La Cgil nel 2006 compie cento anni. Cento anni spesi nell’interesse del lavoro e del Paese. Dall’ottobre del 1906 ad oggi, un filo di continuità segna la storia della Cgil intesa non solo come storia del movimento operaio ma, come parte integrante e rilevante della storia d’Italia. Un sindacato consapevole di essere una parte della cultura del lavoro italiana, che ha raggiunto i traguardi più ambiziosi, proprio quando ha saputo incontrarsi con le culture della Cisl e della Uil.
È corretto utilizzare una riflessione storica in chiave di modernizzazione del progetto sociale del sindacato, ma non bisogna mai dimenticare che la storia del movimento sindacale, in Italia e nel mondo, è strettamente collegata all’evoluzione economica e allo sviluppo industriale. Oggi ci cimentiamo con i problemi derivanti dalla costruzione di una nuova dimensione sociale europea nella UE a 25 Paesi e, contemporaneamente, ci poniamo la questione di come agire nel “nuovo villaggio globale” dell’economia, della dimensione commerciale, dello sviluppo senza confini e barriere della ICT. Queste dimensioni della globalizzazione interrogano il sindacato, così come interrogano la sinistra riformista. All’interno della Cgil la natura universale del dibattito riguardante il futuro del Paese richiama, e ha sempre richiamato, le idee di tutte le componenti, sempre guidate da uno spirito pragmatico, spesso progressista.
Il processo di modernizzazione, le varie fasi della rivoluzione industriale che hanno coinvolto l’Italia e l’Europa, possono solo guardare con l’attenzione storica al fatto che oltre cent’anni or sono, la prima forma di organizzazione sindacale nei paesi a più antico sviluppo industriale è costituita dai “sindacati di mestiere” o trade union, sull’esempio inglese e americano. Le prime associazioni di lavoratori, sorte in Inghilterra e Francia si pongono l’obiettivo di aumentare i salari, ridurre gli orari di lavoro e migliorare la condizione sociale a partire dalla tutela per i minori e per le donne il cui livello di sfruttamento era vicino a forme di schiavitù.
Come ricorda Epifani nell’introduzione al volume “La Cgil e il Novecento italiano”: «tutte le principali crisi della società e della politica italiana, hanno investito drammaticamente il sindacato italiano, dall’inizio del secolo, alla svolta totalitaria del fascismo, all’autocritica di Di Vittorio, all’azione democratica del sindacato contro l’offensiva stragista e terrorista degli anni ’70, portata avanti in un contesto di grave crisi, di crescente disoccupazione e da un’inflazione a due cifre». Di fronte a queste difficoltà, tra limiti e contraddizioni, va però ricordato che è proprio di quegli anni e cioè degli anni ’70, una delle stagioni sindacali più interessanti, che parla una lingua utile anche ai giorni nostri. Va detto che le tensioni già avvertite negli anni ’50 con Di Vittorio sul rapporto partito-sindacato, o meglio partiti della sinistra, comunisti e socialisti, in relazione “alla cinghia di trasmissione” e ai fenomeni del “collateralismo”, la Cgil anche grazie alle scelte compiute nei primi anni ’70, per l’unità con Cisl e Uil, relative all’incompatibilità tra cariche politiche e sindacali e all’idea forza dell’autonomia, è stata capace di attenuare il fenomeno “del partito che comanda sul sindacato”; ma va riconosciuto che sia nelle vicende relative all’istituzione del “Fondo di Solidarietà per l’accumulazione”, che prevedeva un prelievo dello 0,50\% a carico dei lavoratori per dare vita a forme di partecipazione più patrimonio cislino che non nostro, o ancora nelle vicende dell’accordo separato del 14 febbraio 1984 il ruolo del P.C.I. è stato determinante anche su dirigenti come Luciano Lama, riconosciuti come leader indiscussi. Ancora oggi, se devo trovare un punto di riferimento guardando all’attualità dei problemi, non posso che ricordare quanto Luciano Lama diceva in un’intervista (1) : “la preoccupazione dell’impopolarità non ci ha mai impedito di assumere posizioni anche nette, drastiche, quando ritenevamo che queste posizioni fossero indispensabili e che da questo potesse dipendere in qualche modo l’interesse della classe lavoratrice e più in generale del Paese”.
Qui si evidenzia il ruolo e lo spessore di un sindacato che si è battuto per la Repubblica, prima ancora che per i salari, che ha scelto la battaglia per la democrazia e contro il terrorismo, come elemento fondativo della sua azione, che è stato capace di compiere scelte impopolari, come anche lo stesso Lama dichiarò in un’intervista a La Repubblica del 1977, quando sancì il superamento della teoria “del salario come variabile indipendente”.
