Nel corso del 2007 non mancheranno certamente le celebrazioni per ricordare il 60° Anniversario della Costituzione italiana. Approvata dall’Assemblea Costituente, promulgata dall’allora Capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola, controfirmata da Umberto Terracini, Presidente dell’Assemblea Costituente, e da Alcide De Gasperi Presidente del Consiglio dei Ministri, la “Costituzione della Repubblica Italiana” è entrata in vigore il 10 gennaio 1948.
Non sarà difficile collocare quel periodo nella dimensione di oggi, soprattutto con specifico riferimento al 25 aprile 1945, che ha segnato la definitiva liberazione del Paese dal nazi‑fascismo, una data che tuttora l’analisi storica fatica a liberare da ideologie e da polemiche politiche. Ne è una conferma il recente libro (ottobre 2006) di Giampaolo Pansa dal titolo “La grande bugia” (Sperling & Kupfer Editori) dove, fra le tante osservazioni e considerazioni della sua interlocutrice Emma, riporta questa: “Ma per molti italiani il 25 aprile non è mai stata una giornata di festa, bensì una data luttuosa che rammenta la dura resa dei conti sugli sconfitti”.
E’ storicamente documentato che dopo il 25 aprile del 1945 si sono verificati fatti gravi con vendette, omicidi, vessazioni ed altro, ma va detto a chiare lettere che se errori ed orrori furono compiuti successivamente a quella data, nulla hanno a che fare con la Resistenza. Una Resistenza nella quale il ruolo dei cattolici non é stato per niente marginale come ancora oggi molti pensano, così come non è accettabile la monopolizzazione della Resistenza in schemi di parte e neppure l’intento di taluni storici che, per difetto di approfondita conoscenza o, forse, anche per male fede, ritengono di poter sottovalutare la partecipazione dei cattolici a questo secondo Risorgimento: un apporto, quello dei cattolici, che fu consistente, non raramente determinante, comunque sempre essenziale.
I cattolici parteciparono alla Resistenza con proprie formazioni partigiane ma anche all’interno di formazioni di diverso orientamento ideologico. Non raramente, la scelta della formazione fu casuale, dovuta a motivi contingenti e territoriali che non consentivano alternative.
Nella lotta di Liberazione i cattolici si fecero ribelli, ma “ribelli per amore”: è questa la felice espressione di Teresio Olivelli, partigiano cattolico, contenuta nella sua “Preghiera del ribelle” e quando scrive, prima di imboccare la via del martirio, che la vita politica e l’impegno civile non possono essere disgiunti dalla vita morale. “Lottiamo ‑ diceva ‑ giorno per giorno perché sappiamo che la libertà non può essere elargita da altri. Lottiamo per una più vasta e fraterna solidarietà degli spiriti, anche quando le scadenze sembrano lontane”.
L’obiettivo primario era la lotta al governo illegittimo imposto con la forza dal tedesco invasore. Si combatteva per la libertà dell’Italia e degli italiani, rimandando a dopo la vittoria l’esternazione di una eventuale appartenenza politica, pur nel comune intento dell’affermazione antifascista, manifestatasi poi nella elaborazione della Costituzione repubblicana.
E poiché la storia non deve essere nostalgia del passato, ma radice per guardare al futuro, gli storici (e non soltanto loro) hanno sì l’obbligo di non far dimenticare, ma anche quello di evitare che la verità non venga manipolata e che siano pronunciati giudizi che sono l’esatto contrario di quanto accaduto.
Quando poi si parla della partecipazione dei cattolici alla lotta di Liberazione, non ci si riferisce soltanto ai laici praticanti, ma anche alla numerosa schiera di sacerdoti, suore, parroci e vescovi che, mettendo a serio rischio la propria vita, hanno fornito una collaborazione preziosa, coraggiosa e talvolta temeraria, intesa come servizio all’intera comunità. Se le mura dei conventi, delle canoniche, delle parrocchie, delle scuole cattoliche, dei palazzi vescovili ed anche del Vaticano potessero parlare ne scaturirebbe una pagina gloriosa per la Chiesa. “Non è facile pensare ‑ annotava Enrico Mattei, valoroso dirigente del Comando generale del Corpo Volontari della Libertà e del quale ricorre quest’anno il centenario della nascita ‑ come si sarebbe potuto organizzare e mantenere collegato l’imponente complesso delle forze dipendenti dal Corpo Volontari della Libertà, senza questo prezioso connettivo rappresentato dalla Chiesa cattolica e dalle organizzazioni religiose e laiche da essa dipendenti”.
Conquistata la libertà, abbiamo assistito, nel 1947, a Milano, alla costituzione dell’Associazione Partigiani Cristiani (APC), quale strumento per la salvaguardia, sul piano storico ed ideale, dell’identità della Resistenza cristiana. E, successivamente, dando prova di coerente fedeltà ai principi di un autentico pluralismo, l’APC non esitò ad aggregarsi alla Federazione Italiana Volontari della Libertà (FIVL), eretta in Ente morale nell’aprile 1948.
