Non serve un nuovo partito. Serve che i partiti già esistenti diventino più democratici anche attraverso una riformulazione dell’articolo 49 della Costituzione.
Dialogando con Rutelli sul tema del giorno, “il Partito Democratico”, Giuliano Amato ha pronunciato queste parole: “Il bisogno di una ristrutturazione dei partiti è un bisogno che, a mio avviso, esiste da tempo” (1).
Come non convenire con una simile affermazione che, appunto, da “molto” tempo si sente ripetere nei mille luoghi della politica italiana? Eppure, nonostante il rincorrersi di denunce e proposte suggerite da un tema così importante, capita ancora di imbattersi in una formula così ambivalente come quella usata da Amato, per cui la “ristrutturazione dei partiti” viene illustrata come fosse rischiarata dalla luce delle primarie del 16 ottobre 2005: “La vera novità è che la esigenza di colmare la distanza fra contenitori e contenuti (..) è stata convalidata da qualche milione di persone.” (ibid.)
Fosse così, vorrebbe dire che da tempo i contenuti sono stati aggiornati, senza che i contenitori siano stati ammodernati; o che dinnanzi all’ammodernamento da tempo predisposto per i contenitori, dovrebbero essere i contenuti ad essere oggetto di revisione o addirittura di riformulazione.
In un caso come nell’altro, sarebbe comunque possibile misurare la distanza che separa gli uni dagli altri, e si tratterebbe quindi di registrare l’azione dei “riformatori” alla luce del termine da tenere buono (fisso), mentre si andrebbe di buona lena a porre finalmente mano all’altro. Ma si può lasciare nell’indeterminatezza la questione senza cadere, prima ancora di partire per l’impresa, nel solito vizio dell’ambiguità che da sempre attanaglia alla gola tutta la politica italiana? La mia risposta è no.
Per questo sostengo che non si può prescindere dall’affrontare, anche a “muso duro” – per dirla con le parole di un cantante popolare (2) – quell’aspetto della questione legato da tempo (questo sì misurabile con precisione assoluta), alla formulazione giusta ma inadeguata, dell’art. 49 della Costituzione, articolo che da un lato ammonisce (nel loro/nostro interesse) che “tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale” ma, dall’altro, lascia da sempre all’arbitrio delle nomenclature di fatto, dei partiti stessi, il compito di predisporre, come loro meglio li aggrada, i contenitori.
“Contenitori” ai quali ovviamente, non è possibile imporre a priori dei vincoli ideologici (termine qui inteso nella sua accezione positiva) né, tanto meno, si possono imporre dei nomi per legge, ma ai partiti però, dovrebbero essere imposti dei vincoli giuridici, capaci di indurli a rendersi sempre più adeguati al dettato costituzionale, che meglio non riesco ad evocare se non citando la Corte Costituzionale, che con una sua ormai “antica” sentenza, rimanda alla: “..tutela del metodo democratico. Gli Artt. 1 e 49 della Costituzione proclamano tale metodo come il solo che possa determinare la politica sociale e nazionale.” (3)
Non sono un giurista e non sono in grado di articolare proposte nel merito, ma come cittadino attento alla politica, fonte prima della salvaguardia dei miei interessi, sia quelli che coincidono con il mio particolare e più ancora quelli che si identificano con l’interesse generale della comunità di cui mi sento parte, sono in grado di avvertire la sempre più impellente esigenza che il problema della “ristrutturazione dei partiti” venga affrontato a partire da una riformulazione dell’art. 49 della Costituzione.
Il tema non mi appartiene certo in esclusiva: nell’attuale legislatura i senatori Del Pennino e Compagna, ne hanno fatto oggetto di una proposta parlamentare (4), e Piero Calamandrei lo citava in un suo discorso alla Costituente come articolo 47. (5)
Purtroppo però, ancora oggi, sembra che il tema della “ristrutturazione dei partiti” sia legato solo ed esclusivamente al bisogno di trovare il modo di mettere insieme le diverse tradizioni culturali, su cui si è costruita la nostra comunità nazionale, in primo luogo quella cattolica da un lato e quella liberale e socialista dall’altro.
Ma questa non è già una pratica che i cittadini vanno elaborando nei fatti da sessant’anni, ogni giorno, convivendo sui luoghi di lavoro, confrontandosi nelle ore di svago, costruendo nuclei famigliari, sempre più a dispetto dell’antico adagio, moglie e buoi dei paesi tuoi?
