L’intellettuale europeo ha già cambiato sembianze e non dimora più nelle torri d’avorio della stampa, dei talk show televisivi e dei banchi di Bruxelles. La nuova intellighenzia va rintracciata altrove e per scoprirla è necessario chiedersi “dov’è ?” e “a chi è legata?”

Mentre negli anni Sessanta (più precisamente nell’autunno del 1963 in occasione di una serie di conferenze tenute a Tokio) il filosofo francese Jean-Paul Sartre sosteneva che “l’intellettuale è un tecnico del sapere pratico […] l’unico vero testimone di una società lacerata e […]custode dei fini fondamentali” e di contro rispondeva il collega Pierre Bourdieu con  la domanda “quale interesse ha uno studioso a diventare intellettuale?”, oggi ci si può chiedere: “E’ il partito che dirige il filosofo o è il filosofo che segue il partito?

A cosa serve la filosofia oggi? Per caso a raggiungere denaro e potere? A infiorare la politica? A perfezionare i meccanismi di consenso, a rendere i contenuti politici meno elementari? A rinnovare correnti di pensiero storiche,  creare una tendenza, e fare “audience”?

Tutto questo poteva avvenire nel recente passato. Ma è già stato consegnato alla storia. 

Oggi il vero intellettuale si muove in una dimensione molto più vasta del singolo paese. E nelle énclaves del vecchio sapere rimane solo l'”antica” oligarchia degli intellettuali delle nazioni. Le stesse attempate illustri menti che oggi, solo raramente si affacciano al panorama politico per creare un vero dibattito trasversale. E per lo più in occasione degli irrinunciabili appuntamenti politici: come il referendum francese e olandese sulla costituzione, i piani finanziari (l’ultimo 2007-2013) o l’ingresso di nuovi Stati. Il loro ruolo tuttavia rimane troppo spesso legato ad una visione nazionalistica del sapere.

Ben altra storia era quella dei grandi filosofi di corte dell’età di Federico II, i quali viaggiavano erranti per l’Europa e per il Mediterraneo a spese del sovrano e ospiti delle grandi corti. Soggetti attivi di un laboratorio culturale fino ad allora mai visto, aperto agli apporti provenienti da tutte le culture agenti allora attorno al Mediterraneo: dalla latina tradizionale, alla cortese e provenzale, l’ebraica ed araba e la bizantina.

Quegli eleganti vagabondi della cultura si sono appena trasformati in qualcosa d’altro, ma potenzialmente altrettanto affascinante.

L’intellettuale contemporaneo era fino a poco tempo fa più un mercenario che un libero viaggiatore, in quanto anteponeva il dovere all’essere. Secondo quella logica l’intellettuale era statico in una dimensione di dovere. Per avere notorietà e visibilità, doveva sottostare ad un pensiero precostituito e, dall’interno, renderlo fruibile, accattivante, nuovo, originale e vendibile. La politica dirigeva così il filosofo.

Tutta un’altra storia  per l’antico pensatore europeo: forse meno consapevole della sua valenza culturale transnazionale, ma autentico e originale e slegato dalle logiche di dovere

Fino ad oggi i potenziali discendenti della corte di Federico II sembravano schiacciati da molte forze centripete, incapaci di mettere in equilibrio il sacro con il profano, la belle vie, (appendice frivola e immanente nell’idea di cultura) con l’austerità e la severità tipica dello studioso, l’esoterico con l’essoterico, dio e il popolo.

Norberto Bobbio, nel libro Politica e cultura definisce il vero intellettuale colui che “milita”. Non si tratta di un intellettuale forzatamente schierato, precisa Bobbio, né tanto meno di un pensatore super partes. L’intellettuale, secondo il filosofo, è un uomo di cultura  impegnato – non, però, nell’accezione partigiana di engagé alla francese, troppo spesso riferita a un impegno esclusivo a sinistra -. E’ invece un uomo  che vive con ardore e coinvolgimento le vicende politiche, sociali del proprio tempo.

Appassionati amanti di una cultura europea. Di questo ha ora bisogno la cultura europea per mobilitarsi, vivere e restare al passo coi tempi. E questo sta nascendo. Il compito della nuova Europa è crescere con una classe dirigente autorevole e giovane, la quale conosca più lingue e possa vivere in qualsiasi città dell’Unione, per tutto il tempo necessario.

Una classe intellettuale che sfrutti appieno la mobilità, senza rispondere alle “chiamate”, ai meccanismi diplomatici e alla cortesia intellettuale! Che si confronti dialetticamente al suo interno. E produca fuori da sé.

Nel famoso libro di David Lodge “Scambi”, lo scrittore inglese racconta la storia di due docenti che si scambiano per un anno la loro cattedra e in buona sostanza i reciproci stili di vita. In quel caso si trattava di America e Inghilterra. Oggi in Europa sarebbe possibile operare questo? Qualcuno già lo fa senza salire alla ribalta di alcun talk show.

Le facoltà europee dovrebbero decretare da contratto un progetto Erasmus obbligatorio per i docenti: tre mesi all’estero ogni due anni, ospiti di un ateneo europeo. E alla fine una pubblicazione redatta a quattro mani con un collega locale, in due lingue.

