La questione economica irrompe nella cultura civile dei cattolici con la Rerum Novarum e diventa subito questione economica e questione sociale: il profitto non in sé ma collegato al bene comune. Il terreno di coltura era fertilissimo.

La questione economica irrompe nella cultura civile dei cattolici con la Rerum Novarum e diventa subito questione economica e questione sociale: il profitto non in sé ma collegato al bene comune. Il terreno di coltura era fertilissimo. Vent’anni prima dell’enciclica di Leone XIII, Giuseppe Toniolo conseguiva la libera docenza in economia politica con una dissertazione che aveva per titolo: “L’elemento etico quale fattore intrinseco dell’economia”. L’impegno di Toniolo era quello di fare uscire i cattolici italiani dalla marginalità politica che derivava loro dalla “questione romana”. Nel 1892, per i 400 anni della scoperta dell’America, ci sono buone agevolazioni ferroviarie per chi si reca a Genova dove si svolgono grandi celebrazioni in onore di Cristoforo Colombo. Ne approfittano i socialisti per celebrare lì il loro congresso fondativo, ma ne approfitta anche Toniolo per organizzare a Genova il primo congresso dell’Unione cattolica di studi sociali che su suo impulso era sorta nel 1890.

Sono gli anni nei quali Toniolo elabora la sua concezione di un movimento politico da chiamare “Democrazia Cristiana”, concepisce le “unioni professionali di soli lavoratori”, anima la sezione di economia sociale dell’Opera dei Congressi, è l’instancabile promotore di iniziative di risveglio del mondo cattolico in tutta Italia fino al punto di venir denunciato alla polizia come “agitatore socialista cristiano” e minacciato d’arresto. Non se ne cura: sull’esempio francese istituisce le settimane sociali cattoliche (la prima sarà a Pistoia nel 1907), dà vita alla Fuci, fonda l’Unione donne cattoliche d’Italia, è in definitiva il grande campione cattolico di una visione della società alternativa a quella socialista. “Proletari di tutto il mondo, unitevi in Cristo” esclamerà parafrasando Carlo Marx.

Giuseppe Toniolo è l’Abramo del cattolicesimo democratico italiano nelle diverse forme che esso ha assunto nel tempo. Lo è per esserne il capostipite, lo è per la sua assoluta obbedienza alla gerarchia ecclesiale. E’ sull’autonomia della sfera politica che paradossalmente lui, laico, rompe con Romolo Murri, sacerdote, che questa autonomia rivendicava. Non solo per motivi anagrafici – Toniolo è del 1845, mentre Filippo Meda è del 1869, Luigi Sturzo è del 1871, Alcide De Gasperi è del 1881 – egli anticipa e non segue la Rerum Novarum, la grande scossa elettrica che scuote il corpo dei cattolici trovando un consenso entusiasta e immediato. All’inizio del Novecento un giovane studente universitario, Alcide De Gasperi, su incarico del presidente della Federazione delle società operaie cattoliche in pieno inverno va a predicare i principi dell’enciclica tra gli emigrati italiani in Austria: “ciò che eseguii – racconta lui stesso – tra difficoltà di ogni specie, battendomi con socialisti ed anarchici, mietendo applausi e fischi, sorrisi di compassione, molte busse e una bronchite di tre settimane”.

Filippo Meda, il fondatore di “Civitas”, leader del cattolicesimo lombardo, negli stessi anni, pur non riuscendo a dare vita al suo “Centro politico”, elabora il programma di un partito dei cattolici impegnato sulla frontiera delle riforme economiche e sociali. Nel 1902 Luigi Sturzo – a proposito di quello che viene definito l’ “eccesso di individualismo” siciliano che impedirebbe il diffondersi di tali pratiche associative e imprenditoriali nell’Isola- organizza nella sua Caltagirone le cooperative di braccianti agricoli che acquisiscono i latifondi della zona innovando le tecniche produttive, introducendo la rotazione delle colture e umanizzando i sistemi di lavoro. Il discorso di Caltagirone del 24 dicembre 1905 si innesta su queste esperienze concrete, oltreché sui fermenti del cattolicesimo italiano a cavallo tra i due secoli.

E’ lungo il cammino da questo primo manifesto programmatico all’Appello ai Liberi e Forti del 18 gennaio 1919. E’ lungo, ma è anche una maturazione di idee, di obiettivi, di consapevolezza, di capacità organizzativa che proietta definitivamente i cattolici sulla scena politica del Paese. Se entrando nel governo Boselli del 1917, Meda era stato il primo esponente cattolico a diventare ministro dall’Unità d’Italia, è col Partito popolare che il cattolicesimo politico italiano può esprimere con pienezza i propri ideali di giustizia e libertà. I dodici punti programmatici dell’Appello di Sturzo sono improntati a un deciso riformismo in campo economico, finanziario, fiscale, previdenziale, sindacale. E’ una grande proposta di modernizzazione e di democratizzazione del Paese, la promessa di una nuova stagione che sarà gelata sul nascere dal fascismo.

Quella stagione rifiorisce alla fine del regime. Agli occhi della storia non può essere considerata più solo un’occasionale coincidenza lo svolgersi, nel luglio del 1943, della riunione conclusiva per l’elaborazione del Codice di Camaldoli mentre Roma viene bombardata e pochi giorni dopo Benito Mussolini viene detronizzato dal Gran Consiglio. In questo drammatico susseguirsi di avvenimenti il Codice è davvero l’annuncio dei tempi nuovi, e non un annuncio estemporaneo, poiché la sua preparazione durava almeno da un decennio all’interno del Movimento dei laureati cattolici. Se quello di Malines del 1927 era stato la sistemazione del pensiero cattolico espresso in Europa tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, il Codice di Camaldoli si proietta nel futuro rappresentando, secondo la felice formula di Gabriele De Rosa, “quel complesso di indirizzi programmatici ispirati dalla dottrina sociale della Chiesa, che furono elaborati in vista della ricostruzione”.

