mondo nel 1920 era dominato da un’unica civiltà, quella Occidentale, che controllava tutte le altre.
- il mondo del 1960 era suddiviso in tre grandi raggruppamenti.
- il mondo degli anni ’90 comprende dalle sei alle nove grandi civiltà. Due sono le caratteristiche proprie di quest’ultimo mondo, l’espansione dell’Occidente è ormai terminata e nel contempo è iniziata la rivolta contro l’Occidente da parte delle altre civiltà. Questo aspetto è evidente analizzando la crisi che stanno attraversando le ideologie sorte tra il XIX° e il XX° sec. Il liberalismo, il socialismo, l’anarchismo, il corporativismo, il marxismo, il comunismo, la socialdemocrazia, il conservatorismo, il nazismo, il fascismo, il nazionalismo ecc., tutte queste ideologie politiche hanno un punto in comune, sono state create dalla civiltà occidentale, nessun’altra grande ideologia è stata pensata dalle altre civiltà. La loro crisi, ben evidente oggi, è la crisi della cultura (civiltà occidentale) che le ha create. All’opposto l’Occidente non ha mai dato vita ad una grande religione, nessuna delle più importanti religioni mondiali è nata in Occidente, oggi c’è una evidente ripresa del fattore religioso e di conseguenza vi è un’ascesa di quelle civiltà che ne sono le ispiratrici. Vi è una peculiarità di ogni civiltà, tutte le civiltà si considerano il centro del mondo e vedono nelle proprie storie, le vere vicende dell’universo umano.
Coloro che si oppongono con forza alle tesi esposte da Huntington, ritengono che il mondo si stia preparando alla nascita di una “civiltà universale” e quindi di una cultura popolare mondiale, per molti ciò è evidente se si esamina la diffusione della “società dei consumi”, creatura dell’Occidente. L’autore respinge queste affermazioni quasi fossero delle fesserie, queste le sue parole:”solo un’ingenua arroganza può indurre gli occidentali a credere che i non occidentali verranno “occidentalizzati” semplicemente acquistando merci occidentali. Che immagine da l’Occidente di se stesso se gli occidentali identificano la loro civiltà con bibite gassate, pantaloni alla moda e cibi ipercalorici?” (13).
Gli elementi fondamentali di una civiltà sono la lingua e la religione. Perché vi sia civiltà universale vi dovrebbe essere una lingua e una religione universale. Tutti ritengono che la lingua universale sia l’inglese, ma dai dati che Huntington presenta nel suo saggio, emerge che nel 1992, appena il 7.6% della popolazione mondiale conosce l’inglese (il dato era in calo rispetto al 9.8% del 1958) quindi, stando a queste cifre come si può definire lingua universale, un idioma praticamente sconosciuto ad oltre il 92% della popolazione mondiale? Non vi è dubbio che l’inglese sia la lingua franca mondiale ma il suo scopo è di far comunicare tra loro persone che hanno differenti lingue e culture e non di eliminare le stesse, occidentalizzandole. Vi è una verità storica dietro la diffusione di una lingua, essa segue sempre la diffusione del potere del popolo che la parla, se si seguono le previsioni degli analisti, in un futuro non molto remoto la Cina diverrà la civiltà dominante e probabilmente sarà il mandarino e non più l’inglese la nuova lingua franca.
La nascita di una religione universale appare, se possibile, ancora più remota di quella di una lingua universale. Probabilmente l’aspetto più interessante è stabilire quale sarà la religione che avrà maggiore diffusione nel modo nel prossimo futuro, la lotta è ristretta a due confessioni, la religione cristiana e la religione islamica, chi la spunterà tra Gesù Cristo e Maometto, le stime degli analisti dicono Maometto. Se il Cristianesimo fonda la propria diffusione sulla conversione, l’islamismo lo fa con la conversione e la riproduzione (il mondo musulmano a cavallo dei due secoli vivrà un notevole boom demografico), si prevede che nel 2025 l’Islam sarà la prima religione mondiale con il 30% dei fedeli, mentre il Cristianesimo si attesterà sul 25% dei fedeli.
Qualcuno in Occidente pensa che la modernizzazione intesa come: industrializzazione, urbanizzazione, istruzione, ricchezza, mobilità sociale, possa essere la spinta determinante a produrre la civiltà universale, nel contempo gli stessi fautori di questa posizione ritengono che se si vuole creare una civiltà moderna l’unica possibilità sia quella di rifarsi alla civiltà occidentale, solo la civiltà occidentale è una civiltà moderna, la modernizzazione è sinonimo di occidentalizzazione. Questo fu il dilemma che interessò le élite politiche e intellettuali degli Stati non occidentali tra il XIX° e XX° sec., le risposte che diedero possono essere riassunte in tre diverse posizioni:
- Rifiuto totale: è la posizione di chi ritiene che la modernizzazione al pari dell’occidentalizzazione siano aspetti negativi e quindi non desiderabili. Attori di questo pensiero sono stati il Giappone fino al 1854, e la Cina dal 1650 circa, al 1842. Oggi è la posizione sostenuta dai fondamentalisti islamici.
