Pochi giorni dopo lo svolgimento del referendum del 25 e 26 giugno, che si è concluso con la netta vittoria dei difensori della Costituzionale, sostenuti soprattutto dall’associazionismo cattolico e dai sindacati, i quotidiani nazionali hanno pubblicato (4 luglio) un manifesto sottoscritto da esponenti di entrambi gli schieramenti con il quale si propone di dimenticare lo scontro elettorale per dedicare ogni attenzione alla “(ri)costruzione dell’Italia”.

Pochi giorni dopo lo svolgimento del referendum del 25 e 26 giugno, che si è concluso con la netta vittoria dei difensori della Costituzionale, sostenuti soprattutto dall’associazionismo cattolico e dai sindacati, i quotidiani nazionali hanno pubblicato (4 luglio) un manifesto sottoscritto da esponenti di entrambi gli schieramenti con il quale si propone di dimenticare lo scontro elettorale per dedicare ogni attenzione alla “(ri)costruzione dell’Italia”. Questa fretta di riaprire “il cantiere delle riforme” è  dovuto al riaffiorare del teorema che attribuisce alle istituzioni rappresentative l’ingovernabilità del paese: per rinnovare il sistema e portare a conclusione la transizione alla “seconda repubblica”, sarebbero sufficienti leggi elettorali di impianto maggioritario e la revisione della costituzione in senso presidenzialista, in modo da consolidare il bipolarismo come espressione della democrazia compiuta.

  Che la transizione sia andata in tutt’altra direzione rispetto a quella promessa da Segni con l’uninominale-maggioritario, che il declino della democrazia dei partiti abbia favorito la deriva plebiscitaria, il consolidarsi di una partitocrazia senza partiti ed infine abbia messo a rischio la stessa democrazia, non lo si vuole riconoscere.  E così, parlamentari degli opposti schieramenti ed esponenti delle organizzazioni che si sono duramente avversate nel corso della competizione referendaria, hanno sottoscritto un manifesto per affermare che “il referendum può essere archiviato” e che “deve essere aperta una nuova fase costituente”, poiché “l’Italia ha bisogno di rifondare su nuove basi il sistema politico”.

L’esito del referendum confermativo ha reso inquieti quanti nel corso della competizione hanno avvicinato le tesi del SI e del NO fino al punto di rischiare una successo di Berlusconi, quanti cioè si attendevano una vittoria di misura per poter sostenere che la riforma della Costituzione andava subito ripresa, partendo dal punto in cui il naufragio della “bicamerale” aveva interrotto il dialogo tra destra e sinistra. In realtà con il No ha vinto un’idea della democrazia che ha radici nel personalismo comunitario (cioè nel movimento che ha segnato la rinascita della democrazia europea dopo la disfatta del nazifascismo) ed in valori repubblicani che non permettono di ridurre il ruolo degli elettori alla “ratifica” delle decisioni prese da una oligarchia. Questa vittoria ha rappresentato anche la conferma della precedente sconfitta elettorale di Berlusconi, ma ha significato soprattutto la difesa dell’unità nazionale (contro la devolution leghista), della democrazia rappresentativa (contro le tendenze autoritarie del berlusconismo), dell’equilibrio tra le istituzioni (contro la riduzione del ruolo del Presidente della Repubblica e del Parlamento e contro le minacce alla autonomia della Magistratura). Queste sono le questioni che erano messe in discussione da una “riforma” imposta dalla destra e che Prodi ha considerato “sciagurata”. E con il loro NO gli elettori hanno inteso confermare una costituzione che è nata da una svolta storica, dalla Resistenza,come  espressione di una democrazia fondata sul pluralismo e sulla  partecipazione, ed hanno inteso respingere le tentazioni plebiscitarie ed autoritarie che insidiano anche la sinistra. Leopoldo Elia, intervenendo al convegno di cianciano, di cui parleremo tra poco, ha sostenuto che il referendum contiene un messaggio forte a rivedere anche le decisioni legislative che nel segno della personalizzazione della politica e della democrazia diretta hanno indebolito le assemblee elettive nei comuni e nelle regioni, poiché la strada della democrazia è quella del “parlamentarismo temperato”.