Gli intellettuali autentici, onesti e severi, e tanto frivoli da riuscire a instaurare rapporti umani con gli studiosi di tutta Europa e la classe politica, non bazzicano più nelle università, né in politica, né negli istituti di cultura, e né tanto meno nelle redazioni dei giornali (non che i giornalisti siano intellettuali !).

I nuovi intellettuali europei vivono nel Web: agili, spesso immateriali e ignoti alla politica dei padri, militano tra i cittadini di Internet, edificano teorie e fanno proseliti di pensiero.

Si muovono in una rete di relazioni a volte virtuali, a volte umane. Si incrociano nei blog, e sono molto più audaci dei tanti vetero filosofi assoldati dai partiti. E non è poi così difficile stanarli dalla propria nicchia. I nuovi pensatori europei usano la tecnologia per avere una rete di contatti utili, creare basi d’appoggio e mobilità personale. Reattivi, rispondono alle provocazioni in maniera naturale, cercano spazi di visibilità, sono intraprendenti e scardinano senza troppo clamore le antiche questioni sul Senso dell’Europa. Perché? Perché loro l’Europa la vivono come dato di fatto, come realtà esistente.

E così, le nuove tavole rotonde non si trovano più né a Bruxelles, né sulla stampa.

Se nel dopoguerra gli illustri De Gasperi, Adenauer, Schuman si riunivano per un programma comune contro la guerra, e il primo atto di coraggio fu la Comunità economica del carbone e dell’acciaio che portò alla prima vera idea di Europa, oggi gli intellettuali latitano dai centri del potere ufficiale e dai dibattiti sui media tradizionali.

Eppure di intellettuali come nobili cavalieri intorno a tavole rotonde (anche  virtuali) se ne vedranno certamente ancora. Ci si domanda tuttavia quali saranno i contenuti in esame. E quale formazione avranno i nuovi intellettuali europei.

Una formazione antica e moderna: i nuovi intellettuali viaggeranno ogni giorno fisicamente e virtualmente all’interno dell’Europa e fuori da essa. 

Lo scambio sarà la moneta  più utilizzata dalla nuova oligarchia intellettuale.  Lo scambio, ossia l’opportunità di scegliere, di barattare, di “vendere e comprare” il proprio stile di vita: dove e come vivere, così come il proprio modo di pensare.

Avere la possibilità di fare esperienze interculturali. A più livelli. Alcuni esempi? Borse e premi per impiegati pubblici che decidano di lavorare all’estero per un dato periodo; docenti chiamati da facoltà straniere per collaborare a ricerche internazionali; responsabili della pubblica amministrazione con curricula zeppi di soggiorni all’estero. E ancora, sedi di partito nelle più grandi città europee; incontri transnazionali di sindacati europei, convegni di associazioni itineranti per l’Europa e via via pagati dalle città ospitanti.

E proprio in questa visione il compito dell’intellettuale europeo sarà quello di trasmettere il proprio naturale senso di Europa. Parlare e agire da europeo, sdoganando la superata questione: “l’Europa rinascerà o è in decadenza?”, recentemente dibattuta da alcuni grandi intellettuali contemporanei come il politologo Umberto Eco, lo scrittore Adolf Muschg, i filosofi Jürgen Habermas e Jacques Deridda, Fernando Savater, Gianni Vattimo, e Richard Rorty. L’Europa esiste e dibattere della sua esistenza è rimasto solo un gioco da Torre d’Avorio.

Cultura ed economia debbono andare di pari passo. Tanto più oggi, quando l’intera economia mondiale, anche quella degli Stati tecnologicamente avanzati, comincia ad essere minacciata dai pericoli prodotti dal divario tra paesi ricchi e paesi poveri. Per far fronte a questa situazione di crisi, è necessario appellarsi alle nuove generazioni, alla flessibilità della gioventù come leva per una riorganizzazione della vita non secondo domini separati ma sulla base di una crescente solidarietà. Questo è il compito al quale, come suggerivo, bisognerebbe assolvere con pazienza e lavoro”.

Hans-Georg Gadamer in Appello “per l’Europa”


Bibliografia
Norberto Bobbio, Politica e cultura, Torino, Biblioteca Einaudi, 2005.
Norberto Bobbio, Il futuro della democrazia, Torino, Einaudi, 1984.
Giovanni Sartori, Democrazia cosa è?, Milano, Rizzoli, 1992.
Michel Contat e Michel Rybalka, Les Ecrits de Sartre, Parigi, Gallimard, 1970.
David Lodge, Scambi, Bologna, Tascabili Bombiani, 2001
Franca D’Agostini  Un ponte per l’occidente diviso in “Il Manifesto”, 4 giugno 2003
Noam Chomsky, Il potere dei media, Firenze, Vallecchi editore, 1994
Federico II del Sacro Romano Impero Tratto da  http://it.wikipedia.org/wiki/Federico\_II\_del\_Sacro\_Romano\_Impero   la Libera enciclopedia di Internet
HYPERLINK “http://www.iisf.it/discorsi/gadamer/app\_europa.htm” Hans-Georg Gadamer, Per l’Europa, in www.iisf.it , Sito dell’Istituto italiano di studi filosofici.

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