- Kemalismo: è la posizione di chi vuole realizzare sia la modernizzazione che l’occidentalizzazione del proprio Stato, anzi ritiene che l’occidentalizzazione rappresenti l’unica via da percorrere se si vuole ottenere la modernizzazione della propria realtà. Questa corrente di pensiero è stata propria della Turchia di Mustafa Kemal Ataturk a partire dai primi anni ’20 del XX° sec.
- Riformismo: è la posizione di chi auspica e desidera la modernizzazione ma si oppone e rifiuta l’occidentalizzazione volendo mantenere i valori, i costumi e le istituzioni autoctone, ritenendo che la prima sia possibile anche senza svendersi alla seconda. Questa terza via è stata sostenuta dalla stragrande maggioranza delle classi dirigenti non occidentali, in particolare dalle élite dei paesi musulmani tra il 1870-1920, dalla Cina delle ultime fasi della dinastia Ching, dal Giappone della restaurazione Meiji a partire dal 1868, e dall’Egitto di Muhammed Alì negli anni ’30 dell’800.
Huntington sostiene che la modernizzazione ha indubbiamente un ruolo determinante nel creare le condizioni per accrescere il potere economico, militare e politico, è altrettanto dimostrato che le società non occidentali che si vogliono modernizzare, almeno in una prima fase accolgono elementi propri della cultura occidentale, all’inizio quindi modernizzazione e occidentalizzazione vanno a braccetto, anzi l’occidentalizzazione stimola la modernizzazione. Alla lunga però, il rapporto è destinato a rompersi, la modernizzazione crea ricchezza, potere, autostima a livello statale ma anche crisi di identità e alienazione a livello individuale, entrambi gli aspetti se pur apparentemente contraddittori portano al medesimo sbocco, la riscoperta della propria cultura autoctona e una decisa spinta alla de-occidentalizzazione. Samuel P. Huntington riassume il suo pensiero in questi termini.”Modernizzazione, in definitiva, non significa necessariamente occidentalizzazione. Le società non occidentali, possono modernizzarsi, e l’hanno fatto, senza abbandonare la propria cultura e senza adottare in blocco, valori, istituzioni e costumi occidentali” (14).
Altro punto cardine del suo ragionamento, riguarda l’evoluzione del suo modello delle civiltà, che sta vivendo e probabilmente vivrà ancora con maggiore forza nel XXI° sec., un mutamento degli equilibri tra le civiltà. In altri termini vi è un’ascesa dirompente delle civiltà asiatiche da un punto di vista economico, militare e politico, a queste si aggiunge l’esplosione demografica della civiltà islamica, ma più in generale si sta assistendo ad una notevole riaffermazione delle proprie culture presente in tutte le altre civiltà non occidentali. Questo sta portando ad una decisa diminuzione del potere e dell’influenza dell’Occidente su scala mondiale, tale dinamica, visibile fin dalla fine del XX° sec., sarà ancor più evidente nel XXI° sec. Alcuni indicatori dimostrano empiricamente quanto appena detto:
- Territorio: in base a stime piuttosto attendibili risulta che la civiltà occidentale nel 1920 controllava il 48.5% del territorio mondiale (fatta eccezione per l’Antartide), nel 1993 la sua influenza si estendeva su appena il 24.2% del mondo (escludendo sempre l’Antartide). In 70 anni il suo controllo sul mondo si è di fatto dimezzato.
- Popolazione: nel 1920 la percentuale della popolazione mondiale sotto il controllo politico della civiltà occidentale era pari al 48.1% del totale, nel 1995 il dato era sceso al 13.1%. Come se non bastassero questi dati, secondo le ultime stime, nel 2025 la civiltà occidentale controllerà politicamente appena il 10.11% della popolazione mondiale che per allora avrà superato gli otto miliardi di persone. Viceversa lo sviluppo demografico della civiltà islamica creerà dei problemi sia alle società musulmane (potrebbe fungere da serbatoio al fondamentalismo islamico che Huntington chiama “Rinascita islamica”), sia ai paesi e alle civiltà confinanti (attraverso una massiccia ondata migratoria).
- Economia.: nel 1950 l’Occidente controllava il 64.1% dell’attività economica mondiale, nel 1992 la percentuale era scesa al 48.9%, le stime per il futuro sono tutt’altro che incoraggianti, nel 2025 l’Occidente controllerà il 30% dell’attività economica mondiale. Al contrario, la crescita esponenziale del PIL cinese, se continuerà ad attestarsi sulla doppia cifra avrà come conseguenze lo sconvolgimento degli equilibri di potere tra le civiltà mondiali.
- Capacità militare: Ancora per qualche decennio del XXI° sec. la civiltà occidentale sarà la più potente da un punto di vista militare, tuttavia se in Occidente vi è la tendenza a contrarre le spese militari, le altre civiltà, in particolare quella cinese, hanno avviato sostanziali investimenti nel campo militare. Lo sviluppo economico che stanno attraversando le civiltà asiatiche aumenta le loro capacità di produrre e acquisire armi. Quando si parla di arsenali militari non si fa riferimento solo ad armi convenzionali, ma anche, ed anzi direi soprattutto, ad armi di distruzione di massa: armi nucleari, chimiche e batteriologiche.