Condivido pertanto ciò che ha scritto Giorgio Bobbio sul settimanale cattolico “Il nostro tempo”, sia quando ha criticato il comportamento dei partiti di centro-sinistra, che dopo essersi battuti per l’intangibilità della Costituzione si affannano nel dichiararsi pronti a modificarla con il centro-destra, sia quando ha ricordato che “la Costituzione del ’48 “ non è perfetta ma ha una sua organicità …che non permette che se ne possa modificare qualche parte senza che il tutto ne soffra”.

Eppure la linea revisionista è stata subito riproposta da una autorevole costituzionalista, vicina alle posizioni di Massimo D’Alema la quale ritiene che si debba subito riprendere il cammino per l’ammodernamento della Costituzione senza “ingessare” la maggioranza di centro sinistra, con l’obiettivo di riscrivere il titolo V° e la legge elettorale varata dal centro-destra alla vigilia del voto, ma anche con quello di rafforzare il potere del premier per farlo diventare la guida della maggioranza parlamentare (Claudia Mancina, editoriale de La Stampa).

 Chi sostiene il “cancellierato” a garanzia dell’autorevolezza e della stabilità del governo e la sfiducia costruttiva a garanzia delle scelte fatte dalla maggioranza parlamentare che è stata scelta dagli elettori, non è certo contrario ad una revisione costituzionale che rafforzi il ruolo del premier, e neppure alla modifica di una legge elettorale “oligarchica”che si è risolta infine contro Berlusconi che l’aveva imposta.. Ma le riflessioni di numerosi sottoscrittori del manifesto di cui abbiamo parlato, ora più ampiamente riprese da Il Mulino, sono in qualche modo figlie dei rapporti tra D’Alema e Berlusconi al tempo della “bicamerale” e di quella tendenza a concentrare il potere nelle mani di una nomenclatura che è ciò che resta della lunga stagione del centralismo democratico. E che questo nodo non sia stato ancora sciolto, lo dimostra lo “statuto” del gruppo unico dei parlamentari diessini e della Margherita che nel nome del principio maggioritarioesclude la minoranza dal direttivo del gruppo parlamentare. D’altra parte nel corso del dibattito referendario è risultato evidente che una revisione della seconda parte della Costituzione finisce col riguardare anche i “principi fondamentali” ed il modello di democrazia pluralista cui si ispira la Carta del ‘48. E non si può sostenere – senza evocare l’inciucio con la destra – che una “democrazia normale” richiede la riduzione del ruolo del parlamento e la sudditanza della maggioranza nei confronti del premier. Sin dall’inizio degli anni ’70 questa tesi “presidenzialista” ha caratterizzato la politica della destra che intendeva realizzare la “seconda repubblica” contro l’anti-fascismo dell’”arco costituzionale” e contro la strategia dell’attenzione di Moro. Il quale si proponeva di favorire il passaggio dalla “democrazia difficile” alla “democrazia compiuta”, per superare la “conventio ad excludendum” del Pci dalla maggioranza e dal governo. Lo sottolineo perché non c’è discorso istituzionale che con non comporti un discorso politico, e che abbia senso se è collocato al di fuori della storia.

….al dibattito sul nuovo partito

Questa riflessione sulla qualità della democrazia riguarda anche il “partito democratico”, cioè una prospettiva politica che la presentazione di liste unitarie per il Parlamento europeo, e poi per la Camera dei deputati e per molti consigli comunali, ed infine la formazione di gruppi “unici” in Parlamento ed in molte assemblee elettive, dovrebbero rendere ineluttabile. Si tratta di un partito che ognuno pensa a suo modo: di un partito fondato sulla partecipazione alle “primarie” di milioni di cittadini e che Arturo Parisi ritiene ormai varato dagli elettori; di un partito che Romano Prodi pensa come “partito unico del presidente” e come pilastro del bipolarismo; di un partito che Filippo Andreatta (esponente della nuova generazione) riconduce al modello americano, nella convinzione che nel tempo delle lobby e dei media la modernità si esprime soprattutto in una competizione a cariche monocratiche, preceduta da “primarie” volte a consolidare il principio maggioritario. In realtà Andreatta ha spiegato sul Corriere della Sera perché è in crisi la democrazia rappresentativa e quale è il problema della moderna democrazia, ma non ha indicato la soluzione del problema, poichéil modello politico cui fa riferimento (così suggestivo per chi appartiene alla jeunesse doreè) a mio parere è il padre di tutti i trasformismi e della sudditanza della politica al mondo dell’economia, dove i voti non si contano ma si pesano. Ed è un modello elettorale che esasperando le tentazioni trasformiste e quelle alla radicalizzazione dello scontro, consegna alle posizioni estreme di entrambi gli schieramenti un diritto di veto su tutte le questioni più importanti. Come si sta sperimentando anche nei 100 giorni del governo Prodi e nell’avvio del dibattito sulla legge Finanziaria, che mette alla prova il “programma elettorale” dell’Unione, ma anche un bipolarismo che appare prigioniero delle sue tendenze estrema.