A mio parere, l’identità non è un ostacolo, come si vuol far credere, perché al contrario, tanto più c’è consapevolezza della propria identità, tanto più questa rivela la sua forza che si origina nella sua intrinseca capacità di mettersi da sé in discussione, di mettersi a confronto, di allearsi quando occorra, di saper guidare nel rispetto del metodo democratico.
È quando l’identità si percepisce in modo confuso, e soprattutto quando l’identità a cui ci riferiamo non è la “nostra”, quella di noi cittadini-elettori, ma è quella che viene subdolamente suggerita a noi cittadini-sudditi, che nascono i problemi e si erigono barricate, anziché aprirsi e allargarsi i confini.
Ma il primo compito dei partiti non dovrebbe essere quello di diventare sempre più luoghi ospitali, dove i cittadini-elettori acquisiscono, in primo luogo, consapevolezza della propria identità? Dove possano misurarne grandezze e limiti, dove possano contribuire ad accrescere le prime e correggere i secondi?
E non è forse dalla costante evoluzione di tali processi che si può arrivare poi, ma solo poi, a traguardare all’orizzonte nuovi agglomerati culturali, nuove aggregazioni politiche, e financo nuovi partiti?
Ma se quei processi hanno stagnato troppo a lungo, ed anzi, in molti casi non si sono mai innescati veramente, come è possibile saltare gli indispensabili passaggi intermedi e illudersi di potersi adeguare alle nuove esigenze, appiccicando nuove etichette, a bottiglie magari nuove anch’esse, ma sostanzialmente vuote?
In altre parole e ad esempio, se occorre oggi essere riformisti, ma ieri non ci si è applicati a capire cosa occorreva riformare, né tanto meno ci si è applicati a studiare come riformare cosa, si può credere che basti oggi dirsi tutti riformisti per guarire da quella sindrome che passa sotto il nome di “solitudine del riformista”? In Italia il professor Federico Caffè ne parlava più di vent’anni or sono, e si badi bene, lo faceva sul quotidiano comunista “il manifesto”, il 28 gennaio 1982. (6)
Oppure, se a sinistra occorre oggi disporre di un grande partito capace di fare massa critica, capace ad un tempo di rappresentare sensibilità diffuse e di garantire la tenuta dei necessari e nobili compromessi, indispensabili alla governabilità, si può credere che basti chiamarlo “Democratico”, per riuscire nell’impresa di assemblare insieme identità confuse e spesso mortificate nelle loro ragion d’essere (non ultima l’identità comunista), immolate non già a questa o quella stringente necessità, ma puntualmente immolate sugli altari da campo, una volta di questo una volta di quel “cappellano” di compagnia?
Continuo ad essere sempre più convinto che l’esigenza della governabilità possa realisticamente essere soddisfatta con la politica delle alleanze fra forze diverse ma che risultano fra loro le più affini.
Continuo ad essere sempre più convinto che la prima vera ristrutturazione dei partiti debba ancora riguardare i partiti esistenti, per i quali, per ciascuno dei quali, penso possa essere coniato uno slogan che potrebbe essere gridato da tutti i cittadini-elettori di qualsivoglia parte politica: “ Vogliamo un partito più nuovo”.
Slogan che propongo, ricalcandolo dal titolo di un libro che mi accompagna da più di trentacinque anni, e che acquistai non ancora ventenne, sulla spinta tragica della morte del suo autore. (7)
Ma le mie convinzioni contano per uno, altra cosa penso sia cercare di corrispondere alla responsabilità che ci riguarda tutti, e che coincide con la necessità di tenere aperti (o meglio ri-aprire) gli “ossidati canali di comunicazione”, fra “le capacità di rappresentanza e le forme organizzate” dei partiti.
Personalmente, nella mia modesta dimensione di cittadino di una piccola città di provincia (Piacenza), posso citare l’esperienza (che ho vissuto da vicino) del concepimento e della nascita del partito dei Democratici di Sinistra. Orfano a quel tempo da sette anni, del “mio” Partito Socialista Italiano, ucciso dalla corruzione che lo aveva pervaso, credetti che a Firenze si aprisse un cantiere per costruire un nuovo partito della sinistra italiana, dove fondere insieme e aggiornare al meglio i diversi filoni del socialismo italiano ed europeo, compreso il filone comunista.