Per Huntington è evidente il processo di compattamento che sta interessando tutti i paesi culturalmente affini, la solidarietà, la cooperazione e il perseguimento dei medesimi scopi rappresenta il minimo comune denominatore di questo nuovo ordine mondiale fondato sulle civiltà. La storia ci ha mostrato e in parte continua ancora a farlo, il tentativo di alcuni paesi di passare da una civiltà ad un’altra, in quasi tutti i casi la civiltà verso la quale si cerca di approdare è quella Occidentale. È il fenomeno dei cosiddetti “paesi in bilico”, vi sono paesi in bilico da diversi anni come il Messico, da diversi decenni come la Turchia e da diversi secoli come la Russia, la costante di questi tentativi sta nel loro sostanziale fallimento. L’Australia è l’eccezione, non tanto per il risultato finale, quanto perché è un paese appartenente alla civiltà occidentale che ha tentato nei primi anni ’90 del ‘900, di riscrivere la propria storia e identità avvicinandosi alle società asiatiche, entrando a far parte dell’Asia. Il tentativo è fallito perché si è trattato di una mossa che sottostava ad interessi economici più che a visioni culturali comuni a cui riunirsi. Non solo i cambi di civiltà non funzionano ma è evidente l’opposto, le civiltà si rafforzano e i paesi tendono a raccogliersi intorno agli Stati guida di ogni singola civiltà. Pochi esempi rendono l’idea, per quanto concerne la civiltà Occidentale gli Stati guida sono gli Stati Uniti e l’Europa (intesa come Unione Europea), la Russia è lo Stato guida della civiltà Ortodossa, lo Stato guida della civiltà Sinica è la Cina, mentre non è ancora emerso lo Stato guida della civiltà islamica ( Iran, Pakistan, Arabia Saudita e la stessa Turchia se supererà la sua natura di “paese in bilico”, si contendono il controllo dell’ummah), il Sud Africa si sta avviando a diventare lo Stato guida della civiltà africana. Di contro l’India in Asia meridionale e il Giappone in Asia orientale hanno in comune di essere due paesi isolati all’interno delle rispettive aree geopolitiche.
Il cuore della teoria di Samuel P. Huntington sta nell’affermazione che è in atto nel mondo uno scontro delle civiltà, tale conflittualità assume due forme:
- Conflitti di faglia: sono i conflitti che esplodono a livello locale, o micro livello, che interessano Stati limitrofi appartenenti a diverse civiltà, o gruppi di diverse civiltà che vivono all’interno di una stessa nazione. Di norma, pur nella loro tremenda drammaticità e ferocia essi rimangono piuttosto circoscritti non provocando sensibili mutamenti negli equilibri geopolitici mondiali delle civiltà, possono esserci delle eccezioni a quanto appena detto, nel caso in cui essi dovessero andare fuori controllo sono in grado di diffondersi rapidamente, coinvolgendo gli Stati guida delle varie civiltà interessate in un conflitto di ben altre proporzioni. Le guerre di faglia hanno come caratteristiche la lunga durata, raramente si chiudono con un compromesso, come un fiume carsico scompaiono per poi ricomparire a distanza di anni, il più delle volte la loro fine coincide con il genocidio o la pulizia etnica di un gruppo. La religione è l’elemento culturale che più caratterizza una civiltà, le guerre di faglia più numerose interessano popoli che professano una diversa religione. Secondo le statistiche ufficiali tali conflitti insorgono maggiormente tra musulmani e non musulmani. Vi sono due ragioni principali che vedono i musulmani maggiormente coinvolti in queste guerre, da una parte il notevole sviluppo demografico ( basti pensare ai forti flussi migratori che si riversano nei paesi limitrofi), dall’altra l’alta percentuale sulla popolazione totale dei giovani, ovvero di coloro che rientrano nella fascia d’età compresa tra i 15 e i 24 anni, per Huntington quando la popolazione giovanile raggiunge o supera il livello critico del 20% sul totale della popolazione, crea instabilità, con ripercussioni sia interne che internazionali per lo Stato interessato.
- Conflitti tra Stati guida: si tratta di conflitti a livello globale, o macrolivello, che coinvolgono gli Stati guida di ogni civiltà, sono potenzialmente molto distruttivi e portatori di notevoli sconvolgimenti negli equilibri mondiali delle civiltà.