Il Codice di Camaldoli viene diffuso pubblicamente nel 1945, ma esso si intreccia subito con i fermenti e le aspirazioni della lotta di Liberazione. Ne sono un paradigma gli articoli di De Gasperi sul “Popolo” clandestino che delineano gli impegni programmatici della nascente formazione politica dei cattolici. Il primo, a firma Demofilo, è quello del 28 novembre 1943 intitolato: “La nostra Democrazia cristiana e le sue tradizioni”, il secondo è quello del 12 dicembre 1943, intitolato “La parola dei democratici cristiani”, il terzo è quello del 23 gennaio 1944 intitolato “Il nostro movimento e la sua ideologia”. Sono questi tre scritti, e in particolare “La parola dei democratici cristiani” – non “Le idee ricostruttive della Dc”, un testo che gli è stato erroneamente attribuito e nel quale invece lo statista non si ritrovava – a rappresentare l’impronta personale di De Gasperi sulla Democrazia Cristiana. Al punto che dopo la pubblicazione della “Parola”, fa precisare nel numero successivo del “Popolo” clandestino che uno dei sottotitoli del testo, “l’essenza del regime repubblicano”, era errato e doveva leggersi invece “l’essenza del regime democratico”.

Attraverso questi documenti, e i tanti altri che se ne devono citare di quegli anni, dal “Programma di Milano” del Movimento guelfo agli scritti di Teresio Olivelli, di Paolo Emilio Taviani, di Luigi Gui, di Achille Pellizzari, di Giuseppe Dossetti, i cattolici avanzano le loro proposte in materia economica e sociale, proposte che ispireranno i principi della prima parte della Costituzione, e si tradurranno nelle politiche più innovative dei primi governi della Repubblica: la riforma agraria di Amintore Fanfani, l’intervento straordinario nel Mezzogiorno, il Piano casa, la riforma fiscale di Ezio Vanoni. Tutto ciò nelle condizioni dell’epoca: di un Paese allo stremo nel quale, secondo Pasquale Saraceno, il fascismo e la guerra erano costati un prezzo pari a un quinto o un sesto della ricchezza nazionale.

La ricostruzione, e con essa il “miracolo economico” e il boom degli anni Sessanta traghettano a tappe forzate il Paese dalla condizione rurale a quella industriale; producono un benessere mai conosciuto prima, ma anche nuovi squilibri e disuguaglianze. La Democrazia cristiana, nel mutare dei processi politici che dal centrismo passano al centro sinistra, a una breve ripresa del centrismo, di nuovo al centro sinistra, fino alla solidarietà nazionale e al pentapartito, ricerca nuove vie di sviluppo del Paese. Lo fa nei suoi congressi, ma anche con altre iniziative: i convegni di San Pellegrino degli anni Sessanta, quello di Perugia del 1972, l’assemblea degli “esterni” del 1981, segretario del partito Flaminio Piccoli, rappresentano alcuni dei tentativi compiuti nel tempo per rilanciare la capacità progettuale dei cattolici sui diversi problemi dello sviluppo e dell’organizzazione dello Stato.

Il convegno di Perugia, durante il governo Andreotti-Malagodi, ebbe tra i suoi protagonisti personalità come Nino Andreatta, Siro Lombardini, Roberto Mazzotta, Romano Prodi, e con loro tutta una schiera di giovani economisti e giovani politici, all’indomani della “svolta generazionale” dentro la Democrazia cristiana prodotta dal convegno di San Ginesio del 1969 che aveva segnato il definitivo affermarsi, accanto a quelli storici, di nuovi leader nazionali come Ciriaco De Mita e Arnaldo Forlani. Se Aldo Moro al congresso di Napoli del 1962 poteva dire che la DC riconosceva allo Stato, in vista degli interessi generali, “la funzione di orientare e condizionare le scelte economiche dei privati oltreché un consistente potere diretto d’iniziativa e d’intervento”, a San Pellegrino Lombardini e Andreatta puntavano decisamente sulla imprenditorialità pubblica e sulla spesa pubblica come leve di una nuova fase di espansione del Paese.

Era rispetto a oggi un’altra Italia, come diversi erano i contesti europeo e mondiale. Quelle linee di politica economica non hanno più, oggi, le condizioni per realizzarsi. Resta la suggestione della indicazione di fondo che a Perugia dava Lombardini, simile alle visioni di Giorgio La Pira: “… La società potrà muoversi verso le strutture auspicate da Papa Giovanni nella Mater et Magistra; nelle nuove forme di socializzazione la persona umana troverà nuove potenzialità di sviluppo…”. Indicazione che era il tentativo della politica democristiana di guidare e indirizzare i processi economici nella direzione del bene comune, vale a dire la cultura del popolarismo.

E’ questa la necessità che resta e alla quale in ogni modo sono chiamati i cattolici impegnati in politica, coniugando così il rapporto tra economia e democrazia. A Camaldoli, nel 1998, al primo degli attuali convegni annuali organizzati dalla rivista “Il Regno”, Giovanni Bazoli ha tenuto una relazione dal titolo: “Ispirazione cristiana e valori in un’economia libera e solidale”. La esigente proposizione che egli formulava era la seguente: “In definitiva si tratta di stabilire se le ragioni della solidarietà possono trovare collocazione e soddisfazione all’interno del processo economico, in quanto ad esso connaturate, ovvero costituiscano valori da considerare solo in una fase successiva, al fine di imporre necessarie condizioni del sistema…”. Come Toniolo, quando nel 1873 poneva il tema dell’elemento etico quale fattore intrinseco dell’economia.

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