Il presente scritto si propone di affrontare il tema della Costituzione in rapporto alla sicurezza e legalità, partendo dal dibattito sull’opportunità o meno di elaborare leggi speciali nei giorni del rapimento di Aldo Moro.
Ho ereditato da mio nonno la buona abitudine di esporre la bandiera italiana dal balcone della mia stanza-studio, come lui faceva con la sua ogni 25 aprile in nome dei valori della Resistenza alla quale ha partecipato, ed in memoria di quei giovani, anche non italiani, che trovarono la morte nel nostro Paese per darci la libertà e la democrazia. La mia bandiera garrisce al vento anche il 2 giugno, data in cui sessant’anni fa veniva approvata la forma repubblicana, espressione più alta dei valori della Resistenza racchiusi nella Costituzione Italiana.
La Carta Costituzionale del ’46 nasce dopo il Secondo conflitto mondiale che portò in Italia e in tutta Europa, fame, miseria e distruzione.
La situazione appena illustrata viene ritenuta dal costituente irripetibile. L’articolo 11 cita testualmente “L’ Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.
Risulta ora più semplice capire che il valore espresso in questa disposizione costituzionale è conseguire e proteggere la ritrovata pace e sicurezza in Italia, ma l’Assemblea non si limita ad enunciare questo ideale e continua apponendo così delle garanzie (cfr. II comma) che prevedono l’utilizzo delle armi solo per la tutela della pace promuovendo l’azione di organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.
È da premettere però che la Costituzione italiana è all’origine della legalità del nostro Stato e la fonte di tutti i testi normativi, tanto è vero che in essa è previsto il principio di legalità.
Il principio di legalità permea tutto il nostro ordinamento.
Viene accolta così la concezione formale di legalità, per la quale reato è soltanto ciò che è previsto come tale dalla legge, anziché la concezione sostanziale, fatta propria dagli ordinamenti di tipo assolutistico come quello nazista e bolscevico, secondo la quale è reato qualsiasi fatto socialmente pericoloso, anche se non previsto dalla legge. Il principio di legalità, di matrice illuministica e di origine non strettamente penalistica ma eminentemente politica, è quindi, connaturato con gli ordinamenti democratici, in quanto tutela l’individuo contro gli eventuali abusi dello Stato.
Il fondamento costituzionale lo si trova all’art. 101 che dice “La giustizia è amministrata in nome del popolo. I giudici sono soggetti soltanto alla legge”, si può quindi dedurre che se i giudici sono soggetti alla legge e la legge per questioni di gerarchia delle fonti è soggetta alla Costituzione, sarà quindi quest’ultima, indirettamente, a far si che la legalità s’instauri nell’ordinamento e di conseguenza nell’autorità giudiziaria che dovrà amministrarla in nome del popolo, rispettando il principio di legalità in tutte le sue forme di manifestazione!
I principi di cui sopra affiancati alle relative disposizioni costituzionali e norme sono indispensabili per la condizione di una vita legale e sicura per tutti e per ognuno.
È esistito nella storia della nostra Repubblica la violazione di queste norme, di questi valori nonché delle più semplici regole concernenti il rispetto della persona e della vita umana.
Correva l’anno 1978 e il più grande partito democratico d’allora cercava di realizzare la “solidarietà nazionale” che noi tutti ben conosciamo, con la più grande formazione comunista dell’occidente: il P.C.I. .
In quegli anni il terrorismo trovava la sua diffusione più ampia ed arrivò anche ad intaccare il “compromesso” fino ad eliminare, solo fisicamente, il presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro , artefice del patto fra DC e PCI .
Le Brigate Rosse con il vile atto del sequestro e successivo omicidio di colui che era il naturale candidato alla Presidenza della Repubblica avevano dichiarato guerra allo Stato ed era necessario reagire nelle forme migliori per l’incolumità di Moro e per il bene del Paese.
La DC scelse la linea della trattativa impossibile, ma in Parlamento si cercava, da parte di tutti, la strada più adatta da percorrere per liberare “il prigioniero”.
Nel mese di marzo del 1978 inizia la fase della legislatura premiale.
La legislatura premiale prevede, tra l’ altro, nuove figure criminose di atti terroristici e l’ introduzione di pene minori per il terrorista che si dissocia (art. 630 c. p.) da atti di terrorismo o di eversione dello stato democratico. La pena viene ridotta da due a otto anni.
Sul tema, le opinioni poltiche sono divergenti tanto da far nascere nei “dissidenti” di questa disciplina il dubbio sulla costituzionalità.
A mio parere la legislatura premiale può risultare incostituzionale ai sensi dell’art. 18 il quale dice che “I cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione, per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale. Sono proibite le associazioni segrete e quelle che perseguono, anche indirettamente, scopi politici mediante organizzazioni di carattere militare”, quindi nelle azioni delle B.R. è chiara la violazione del II comma , in quanto, il perseguimento di fini politici con utilizzo di armi è sotto gli occhi di tutti, ma sono stati applicati per alcuni brigatisti sconti di pena, i quali non solo non sono contemplati in nessun testo legislativo (a parte la legislazione premiale stessa) , ma anzi, potrebbero far raccogliere messaggi indesiderati.
Se questa può essere una lettura della legislazione premiale c’è anche da dire che questa disciplina ha portato a risultati almeno discreti perché molti tra i brigatisti si trovano in carcere.
La mia personale opinione in merito è che probabilmente la legislatura premiale può essere incostituzionale come ho prima illustrato, ma se il legislatore riuscisse a far svanire questi dubbi, forse potrebbe essere un ottimo mezzo per arrivare a parecchie verità che tutt’ora sono irrisolte. E penso, naturalmente, al cosiddetto “caso Moro”.
© Sintesi Dialettica – riproduzione riservata