L’autore sostiene che non sia poi così difficile prevedere in quali zone del pianeta si possono creare i presupposti per lo scoppio di conflitti potenzialmente pericolosi, ovvero di conflitti che vedono contrapporsi Stati o gruppi appartenenti a diverse civiltà (per l’autore tutti gli altri tipi di conflitti pur nella loro drammaticità non produrranno mai una escalation a livello globale) che possono dar vita a conflitti di faglia e a conflitti tra Stati guida. Per spiegare meglio questa sua posizione è utile portare ad esempio il lavoro di un geologo che nell’analisi di futuri terremoti prende in esame, in particolare, le zone dove essi sono più frequenti, ovvero quelle zone di faglia dove avviene l’incontro delle varie placche ( o zolle) terrestri, perché in quel punto sa che vi sarà la maggiore probabilità che si ripeta un nuovo terremoto. La stessa cosa può essere fatta in geopolitica, basta prendere una cartina geografica, stabilire quali sono le “linee di faglia”, ovvero tracciare delle linee che corrono lungo i confini che separano le varie civiltà ed avere una buona conoscenza della storia e della politica sia interna che internazionale degli attori che andiamo ad esaminare. Noteremo che lungo tali linee sono scoppiate il maggiore numero di guerre e lì, quindi, dovrà cadere la nostra attenzione nel prevedere e possibilmente prevenire possibili nuovi conflitti. Huntington porta come prova di quanto sta sostenendo i conflitti maggiori che al momento in cui scrive insanguinano il pianeta: ex-Jugoslavia, Asia centrale, Kashmir, Sudan, Sri Lanka ecc., il loro comune denominatore è quello di coinvolgere Stati e gruppi che si trovano posizionati geograficamente lungo “le linee di faglia” delle varie civiltà.
Secondo l’autore è evidente che l’Occidente con le sue pretese di universalismo in termini di diffusione della democrazia e dei diritti umani sta entrando sempre più in conflitto con due civiltà in forte ascesa, la civiltà Cinese (ascesa economica e militare) e la civiltà Islamica (ascesa demografica e militare, a cui si deve aggiungere la mancanza di uno Stato guida che funga da controllore e gestore di questa civiltà che ad oggi sembra soggetta a più spinte).
Il modello “delle civiltà” non presuppone alcun ideale equilibrio pacifico a livello geopolitico mondiale, esso è soltanto la fotografia di come il nuovo ordine internazionale si è andato ridefinendo dopo il crollo del comunismo 1989-91. Non solo, secondo l’autore, lungi dall’essere entrati in un’epoca pacifica è in corso uno scontro delle civiltà i cui sviluppi tendono ad essere piuttosto indecifrabili. Come detto in precedenza, l’influenza (politica, militare, economica e culturale) esercitata dall’Occidente su tutte le altre civiltà a partire dal 1500, sembra essere entrata in una crisi irreversibile, il vuoto di potere che questo sta creando pare voler essere riempito da altre civiltà in ascesa, in particolare la civiltà Cinese e Islamica. La sfida dell’Occidente, dalla quale può discendere la sua stessa vita futura, è quella di non dividersi al suo interno tra Europa e America ma al contrario compattarsi intorno ad una identità culturale comune, in difesa della propria civiltà. Nello stesso tempo gli occidentali devono pensare alla propria civiltà non come universale, ma al contrario devono riconoscere pari dignità alle altre civiltà esistenti sul pianeta. In conclusione Huntington sostiene che solo riconoscendo un modello “delle civiltà” quale fondamento del nuovo ordine geopolitico internazionale è possibile mettersi al riparo dall’esplosione di una guerra mondiale devastante.
La ricerca del futuro
A che cosa serve un modello? Qual è lo scopo che spinge un’analista di politica internazionale a scrivere un saggio? Perché ad un certo punto decide di mettere a frutto la sua esperienza, le sue conoscenze ed i suoi studi formulando un modello interpretativo della geopolitica mondiale? Quali motivazioni hanno spinto Francis Fukuyama e Samuel P. Huntington a scrivere le loro tesi? A conclusione del mio lavoro ritengo opportuno cercare di rispondere a questi ultimi quesiti che a questo punto chiunque, credo legittimamente, si sarà posto. Un modello a mio avviso serve due cause, entrambi importanti.
La prima causa è quella di mostrarci la realtà, nel nostro caso la realtà della politica mondiale alla fine del XX° sec., entrambi i saggi sopra esaminati, partono da questa necessità. Sia Fukuyama che Huntington sentono il bisogno di dare al pubblico una chiave di lettura per decifrare i notevoli cambiamenti che stavano sconvolgendo il mondo negli anni ’90. Lo fanno da due distanti, anzi potremmo dire antitetici punti di vista, perché differenti sono le loro idee, la loro preparazione e dunque le loro conclusioni, questo, lungi dal complicare la cosa, dà viceversa più margini di scelta e di discussione a noi osservatori che da quelle idee abbiamo tratto spunti e critiche, respingendole o accettandole in toto, in parte o per nulla.
La seconda causa che presuppone lo sforzo di scrivere un modello interpretativo della geopolitica mondiale sta nel suo tentativo di fare delle previsioni. Non certo previsioni di lungo termine, la magia non rientra nel novero delle materie impiegate dagli analisti di politica internazionale, un modello valido riesce però a darci delle utili informazioni sul breve-medio periodo. È questa ricerca del futuro che rende tali modelli così interessanti e importanti da studiare, da capire e da commentare. È su questo punto che essi e di rimando i loro autori si giocano buona parte della loro fama, considerazione e credibilità. Il test della precisione delle previsioni è l’elemento cardine per stabilire se un modello può essere definito valido, utile ed attendibile. È questo l’ultimo sforzo a cui vorrei sottoporre il lettore che ha avuto il coraggio di seguirmi fino ad ora.
