Quanta strada ha fatto il PCI poi PDS ed infine DS da quel lontano 1921, anno della sua fondazione.
Quanta strada ha fatta il PCI poi PDS ed infine DS da quel lontano 1921, anno della sua fondazione. Il PCI ha rappresentato il comunismo nella sua versione italiana, il PDS e poi i DS quella socialdemocratica. Queste poche lettere dell’alfabeto hanno però significato molto per la storia d’Italia, tanto per milioni di concittadini che si sono riconosciuti in questo partito per gli ideali, l’ideologia ed i valori contribuendo corposamente alla costruzione politico sociale del nostro paese. Il PCI è indissolubilmente legato alla lotta contro il fascismo, alla Resistenza, alla Costituzione del 1948, alle lotte operaie ed a quelle sociali.
Se oggi i DS hanno superato la fase critica del terrorismo di matrice rossa, che ha coinvolto fortemente il PCI e la condanna ormai universale del comunismo, rappresentando ancora una delle forze politiche più influenti e radicate, molto lo si deve all’intelligenza dei loro leader che a partire da Togliatti, passando per Berlinguer per finire agli attuali Fassino, D’Alema e Veltroni, hanno saputo dare nerbo ed organizzazione ad un pensiero politico. Con la caduta del muro ed il disfacimento dell’URSS il panorama politico è radicalmente cambiato ed i DS, trovando in Occhetto il giusto nocchiero, hanno intrapreso una nuova strada che li ha portati a rappresentare il ceto medio, laico, in contrapposizione ed in concorrenza con i partiti di centro di area cattolica.
Oggi i DS svoltano ancora entrando in una nuova fase, innovativa e radicalmente riformatrice, ma non privo di insidie. Il percorso politico è quello che conduce al Partito Democratico, voluto da molti leader, intellettuali ed elettori, ma avversato fortemente al suo interno dal “Correntone” che fa capo agli onorevoli Salvi e Mussi. C’è nei DS un’anima di sinistra che vuole rimanere tale, che guarda più verso RC che alla Margherita di Rutelli e Prodi. Per un partito storico ed orgoglioso delle sue radici, il PD, cioè l’unione con la Margherita è un passaggio “rivoluzionario”, non privo di incognite anche se politicamente intrigante. Il passaggio rivoluzionario però sembra dettato più da calcoli e forzature, che da una vera riflessione politico culturale; ed una rivoluzione senza ideali e senza passione rischia di produrre un bel contenitore, pulito ed ordinato, ma senza il necessario appeal per gli elettori; i quali saranno pure stufi dei continui litigi e degli egoismi partitocratici, ma non tanto da abiurare ad una identità politica che li rappresenti.
Non a caso Turci e De Giovanni, intellettuali storici del partito, hanno traslocato nella Rosa del Pugno di Boselli e Pannella, alla ricerca di quegli ideali ed identità che sembrano smarrite nei DS. Si comprende comunque il fascino per il PD che potrebbe divenire la forza politica di maggioranza relativa del paese, fulcro politico e di potere capace di condizionare tutta l’area che oggi si riconosce nel CS. Un’operazione questa, che vuole altresì spingere vigorosamente il paese verso il bipolarismo (aiutati da una riproposizione della legge maggioritaria che si è dimostrata inefficace e dannosa) fino ad arrivare ad un bipartitismo di stampo anglosassone, quale panacea di tutti i mali della politica italiana. Ci permettiamo di dissentire fortemente da questa cura per la politica italiana che oltre ad essere contro “natura” (culturalmente e politicamente parlando) ha mostrato già i suoi enormi limiti nel recente passato. Noi da liberali pur avversando gli estremismi di ogni genere, riconosciamo il diritto a chiunque di identificarsi in una forza politica, lasciando che essa potenzialmente possa concorrere alla vita parlamentare del paese, contribuendo a quella sana competizione politica ed elettorale di cui si dovrebbe nutrire la nostra democrazia. Una democrazia ed una società, la nostra, molto più diversificata di quella Inglese o Americana, nelle quali invece storicamente 2 o 3 forze politiche sono bastate a soddisfare le esigenze politiche dei loro cittadini.
Invitiamo quindi i DS a riconsiderare, una volta al governo, il loro progetto di fusione (peraltro rivolto anche alla Margherita) al fine di preservare quella loro identità politico culturale che finora, nonostante alcuni gravi errori (il perorare del comunismo è simile al “peccato originale”) si è dimostrata una ricchezza per il paese. Una ricchezza che non va dispersa, affievolita né ingabbiata in un recinto partitico dove nessuno potrebbe essere più veramente libero di esprimere il proprio pensiero, senza incorrere nelle “ire” del coabitante. Siamo invece d’accordo ad un forte legame programmatico con la Margherita- fosse anche “inquinato” da inevitabili compromessi- sapendo bene che le 2 forze sono l’asse portante del CS. Sappiamo di stare in forte minoranza ma non sempre le maggioranze hanno ragione. Forse sbagliamo l’approccio e l’analisi, ma se questo dovesse servire a far riflettere meglio i leader dei DS al fine di arrivare ad un “prodotto politico” migliore e più appetibile, ma soprattutto più utile al paese, allora anche la minoranza può essere un luogo dignitoso in cui stare.
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