Colgo l’occasione per ricordare all’amico e compagno socialista Giuliano Cazzola, che nel suo articolo (“I cento anni della Cgil”) si cimentava con la storia della Cgil, come l’unità della Confederazione ieri garantita dalla mediazione data dalla “casa comune” di comunisti e socialisti è passata dallo scioglimento delle componenti, alle maggioranze e minoranze programmatiche fino al superamento delle stesse con l’ultimo Congresso del marzo 2006. Non ho dubbi nel valutare che l’unità della Cgil sarà tanto più forte quanto più efficace e vera una lotta politica fondata sulla battaglia delle idee, individuando modalità e regole per far vivere processi dialettici e punti di vista, unico antidoto al malessere a volte prevalente di chi pensa unicamente ad occupare posizioni di potere.
Vorrei, inoltre, ricordare che i socialisti non sono affatto scomparsi, anzi un ex-socialista come Guglielmo Epifani guida più che dignitosamente la nostra organizzazione. Probabilmente, andrebbe esplicitamente riconosciuto che l’idea socialista ha ripreso vigore dopo la caduta del muro di Berlino e molti di noi, me compreso, più che essere considerati ex-comunisti, preferiscono definirsi socialisti europei.
Gli anni recenti vanno messi in evidenza per lo sforzo e il contributo che i sindacati confederali italiani, Cgil, Cisl e Uil, hanno dato attraverso il protocollo del luglio del ’93, la concertazione, la politica dei redditi, all’ingresso dell’Italia in Europa e all’avvio di un processo di risanamento. Quanto avvenuto in questi ultimi anni, è alle nostre spalle come coalizione di governo, ma risulta attuale per l’eredità che lascia. Va messo in evidenza come la questione sociale del lavoro abbia contribuito all’esito positivo delle elezioni. Eppure è ancora materia di attualità il debito pubblico, la crescita zero, la difficoltà dei redditi da lavoro e da pensione, il clima di incertezza e di insicurezza che attraversa anche il mondo del lavoro e soprattutto del lavoro flessibile, dei collaboratori senza tutele, né contratto, né welfare.
L’Italia degli ultimi cinque anni ha affrontato una pesante crisi economico-produttiva, una perdita di competitività che ha coinvolto circa 5.000 imprese per 480mila lavoratori dipendenti (di cui 208mila direttamente interessati). Negli ultimi anni la situazione dei Conti pubblici italiani si è aggravata: secondo la Commissione Europea, il rapporto Deficit/PIL 2005 italiano si staglia al –4,1\% e il debito cumulato è arrivato a circa 1.508 miliardi. L’Italia di oggi è una casa che rischia di bruciare, ma più che di allarmismi, c’è bisogno di tenere la barra dritta nell’attuazione del programma, utilizzando al meglio le idee e la forza sociale di Cgil, Cisl e Uil. Bisogna stabilire insieme le misure per evitare di dover spegnere un incendio e tornare a crescere.
La Cgil, dunque, trova nel vento del cambiamento il giusto confronto di idee, animate dalla necessità di un continuo rinnovamento, ma senza perdere mai di vista l’obiettivo: il lavoro e il Paese.
Per questo, avverto che abbiamo davanti a noi un compito grande, che richiede chiarezza di idee nel riaffermare l’autonomia del progetto sociale da quello politico-partitico e di coalizione che non significa affatto neutralità ma al contrario alleanze e convergenze. Con il nuovo governo si deve immaginare una nuova concertazione, forte e capace di produrre soluzioni condivise tra governo e grandi soggetti sociali. Ciò non va confuso con procedure d’informazione, o di consultazione, da attivare con le tante associazioni, professionali e non, su temi come quelli previsti dalla Legge sulle liberalizzazioni del Ministro Bersani. Gruppi e associazioni che in queste settimane si agitano in modo corporativo e con forme di lotta estremiste e dannose per i cittadini.
Qui ritorna il Sindacato generale. Qui scende in campo un’idea nella quale il riformismo di governo va sostenuto senza se e senza ma, quando si incontra con gli interessi del mondo del lavoro e le esigenze di modernizzazione del Paese. Per questo la strada stretta sul Dpef dovrà portare, da qui alla Finanziaria, a trovare le intese anche sui capitoli definiti sensibili (Pubblico impiego, previdenza, Enti locali, ecc.) con la dovuta attenzione, sia al risanamento, sia alla crescita, ma anche molta attenzione all’equità.
Tale azione non potrà che essere unitaria, dovremo saper ricostruire un progetto unitario fatto di obiettivi e anche di regole. Alla sfida ambiziosa alla quale siamo chiamati dai problemi del Paese, la Cgil e il sindacato tutto devono sapersi misurare con la capacità di chi volendo concorrere a progettare il futuro, non rinuncia a costruire un’idea rinnovata e fattibile – qui e ora – dell’unità sindacale nel nostro Paese.
Note
1) L. Lama, La Cgil di Di Vittorio: 1944-1957, De Donato, 1977; p. 71-72.
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