Aprile 2008, è la data in cui sto scrivendo queste mie righe, proviamo a fare il nostro personalissimo test di precisione delle previsioni ai due saggi che ho esaminato, sono passati 16 anni dalla pubblicazione del saggio di Francis Fukuyama “La fine della Storia e l’ultimo uomo”, 12 anni ci separano dal saggio di Samuel P. Huntington “Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale”, siamo nelle condizioni di capire chi dei due ha fatto precisioni più precise, quale dei due modelli si è rivelato valido e utile nella previsione del futuro, quale possiamo promuovere e quale dobbiamo riporre nel cassetto dell’oblio. Non sto ad indicare gli enormi sconvolgimenti che ha subito la politica mondiale in questi 12-16 anni, probabilmente un intero saggio non basterebbe a fotografare le nuove dinamiche internazionali, viceversa è interessante vedere come reagiscono i due modelli interpretativi di geopolitica mondiale messi alla prova dei fatti, sono riusciti a prevedere, anche solo in parte, tali sconvolgimenti?
- “La fine della Storia e l’ultimo uomo”: Francis Fukuyama con la sua metafora dei carri (l’umanità) che sono in viaggio verso la città (la “fine della storia”), parla di una strada obbligata (l’universalizzazione della democrazia liberale occidentale) che presto o tardi tutti dovranno percorrere se vorranno davvero porre fine al loro viaggio. Dal biennio 1989-91 all’aprile 2008 quanti nuovi carri hanno raggiunto la città e quanti hanno intrapreso il viaggio e si sono messi sulla “giusta” strada per raggiungerla in un futuro prossimo? Il grafico che mostra l’andamento dello sviluppo e della diffusione nel mondo della democrazia liberale di stampo occidentale è ancora in salita come nei primi anni ‘90? La democrazia liberale è una conquista del mondo occidentale, sono stati necessari secoli, se non millenni di riflessioni politiche, filosofiche, di lotte e di morti, di guerre e violenze inaudite, prima che la cultura dell’Occidente ponesse in essere una conquista che nessuno in tale ambito mette più in discussione. Ci sembra di essere da sempre degli autentici democratici, in realtà la democrazia ha sconfitto il suo ultimo e più temibile nemico appena 18 anni fa. Dal 1914-1945 si è combattuta una guerra civile europea tra opposte ideologie, la democrazia fu messa in discussione e quasi vinta nell’Europa, ovvero nel territorio che l’aveva partorita. Gli Stati Uniti che sono divenuti il suo braccio armato, coloro che la difendono e la diffondono nel mondo, quasi fossero dei moderni missionari di un culto laico, fino a 50 anni fa applicavano una forma di apartheid in una larga parte del loro territorio. Voglio dire che se è vero che ormai la democrazia liberale si è diffusa nel mondo occidentale come l’unico principio valido, questa è una conquista recente, frutto di secoli, se non millenni di gestazione. Come possiamo pensare che le altre culture mondiali che hanno fatto percorsi differenti siano pronte ad accettare in pochi anni quello che noi abbiamo digerito in oltre due millenni, e soprattutto con quale pretesa superiorità siamo autorizzati a credere che altri abbraccino qualcosa che è stato creato da un’altra cultura differente dalla loro. In altri termini i ¾ del mondo sono pronti ad incamminarsi con i loro carri, perseguendo l’unica strada della democrazia liberale, tracciata da altri, con l’intenzione di raggiungere la città ideale, ponendo con ciò “fine alla storia” come è accaduto all’Occidente? La politica internazionale ci ha dimostrato empiricamente, nell’arco di tempo che va dal 1991-2008, che non è così, che nel mondo vi sono delle culture eterogenee che seguono strade differenti rispetto a quella tracciata dall’Occidente, il quale è così convinto della validità delle sue idee e della loro giustezza che è costretto ad impiantarle con la forza e con le armi in altre culture ma il risultato è desolante e soprattutto inutile. Il modello che Francis Fukuyama ha delineato nel saggio “La fine della Storia e l’ultimo uomo” non solo non ha previsto nessuno dei grandi sconvolgimenti che si sono avuti all’inizio del XXI° sec., ma parlando di universalizzazione del principio della democrazia liberale come passo fondamentale verso la “fine della storia”, intesa come progresso di idee e principi, è caduto nell’errore etnocentrico di un Occidente come faro del mondo. Tale modello è diventato una sorta di slogan propagandistico della vittoria ottenuta nella “guerra fredda” ma ha perso la stessa natura del suo essere, non solo non ha fotografato la realtà politica mondiale, ma cosa ancora più grave, troppo impegnato ad incensare il vincitore, non è riuscito a prevedere il futuro geopolitico del mondo, che lungi dall’essere arrivato alla fine della storia si è complicato piuttosto seriamente. La città di Fukuyama oggi sembra essere una roccaforte in cui l’Occidente si è asserragliato dopo essersi risvegliato dall’ubriacatura della vittoria sul comunismo, non è più quel luogo di incontro e confronto, di dinamismo culturale, si respira aria di muffa. Gli occidentali vi si sono rinchiusi dentro e guardano con sospetto i pochi stranieri presenti, cosa ancora più grave questa gloriosa città, lungi dall’essere il paradiso in terra dove tutti prima o poi avrebbero ambito entrare, è pericolosamente assediata da nemici pronti a saccheggiarla. Dalle sue torri si scruta la vecchia e isolata strada ma non si vedono più da tempo carri in avvicinamento, si scorgono solo i fuochi minacciosi degli assedianti.
