Il dibattito sul Partito Democratico che da tempo anima ed inquieta i partiti dell’Unione, negli anni è parso vivere più fasi, anche se l’impressione è che si torni sempre al concetto di “centro-sinistra con o senza trattino”.

Il dibattito sul Partito Democratico che da tempo anima ed inquieta i partiti dell’Unione, negli anni è parso vivere più fasi, anche se l’impressione è che si torni sempre al concetto di “centro-sinistra con o senza trattino”; una coalizione, ricordiamo, nata dopo la forse scontata spaccatura di quel “Patto per l’Italia” che si proponeva, non si sa con quanta convinzione, di rappresentare l’alternativa liberale, popolare alla sinistra progressista; alternativa ben diversa rispetto al polo berlusconiano, specchio di una destra sui generis, almeno nella nostra vecchia Europa: non è un caso si sia parlato, con fin troppa indulgenza, di populismo democratico.

La costituzione di un nuovo partito, fusione di esperienze politiche molto diverse, certi toni ultimativi che non si capisce quanto nascano veramente da una profonda convinzione della base o piuttosto indotte dagli input di una elite di intellettuali, è inevitabile abbiano dato la stura a non poche perplessità; polemiche dettate non soltanto da un generico conservatorismo, dal non voler abbandonare delle pur esistenti rendite di posizione, ma anche dalla considerazione, giusta o sbagliata che sia, che l’attuale Ulivo sia già di per sé una sorta di “grosse coalition”, e che, con poco meditate fughe in avanti, si rischierebbe soltanto di regalare all’astensionismo buona parte degli elettori più moderati e nuova linfa alle frange estreme.

Alleanza Democratica non c’è più, uno dei suoi fondatori, di quelli con sempre in bocca la parola “nuovo”, è passato armi e bagagli alla corte di Arcore, gli interrogativi su di una pacifica convivenza tra le diverse anime del Cs sono sempre di stretta attualità; non fosse altro che la stessa Margherita,  tra cicorie e ulivi che fremevano a sbocciare, appare ancora oggi come un esperimento volto ad unire culture fino a ieri ben poco compatibili.

Di perplessità in perplessità, tralasciando di infierire su di quel fare autolesionista che ha fatto dire “date della corda alla sinistra e vedrete che troverà il modo di impiccarsi”, è opportuno non dimenticare quanto è avvenuto agli albori del berlusconismo politico, quando quella parte minoritaria della destra autenticamente liberale che aveva come referente Indro Montanelli scelse di opporsi senza cerchiobottismi, senza ambigue indulgenze alla “discesa in campo” del Cavaliere.

Il giornalista toscano, in l’assenza di un incombente pericolo sovietico, e forse anche per una forma di galateo politico (rancore verso l’ex editore, secondo i suoi detrattori), così si esprimeva: ” Non c’è bisogno quindi per rifiutare la sinistra di mobilitare i fantasmi del passato. Basta il presente. Allora la destra? Io di destre non ne vedo. Vedo soltanto un papocchio e tre duci (tra i quali non si sa chi scalerà per primo il balcone: certamente il peggiore)… Chi voterò? Per la scelta delle persone punterò sulle più innocue. Come riconoscerle? Semplicissimo: quelle che parlano a voce più bassa e promettono di meno. E poi mi pentirò”.

Così nell’ultimo editoriale del quotidiano “La Voce”: “Noi volevamo fare, da uomini di destra, il quotidiano di una destra veramente liberale che si sente oltraggiata dall’abuso che ne fanno gli attuali contraffattori”; era l’aprile del 1995.
Merita di essere citato anche un brano da un’intervista del 2000, con Marco Travaglio.

Domanda: gli esperti di marketing dicono che bisogna sempre far leva sui sentimenti elementari: la speranza e la paura.
Risposta: E’ così e riflette l’immensa vigliaccheria e l’opportunismo della borghesia italiana.

Quando il pericolo comunista c’era davvero ed era forte, fino agli anni Settanta, la nostra borghesia cercava il compromesso. Poi, a muri crollati, si sono scoperti ferocemente anticomunisti. E ci credono pure.”
“Con La Voce, omaggio al tuo Prezzolini, sei andato alla ricerca di una borghesia moderata, di una destra liberale, ma non l’hai trovata”.

“Calcolavo di portarmi dietro tre quarti dei lettori del “Giornale”. Ma quei tre quarti erano molto più a destra di me. Sono stato un simbolo dell’anticomunismo, mi chiamavano il fascista.

Ma il mio anticomunismo era liberale. Il loro era ed è fascismo mascherato”.

