Difficile parlare oggi della Costituzione Italiana dopo la grande querelle che c’è stata in occasione del Referendum.

Quello che è certo è che i cittadini italiani hanno respinto a larga maggioranza un’ipotesi di riforma tanto radicale da far cambiare i connotati della carta fondamentale su cui si deve basare la convivenza nazionale.

Mi si chiede una visione della Costituzione in linea con la radice culturale cui si ispira Communitas 2002 che, come alcuni sanno, trae sia il nome che l’ispirazione dal Movimento Comunità fondato da Adriano Olivetti negli anni ’50.

Al di là della concezione della Comunità come ambiente in cui coniugare e integrare il lavoro, le istituzioni e il territorio in una sintesi felice di socialismo idealista, possiamo fare un parallelo con alcuni aspetti della politica odierna che si orienta verso un federalismo equilibrato e solidale in contrasto con il federalismo rozzo e separatista della Lega Nord.

In una delle sue famose Stanze (Corsera giugno 2001) Indro Montanelli scriveva che “Olivetti voleva inventare un modello del tutto nuovo d’impresa in cui capitale e lavoro fossero associati, ma non su un piano soltanto contrattuale di ripartizione di profitti, ma nella creazione di un nuovo tipo di società che andasse oltre i rapporti di lavoro e di fabbrica”. Questi concetti, attualizzati, Communitas 2002 vuole riportarli all’attenzione della Politica per riproporre la visione seria e responsabile dell’impresa come fonte di lavoro e quindi si sviluppo della società. 

L’art. 5 della Costituzione dice: ”La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi e i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento.”

Su questo principio si è fondato il Manifesto politico delle Comunità .

Ripercorrendo la storia, nell’immediato dopoguerra esisteva a Torino il MARP («Movimento per l’autonomia regionale piemontese»). Non si era del tutto dissolta l’ombra del «gran lombardo», Carlo Cattaneo. In Adriano Olivetti confluivano queste diverse spinte ideali e sollecitazioni di pensiero, ma non vi era nulla di demagogico, di improvvisato. Anzi: il sottotitolo dell’opera maggiore di Olivetti L’ordine politico delle comunità , suonava esplicito e chiarissimo: «Le garanzie di libertà in uno stato socialista». Olivetti era in anticipo di almeno un trentennio sulla politica e il pensiero dominante del suo tempo.

Che fosse un anticipatore lo dimostra anche il fatto, incredibile, che fin dal 1936, in piena autarchia fascista, delineava un «piano regolatore per la Valle d’Aosta». Questi anticipi si pagano. Con l’emarginazione, l’isolamento e il silenzio. Silenzio che è calato immediatamente sulla sua opera e figura appena dopo la morte prematura ad appena 59 anni.

Dunque Olivetti non era solo un padrone illuminato, patronalsocialista, come è stato descritto dai commentatori più superficiali. E neppure si proponeva la realizzazione di un «socialismo del capitale» al modo dello sfortunato Walter Rathenau. Non era solo questo. Non soffriva dei limiti strettamente aziendalistici di un paternalista classico. Sentiva il peso del sistema politico.

Capiva che non si trattava di riformare la rappresentanza formale, che bene o male esisteva. Si doveva, a suo parere, affrontare un problema più sottile e arduo: il venir meno della rappresentatività della rappresentanza. Per questo, occorreva ritrovare le radici della sovranità popolare, malamente usurpata dai partiti politici, dalle loro segreterie, non elette, inamovibili e onnipotenti, ossia dalla «partitocrazia».

Ecco nuovamente la mente aperta e anticipatoria che sarebbe ancora oggi di grandissima attualità.

Il senso del ritorno alla «comunità», naturale o concreta, è tutto qui.

La visione olivettiana della Comunità era basata sulla partecipazione consapevole di ogni singolo individuo alla cosa comune, fosse essa la partecipazione politica, il lavoro, il vivere sociale.

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