- “Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale”: Samuel P. Huntington, non solo ci dà un’ottima chiave di lettura della politica mondiale contemporanea, libera da ideologie e ideologismi, oltre che da effimeri trionfalismi, la peculiarità del suo modello, a dispetto di quello di Francis Fukuyama, è quella di aver dato una possibilità di previsione per il breve-medio periodo piuttosto attendibile. Ha previsto molte delle crisi della politica mondiale che si sono avute agli inizi del XXI° sec., in questo senso ritengo quanto mai opportuno riportare una previsione futura con la quale Samuel P. Huntington chiude il suo libro. Anno 2010:“Le truppe americane sono rientrate dalla Corea, che è stata riunificata, e la presenza militare degli Stati Uniti in Giappone si è fortemente ridotta. Taiwan e Repubblica Popolare Cinese hanno raggiunto un accordo in base al quale Taiwan mantiene gran parte della propria indipendenza de facto, ma riconosce esplicitamente la sovranità di Pechino e grazie al sostegno cinese è ammessa alle Nazioni Unite…Lo sfruttamento delle risorse petrolifere nel Mar Cinese Meridionale ha proceduto a pieno ritmo, in gran parte sotto l’egida della Cina…La Cina annuncia che stabilirà il pieno controllo su tutto il Mar Cinese Meridionale, sul quale ha sempre rivendicato la propria sovranità. I vietnamiti si oppongono e scoppia un conflitto tra unità navali militari cinesi e vietnamite. I Cinesi, bramosi di vendicare l’umiliazione subita nel 1979, invadono il Vietnam. I vietnamiti chiedono aiuto agli Stati Uniti. I cinesi ammoniscono gli americane a starsene buoni. Il Giappone e le altre nazioni asiatiche tergiversano. Gli Stati Uniti proclamano di non poter accettare la conquista del Vietnam da parte della Cina, invocano l’adozione di sanzioni economiche contro i cinesi e inviano una delle poche squadre di portaerei rimaste nel Mar Cinese Meridionale. I cinesi denunciano la cosa come una violazione delle proprie acque territoriali e lanciano un’attacco aereo contro la flotta navale americana. I tentativi del segretario generale delle Nazioni Unite e del primo ministro giapponese di negoziare una tregua falliscono e il conflitto attecchisce in qualche altra parte dell’Asia orientale. Il Giappone vieta l’uso delle basi militari americane situate sul proprio territorio per interventi contro la Cina, gli Stati Uniti ignorano il divieto, il Giappone annuncia la propria neutralità e mette le basi in quarantena. I sottomarini e gli aerei operanti da Taiwan e dall Rpc provocano ingenti danni alle navi e alle basi americane in Asia orientale. Nel frattempo l’esercito cinese entra a Hanoi e occupa un’ampia parte del Vietnam. Poiché sia la Cina che gli Stati Uniti possiedono missili a testata nucleare capaci di raggiungere l’altrui territorio, nelle prime fasi del conflitto si verifica un’implicita astensione comune dal ricorso a tali armi. La paura di un simile attacco tuttavia esiste, ed è particolarmente forte negli Stati Uniti… i Cinesi consolidano le vittorie iniziali in Asia orientale…nel frattempo, tuttavia, la guerra sta avendo serie ripercussioni sui maggiori stati delle altre civiltà. Essendo la Cina impegnata in Asia orientale, l’India coglie l’opportunità per lanciare un devastante attacco contro il Pakistan nell’intento di distruggere l’arsenale militare sia nucleare sia convenzionale. L’India ottiene un iniziale successo, ma subito dopo scatta l’alleanza miliatre tra Pakistan, Iran e Cina, e l’Iran giunge in aiuto del Pakistan con forze militari moderne e sofisticate…sia il Pakistan sia l’India cercano il sostegno degli stati arabi…ma gli iniziali successi della Cina contro gli Stati Uniti hanno suscitato nelle società musulmane la nascita di grandi movimenti antioccidentali. Uno dopo l’altro, i pochi governi filoccidentali rimasti nei paesi arabi e in Turchia vengono rovesciati da movimenti islamisti…attacco arabo contro Israele che la (troppo ridotta) Sesta Flotta americana non è in grado di contrastare. Man mano che la Cina ottiene nuovi successi militari, il Giappone comincia nervosamente a orientarsi a suo favore…cedendo alle richieste cinesi e prendendo parte al conflitto. Le forze giapponesi occupano le restanti basi americane in Giappone e gli Stati Uniti evacuano in fretta e furia le proprie truppe. L’america attua un blocco militare del Giappone, con le flotte americana e giapponese impegnate in sporadiche schermaglie nel Pacifico…la prospettiva di una vittoria cinese e del suo totale dominio dell’Asia orientale terrorizza Mosca. La Russia si muove in direzione anticinese e comincia a rinforzare le proprie truppe in Siberia, ma i numerosi coloni cinesi