“Sei stato accusato di aver scritto per risentimento personale nei confronti di Berlusconi, dopo la vicenda del “Giornale”: “M’incazzo soltanto quando Berlusconi mente sui nostri rapporti. Lui vorrebbe niente meno far credere alla gente che, mentre io dirigevo Il Giornale; cospiravo per dirigerne un altro.

Pensa che invenzioni pur di non ammettere la banale verità.

Mi ha fatto fuori perché non ero tipo da dirigere un giornale di partito, tanto più ch’ero fortemente contrario alla sua discesa in campo e glielo avevo detto a chiare lettere”.

Parole pesanti, dettate da un volersi sempre sentire in trincea (“la sconfitta è il blasone dell’anima bennata: è il motto degli Hidalgos spagnoli”) e che contrastano, non soltanto la cattiva memoria e la disattenzione di chi guarda alla politica con fare superficiale, ma anche la pretesa di chi, pur di realizzare le proprie aspettative, tende a sottovalutare, o fa finta di sottovalutare, l’anomala situazione italiana.

E sicuramente, nel mazzo dei perplessi e dei disincantati, ci sono anche coloro che Prezzolini, e poi Montanelli, chiamavano “apoti”: un cittadino prima che elettore, in minoranza, caratterizzato più da un potente pessimismo che da facile qualunquismo, perennemente in bilico tra astensione e voto con naso tappato.

Una fascia di elettorato, quello rappresentato dal giornalista fucecchiese,  estraneo alla cultura progressista, che si è ritrovato, suo malgrado, a votare per un centrosinistra, in mancanza di alternative decenti, presentabili, e che, con un paradosso soltanto apparente, forse anche a causa di questa sua attuale collocazione contronatura, si rivela molto ma molto poco indulgente nei confronti dell’attuale destra italiana; sicuramente meno indulgente rispetto a quanto si mostrano alcuni noti esponenti ulivisti, i quali, dimenticandosi (anche e sopratutto in sede parlamentare) di alcuni dettagli come il conflitto d’interesse, l’uso spregiudicato dei media, le leggi ad personam per sé e per i propri cari, ci informano come dopotutto il cav. Silvio Berlusconi non sia poi così malaccio, come in fondo rappresenti una novità che ha permesso quel bipolarismo (evidentemente per loro sostanzialmente sano) foriero finalmente della nascita, a sinistra, del tanto agognato Partito Democratico.

Ecco, è proprio in questo contesto francamente contraddittorio, in cui assistiamo a quelle ricorrenti forme di schizofrenia che fanno oscillare la sinistra tra inciucio, “nuovismo” e demonizzazione, che l’elettorato minoritario, ma non del tutto marginale, di “coloro che non bevono”, non riesce proprio ad appassionarsi alle vicende infinite del centro-sinistra con o senza trattino.

Legittimo chiedersi perciò, a fronte di una situazione italiana in cui si è affermato un bipolarismo sui generis, indotto più dalla discesa in campo del cav. Berlusconi che da autentiche affinità politiche, in cui parte di elettori ed eletti probabilmente avrebbero auspicato ben altri schieramenti, un numero minore di partiti ma più omogenei, se sia veramente una priorità assoluta per il Paese il voler costruire, in tempi brevi, un P.D. come ci è stato prospettato, quale confluenza di formazioni politiche che neppure adesso riescono ad essere culturalmente coerenti al loro interno.

La considerazione di quegli elettori “moderati” (espressione infelice) che, obtorto collo, hanno scelto di votare a sinistra più per repulsione dell’attuale destra che per autentica convinzione, anche tra i più entusiasti sostenitori della nuova formazione politica, dovrebbe far riconsiderare la pretesa di  una nuova formazione che inglobi in sé tutte ma proprio tutte le anime di chi attualmente sostiene il centro sinistra.

Le precedenti citazioni montanelliane, proprie di una destra, paradossalmente meno indulgente, nei confronti del polo berlusconiano, di tanta sinistra, non sono state introdotte a caso: i sospetti di inciucio, timori di neocentrismo e trasformismo imputati a coloro che hanno anche soltanto perplessità sulla scelte strategiche e sulla lungimiranza politica del progetto di P.D. (vedi Giovanni Sartori), almeno nei termini prospettati dai più radicali ulivisti, dovrebbero lasciare spazio ad una discussione franca e senza reciproche scomuniche.

Motivi di dissenso ce ne sono e non è detto provengano per forza di cose anche da coloro che vogliono avere le mani libere per tornare a papocchi neocentristi o abbiano recondite simpatie berlusconiane.

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