La mia convinzione durò una brevissima stagione. Poi si dissolse, come penso si dissolverà quella di coloro che pensano in buona fede, che si stia aprendo (che si possa aprire) il cantiere per il “Partito Democratico”. Oggi come allora, sul nuovo, incombe il vecchio che non vuole passare; i ritardi che si crede di poter recuperare senza rimuovere le ragioni che li hanno determinati; la Costituzione incompiuta (ancora citando Calamandrei), che si preferisce o stravolgere o “difendere”, piuttosto che attuare; le priorità scandite dalle nomenclature, piuttosto che quelle scandite dalla realtà che ci circonda tutti.
L’8 dicembre 1998, Franco Passuello, allora responsabile organizzativo dei DS, affidava ad una intervista al Corriere della Sera, questa considerazione: “Questo partito deve imparare a stare di nuovo tra la gente.”
Indicava questi numeri: “In cinque anni la Quercia ha perso il 15\% degli iscritti che ora oscillano tra i 750 e gli 800 mila.” Il 22 luglio 2002, l’allora responsabile dell’organizzazione dei DS, Maurizio Migliavacca, nella sua relazione ad un seminario di riflessione sul partito e la sua innovazione, parlava degli “ossidati canali di comunicazione” prima citati, per sottolineare che nonostante i DS fossero il principale partito organizzato del Paese, con i suoi “quasi 600.000 iscritti” (altri 150, 200 mila andati via in quattro anni) in alcune parti del Paese si erano raggiunti: “livelli di sopravvivenza tanto nella forma organizzata quanto nella capacità di rappresentanza.” In sostanza la stessa denuncia all’Unità di Passuello, raccolta da Aldo Varano, il 2 Dicembre 1998: “Stiamo toccando la soglia critica”. Poi si è sperato che il lavoro di Bruno Trentin, potesse segnare un nuovo inizio per il partito, e che lui potesse ripetersi.
Come un tempo contribuì ad aiutare i lavoratori, a passare da “sfruttati a produttori” (8), si poteva credere che riuscisse a contribuire ad aiutare, i militanti del più grande partito del Paese, a passare da “difensori a naviganti”. I difensori sono destinati a diminuire sempre più di numero, e anche destinati come nella poesia di Costantino Kavafis, ad aspettare barbari che non arrivano mai. I naviganti, i barbari, sono capaci di andare a scovarli nelle loro tane, sconfiggerli, e sulle ceneri delle loro infamie, costruire città nuove dove moltiplicarsi. I naviganti liberano gli ossidati canali, e invece di lamentarsi dei messaggi poco ortodossi degli altri, ne mettono in circolo loro di nuovi.
Ma anche del lavoro di Trentin si sono perse le tracce, e le vecchie alchimie di sempre, i riti congressuali, i dosaggi dei poteri interni, hanno portato dopo Giorgio Ruffolo e Bruno Trentin, Pierluigi Bersani ad essere responsabile del programma dei DS, programma destinato a confluire nel crogiuolo dove si fonderà quello del futuro “Partito Democratico”.
Forse succederà davvero, ma se dovesse accadere, non penso che sarà un bel giorno per la politica italiana, e il grido “vogliamo un partito più nuovo” dovrà echeggiare ancora.
Note
1) la Repubblica 21-novembre-2005, Reset n. 92 Novembre-Dicembre 2005
2) A muso duro (F.Urzino – P.A.Bertoli) 1979
3) Sentenza n. 87 anno 1966 -Corte Costituzionale, Presidente prof. Gaspare Ambrosini,
4) Disegno di legge Costituzionale N. 1934 (21 Gennaio 2003)
5) “Chiarezza nella Costituzione”, pubblicato in Assemblea Costituente. Atti. Discussioni. Tratto da: Costituzione e leggi di Antigone – Sansoni settembre 2004
6) La solitudine del Riformista, Federico Caffè -Bollati Boringhieri- Prima edizione 1990 Ristampa aprile 1991
7) Vogliamo un partito più nuovo, Robert F. Kennedy – Garzanti – Traduzione Maria Adele Teodori Terza edizione aumentata: luglio 1968.
8) Da sfruttati a produttori, Bruno Trentin – De Donato- Seconda edizione: maggio 1977
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