residenti in Siberia interferiscono con tali movimenti. A questo punto la Cina interviene militarmente per proteggere i propri compatrioti e occupa Vladivostok, la valle del fiume Amur e altre importanti aree della Siberia centrale…scoppiano insurrezioni in Mongolia, precedentemente posta sotto “protettorato” cinese. L’accesso e il controllo del petrolio è un fattore di importanza fondamentale per tutti i paesi belligeranti. Nonostante i grossi investimenti sull’energia nucleare, il Giappone dipende ancora fortemente dalle importazioni di petrolio e ciò rafforza la propria inclinazione a schierarsi con la Cina per assicurarsi così un costante flusso di petrolio dal Golfo Persico, dall’Indonesia e dal Mar Cinese Meridionale. Nel corso della guerra, gli stati arabi finiscono sotto il controllo dei militanti islamici. L’Occidente vede ridursi il flusso di petrolio proveniente dal Golfo Persico e diventa perciò sempre più dipendente dalle risorse petrolifere russe, caucasiche e centroasiatiche. Intensifica dunque gli sforzi per attirare la Russia dalla propria parte e appoggia in tal senso il tentativo di Mosca di estendere il proprio controllo sui paesi musulmani ricchi di petrolio situati lungo i propri confini meridionali. Nel frattempo, gli Stati Uniti cercano febbrilmente di mobilitare il pieno sostegno degli alleati europei, i quali, da parte loro, pur intensificando il proprio appoggio diplomatico ed economico, sono riluttanti a farsi coinvolgere militarmente. Cina e Iran, tuttavia, temono che i paesi occidentali finiranno con lo schierarsi a fianco degli Stati Uniti…Per evitare che ciò accada, dispiegano segretamente dei missili nucleari a raggio intermedio in Bosnia e Algeria e quindi ammoniscono le potenze europee a restare fuori dal conflitto. I servizi segreti americani intercettano e riferiscono la notizia del dispiegamento dei missili, e il Consiglio Nato ne reclama l’immediata rimozione. Prima che la Nato possa agire, tuttavia, la Serbia, desiderosa di rivendicare il proprio ruolo storico di difensore del Cristianesimo contro i Turchi, invade la Bosnia, subito imitata dalla Croazia. I due paesi si spartiscono la Bosnia, si impossessano dei missili e procedono al completamento della pulizia etnica che erano stati costretti a interrompere quindici anni prima. Albania e Turchia cercano di venire in aiuto dei bosniaci; Grecia e Bulgaria invadono la Turchia europea e il panico si diffonde a Istanbul con i Turchi che fuggono al di là del Bosforo. Nel frattempo un missile a testata nucleare lanciato dall’Algeria esplode alla periferia di Marsiglia; la Nato risponde con devastanti raid aerei contro obiettivi nordafricani. Stati Uniti, Europa, Russia e India si sono dunque ritrovate coinvolte in una guerra planetaria contro Cina, Giappone e gran parte del mondo islamico. Come finirebbe una guerra simile?” (15).
La verità è che non vi possono essere risposte, questa previsione, fatta dall’autore nel 1996, non rappresentava ai suoi occhi, l’unica via rimasta al genere umano, essa era la conclusione possibile se non si prendeva atto dell’esistenza di un mondo a più civiltà. A suo avviso, solo un quadro di politica internazionale che ricoscerà questo, potrà mettere a riparo il futuro geopolitico del pianeta.
Personalmente non credo che tra due anni il mondo imploderà nel modo sopra descritto, il monito di Huntington rimane però, secondo me, assolutamente valido, se non smettiamo di parlare di universalismo e non riconosciamo un mondo a più culture e quindi a più civiltà andremo incontro a quella fine, non nel 2010, probabilmente nel 2030. Huntington sostiene che il potere economico genera potere militare, questo a sua volta produce potere politico e se la storia non mente, la cultura ha sempre seguito il potere politico, ovvero la diffusione di una cultura e quindi di una civiltà è stata sempre la conseguenza della diffusione del potere politico di quella stessa civiltà.
L’ascesa economica dell’Islam, dell’India e soprattutto della Cina è evidente, il circolo vizioso sopra descritto si è avviato.
Note
1) La definizione più famosa di Geopolitica è stata data dal francese Yves Lacoste che la definisce in questi termini: “La Geopolitica è la scienza che cartografa i conflitti”. Il vero inventore di questa disciplina è l’inglese Halford J. Mackinder, autore di una relazione dal titolo “ Il perno geografico della storia” che tenne durante una conferenza presso la Royal Geographical Society, il 25 gennaio 1904, questo documento è considerato il testo fondativo della geopolitica contemporanea. Colui che per primo usò il termine geopolitica, poi ripreso da H.J. Mackinder, fu il geografo svedese Kiellen.