 Dovremmo inoltre chiederci perchè quando si discute del processo che dovrebbe concludersi con la formazione di un “partito nuovo” si delinea una divaricazione tra ciò che significa l’approdo al partito democratico per la sinistra (socialista e post-comunista) e ciò che significa per la componente moderata dell’Ulivo. Mentre la sinistra post-comunista considera l’approdo al Partito democratico come la naturale conclusione della lunga marciadal Pci alla Quercia, verso il partito del socialismo europeo e verso la piena legittimazione della sinistra a governare l’Italia, per la componente “moderata” ed in particolare per i democristiani, questo “partito nuovo” deve rappresentare una svolta cui si è costretti anche dall’insuccesso (o dall’esaurimento) del progetto originario della Margherita, nel segno del definitivo superamento dell’esperienza politica democristiana. Paola Gaiotti (su Europa) ha imputato con qualche ragione ai democristiani la colpa di essersi dissolti per non avere compreso il senso della svolta storica che si era determinata nll’89  con la vittoria dell’anti-comunismo democratico, ma non riconosce per parte sua che la riflessione critica dei post-comunisti è fatta più da giustificazioni per gli “errori che non potevano non essere commessi” nel tempo della “guerra fredda” che da pentimenti per le scelte fatte .

Pietro Scoppola ha spiegato ai nostalgici della Dc che la storia non si ripete, che senza un nuovo soggetto politico che superi le divisioni del passato, anche il bipolarismo è destinato alla dissoluzione; e tuttavia quando ha dovuto giudicare ciò che sta accadendo, ha sostenuto che “non bastano soluzioni organizzative” e giunge a scrivere che – per chi continua a ritenere importanti, per l’avvenire della democrazia, i valori del cattolicesimo democratico – “forse è stato un errore” aver sciolto il Partito popolare per dare vita alla Margherita.. Ed analoga è la preoccupazione di padre Sorge, che nell’attesa dell’assemblea di Verona dei cattolici italiani dedica una approfondita riflessione (su Aggiornamenti sociali) al tema della laicità della politica ed al rischio di un suo travisamento. Ma non è sufficiente assicurare, come Rutelli ha ribadito a Chianciano, che i “valori cattolici “ orienteranno il progetto del “partito democratico”, e non si può sostenere – come ha fatto Giorgio Tonini su Europa – che è ormai definitivamente superata la questione dell’autonomia dei cattolici, poiché l’autonomia sarebbe tramontata con la fine dell’unità politica dei cattolici.

 In realtà per Sturzo, De Gasperi e Moro l’autonomia politica esprimeva la fine del vincolo clericale, e questa autonomia ha permesso a milioni di italiani di stare in politica da cristiani, mentre la maggior parte delle espressioni del laicato cattolico post-democristiano appaiono (come Edmondo Berselli ha scritto su l’Espresso, con un  riferimento al Meeting di Rimini) una appendice della politica, e sembrano subordinate all’autorità ecclesiastica assai più di quanto lo fosse la Dc al tempo dell’unità politica dei cattolici.