L’impulso proveniente dai cattolici consentì a Enrico Mattei di ricoprire contemporaneamente, per diversi anni, la presidenza delle due organizzazioni fino alla morte, quando il suo aereo, il 27 ottobre 1962, cadde in fase d’atterraggio, a pochi chilometri dall’aeroporto di Linate (Milano), per cause rimaste sconosciute. Ma il suo impegno continuò anche quando la presidenza della FIVL fu affidata ad Aurelio Ferrando (Scrivia) e poi a Paolo Emilio Taviani (Pittaluga), mentre la Presidenza dell’APC fu assegnata a Mario Ferrari Aggradi.
Sull’esempio di questi uomini, l’Associazione Partigiani Cristiani (della quale è attualmente Presidente nazionale Gerardo Agostini), presente nel Paese da Nord a Sud, continua a ritenersi la “coscienza critica” di quanti hanno creduto e credono in quei valori dei quali sono stati non soltanto eredi ma anche, soprattutto, propugnatori.
Propugnatori degli ideali di libertà, di democrazia e di giustizia sociale che trovano precisi riferimenti nella Costituzione. Giustamente, in più occasioni, l’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ebbe a dire che “La Resistenza vive nella Costituzione”. Essa è stata, infatti, la grande conquista della nostra lotta e non vi è dubbio che si è nel giusto quando si afferma che la Costituzione ha le sue basi nella Resistenza. Ma, affinché la Costituzione sia a sua volta la base per il nostro futuro, occorre che essa diventi sempre più forza‑guida, fattore vivo di animazione e di sostegno dell’azione, delle iniziative e dei comportamenti di tutti i cittadini ed in particolare di quanti hanno responsabilità nella cosa pubblica. E’ questa una esigenza fondamentale, così come è del pari indispensabile recuperare in noi la spinta morale, la volontà e lo spirito di quei tempi.
Certamente, questa Carta non è immodificabile e non è neppure un alambicco capace di distillare il benessere sociale: è un programma di azione che vale nella misura in cui si realizza.
Si può, anzi, è opportuno e necessario apportarvi modifiche e integrazioni, tenendo presente che non si deve puntare a cambiare tutto in una sola volta e che ogni modifica deve essere largamente condivisa dal Parlamento, perchè soltanto in tal modo ogni cittadino sentirà come propria questa Carta fondamentale.
Sarebbe poi gravissimo errore quello di puntare ad una sua revisione nel tentativo di stravolgerne i principi che l’ hanno animata, ignorando o facendo finta di ignorare che il suo impianto generale conserva ancor oggi tutto il suo prezioso valore e la sua indiscussa attualità.
Comunque sia e comunque si intenda procedere nel tempo a venire, una precisa affermazione si impone: si cerchi pure di migliorare la seconda parte della Carta costituzionale (quella riguardante l’ordinamento, adeguandola ai mutamenti in atto della nostra società), ma la parte essenziale, quella relativa ai “principi” fondamentali e ai “doveri e diritti” dei cittadini, deve restare integra perché esprime nel modo migliore quelle che furono le nostre attese ed è sulla linea dei valori ai quali ci siamo ispirati nella lotta di Liberazione.
E’ una Costituzione viva e vitale, perchè vivo e vitale è il suo impianto di fondo tutto basato sull’equilibrio fra libertà ed eguaglianza da un lato, e fra diritti individuali e doveri sociali dall’altro. Rappresenta perciò un elemento essenziale della nostra convivenza civile, al di là del suo stesso significato giuridico: è un richiamo a vigilare e ad agire per la costruzione di un mondo migliore.
Questo il vero senso che va riconosciuto alla Resistenza, o meglio, alle varie Resistenze che si registrarono nel nostro Paese ed alle quali hanno contribuito anche i cattolici .
Non si spiegherebbe e non si capirebbe, altrimenti, il “miracolo” dell’intesa sulla Costituzione che ha visto la convergenza su problematiche di fondo tra forze politiche ideologicamente tanto diverse e con profondi divari nell’interpretazione dei modi e degli strumenti per realizzare una democrazia moderna a servizio del bene comune. Vale perciò l’affermazione di Giulio Andreotti quando dice che “la Costituzione è davvero frutto volenteroso di sintesi e di posizioni”. E vale anche quanto detto da Leopoldo Elia, Presidente Emerito della Corte Costituzionale ‑ nel suo intervento al XV° Congresso nazionale dell’Associazione Partigiani Cristiani (Roma,16‑18 novembre 2005) ‑ rilevando che non ci sono stati baratti, nè scambi, neppure quando è venuto in discussione l’articolo 7 sul riconoscimento dei Patti Lateranensi e sui rapporti tra Stato e Chiesa cattolica.
Tutto trovava la sua convergenza in una sorta di umanesimo: un umanesimo che si riferiva alla dignità della persona, ai diritti inviolabili dell’uomo, ad una democrazia effettiva e non formale, che trovavano il loro fondamento nella Resistenza e nella collaborazione nei Comitati di Liberazione Nazionale.
Memori di tutto ciò, è forse giunto il momento di ripensare il concetto stesso di Resistenza, per recuperarne il significato originario nell’intento di mantenere vivi quei valori che hanno contrassegnato un periodo drammatico non soltanto del nostro Paese ma dell’intera Europa. Valori, quali la liberta, la pace, la sicurezza, la democrazia, lo stato di diritto, la dignità umana, la solidarietà, che debbono costituire per tutti un riferimento costante per il nuovo corso della nostra storia.
Bruno Olini è Segretario generale Associazione Partigiani Cristiani (APC)
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