2) La prima cattedra di Teoria delle relazioni internazionali venne istituita nel 1919 in un’università del Galles. In Italia le prime cattedre vennero fondate agli inizi degli anni ’70 contemporaneamente nelle università di Torino, Padova e Firenze, molto in ritardo rispetto agli altri paesi più sviluppati.
3) La Teoria delle relazioni internazionali è una disciplina politologica, non storica.
4) Il “patto Briand-Kellogg” fu posto in essere dal ministro degli esteri francese Aristide Briand e dal segretario di Stato americano Frank Billings Kellogg. Stabiliva un patto di rinuncia generale alla guerra, per cui gli Stati firmatari si impegnavano a bandire la guerra come strumento di politica internazionale, firmato il 27 agosto 1928, vi aderirono 57 Stati.
5) Francis Fukuyama, La fine della Storia e l’ultimo uomo, ed. BUR, Milano 1996, p. 15.
6) Ivi, p. 18.
7) Le uniche due eccezioni di guerre che hanno visto fronteggiarsi due Stati democratici, in questo lasso di tempo, risultano essere: la guerra tra Stati Uniti e Gran Bretagna 1812-1814, e la cosiddetta guerra del “condor” combattuta agli inizi degli anni ’90 del secolo scorso, tra Ecuador e Perù (anche se la maggioranza degli analisti internazionali, visto il suo basso numero di morti, tende a non classificarla come guerra ma più semplicemente come scaramuccia di confine).
8) Per la dottrina Cristiana la storia ha avuto inizio con la creazione e avrà termine con il giorno del giudizio e la salvazione finale che porrà fine alla storia terrena per dare inizio al regno dei cieli.
9) Hegel dichiara che il Cristianesimo è la prima religione che stabilisce i principi della libertà e dell’eguaglianza di tutti gli uomini davanti a Dio ma li rinvia ad una vita ultraterrena, viceversa la rivoluzione francese riprende la concezione cristiana di una società libera ed eguale ma la realizza qui sulla terra. Lo Stato democratico e liberale moderno che nasce dalla rivoluzione francese, segna la fine della storia.
10) Francis Fukuyama, op. cit., pp. 351-352.
11) Samuel P. Huntington, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, ed. Garzanti, Milano 2000, p. 48.
12) Ivi, p. 49.
13) Ivi, p.72.
14) Ivi, pp. 104-105.
15) Ivi, pp. 466-470.
Bibliografia
Brzezinski Z., Il mondo fuori controllo, ed. TEA, Milano 1995.
Brzezinski Z., La grande scacchiera, ed. Longanesi, Milano 1998.
Crèpon P., Le religioni e la guerra, ed. Il Melangolo, Genova 1992.
Lacoste Y., Dictionnaire de géopolitique, ed. Flammarion, Parigi 1993.
Lacoste Y., “Che cosa è la Geopolitica?” (ed. Orig.: Dictionnaire de géopolitique, ed. Flammarion, Parigi 1993), in Limes.
Dossena P.A., Hitler & Churchill. Mackinder e la sua scuola. Alle radici della geopolitica, ed. Asefi, Milano 2002.
Fukuyama F., La fine della Storia e l’ultimo uomo, ed. BUR, Milano 1996.
Huntington S.P., Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, ed. Garzanti, Milano 2000.
Ikenberry G.J., America senza rivali?, ed. Il Mulino, Bologna 2004.
Jean C., Geopolitica del ventunesimo secolo, ed. Laterza, Bari 2004.
Kennedy P., Ascesa e declino delle grandi potenze, ed. Garzanti, Milano 1993.
Krugman P., La deriva americana, ed. Laterza, Roma-Bari 2004.
Kupchan A., La fine dell’era americana, ed. Vita e pensiero, Milano 2003.
Mackinder J.H., “Il perno geografico della storia”, in Elementi di geopolitica, ed. Sapere, Padova 1997.
Nye J.S. jr, Il paradosso del potere americano, ed. Einaudi, Torino 2002.
Spykman N.J., “La mappa politica dell’Eurasia”, in Elementi di geopolitica, ed. Sapere, Padova 1997.
Spykman N.J, “Geografia e politica estera”, in Limes. Rivista Italiana di Geopolitica, vol. II°, n.3, 1994, pp. 283-296.
Todd I., Dopo l’impero. La dissoluzione del sistema americano, Marco Tropea Editore, Milano 2003.
Valladão A.G.A., Il XXI secolo sarà americano, ed. Il Saggiatore, Milano 1994.
Wallerstein I., Il declino dell’America, ed. Feltrinelli, Milano 2004.
© Sintesi Dialettica – riproduzione riservata
Foto: Berlin, Germany – In November, 1989, East German students sit atop the Berlin Wall at the Brandenburg Gate in front of border guards. – University of Minnesota Institute of Advanced Studies