 Ciò non significa che la Dc, come gli altri partiti (è del tutto condivisibile ciò che ha scritto Massimo Salvadori con riferimento al socialismo ed al suo futuro), non sia stata una forza politica  “storicamente determinata” e quindi interpretabile solo con riferimento al divenire della storia nazionale ed europea. Ma significa che quando parlando del rapporto tra cristiani e socialismo, Tonini cita ciò che ha scritto Dossetti negli anni della rinascita democratica, dovrebbe piuttosto riferirsi a Franco Rodano ed ai catto-comunisti, ricordando cheEmmanuel Mounier, che pure temeva il riflusso clerico-moderato dei partiti democristiani, pensava che in quello straordinario ciclo della storia europea i  partiti democristiani “se non ci fossero stati si sarebbero dovuti inventare”, poiché hanno dato una speranza ad un popolo che rischiava di restare prigioniero della paura. Ed anche Stefano Ceccanti, dopo aver sostenuto che “si può stare da cristiani nella maggior parte dei partiti socialisti europei” (affermazione  condivisibile, come il porre la questione del ruolo politico della religione) dovrebbe riconoscere che per l’evoluzione democratica dei comunisti italiani, frenata – oltrechè dal marx-leninismo – dalla “guerra fredda”, ha contato di più il duro confronto con la Dc di De Gasperi che la presenza di alcuni esponenti della sinistra cristiana nel Pci di Togliatti.

 Castagnetti ha notato, alla vigilia del convegno di Chianciano, che anche la presenza dei cristiano sociali nella Quercia è risultata irrilevante, e forse ha convocato i popolari, in qualità di ultimo segretario del Ppi, dopo tre anni di silenzio, per evitare che quella dei cristiano sociali diventi la metafora di ciò che potrebbe attendere al popolarismo.. Anche Scoppola si è posto questa questione, ed ha dato una risposta che costringe ad una riflessione chi intende camminare sulla strada che porta al partito democratico: bisogna riconoscere che non si tratta di un ampliamento della scelta fatta con la Margherita, ma di altro, cioè di una scelta probabilmente necessaria, ma che impone di tornare alle radici. D’altra parte, se si affrontano le questioni che caratterizzano un ciclo della storia dominato dalla globalizzazione e dall’egemonia del “pensiero unico” come espressione del nuovo capitalismo, questioni che hanno a che fare con il nuovo riformismo ma anche con la identità del Partito democratico, come si concilia il progetto “liberal” di Michele Salvati, scritto sognando la “terza via” di Tony Blair, con la strategia che propone Alfredo Reichlin, preoccupato soprattutto di convincere la sinistra diessina a non abbandonare la battaglia per il rinnovamento socialista, assicurando che la stella polare di questa operazione resta il Partito del socialismo europeo?

Questo interrogativo è uscito dall’ombra con la discussione avviata da Repubblica sul futuro del socialismo, che i laburisti considerano “morto”, ma anche con la polemica provocata dall’insistenza diessina sull’inevitabile approdo del nuovo partito al partito del socialismo europeo.. Se non si scioglie questo nodo resta indefinita l’identità del riformismo e debole il suo richiamo elettorale. Il fatto è che si sono messi i carri davanti ai buoi quando si è affermato che il “se” (se dare vita al partito democratico) non è più in discussione e si tratta solo di discutere sul “come”. Ed ora, anche sotto la quercia emergono preoccupazioni e resistenze, per il timore che si disperdano i riferimenti al socialismo ed alla sinistra.

Verso il convegno di Chianciano: il “se” ed il ”come”.

In questo contesto Pierluigi Castagnetti ha riunito i popolari per riflettere su un passaggio non previsto dal congresso nazionale che aveva deciso la fondazione della Margherita, considerando peraltro “tendenzialmente ineluttabile” la transizione dall’Ulivo al nuovo partito, poiché si sarebbe esaurita “la stagione dei partiti popolari che fondarono la Repubblica”. Castagnetti ha  riconosciuto che è ancora aperto il dibattito sul “come”, ma quando ha ricordato  a Gennaro Acquaviva (che ha rilanciato su il Riformista le critiche di Tonini) le parole di Vittorio Bachelet sul ruolo dei laici cristiani “obbedienti in piedi” e sull’essenzialità della cultura politica dei cattolici democratici, ha  ribadito che il partito democratico non può essere “socialista” senza tuttavia dire cosa deve essere. Dando così ragione a Ciriaco De Mita, il quale osserva che “il come condiziona il se”. Anche Rosy Bindi considera inaccettabile l’approdo al socialismo europeo, in qualunque modo mascherato, eppure non può ignorare che per i leader diessini questo approdo è fuori discussione. Ed allora, che fare? Dietro l’affermazione che il processo di costruzione del partito democratico è irreversibile si nascondono due politiche: quella del carciofo e quella del cerino: quella di chi ritiene che a piccoli passi – imposti dall’alto – si sia comunque giunti al punto del non ritorno, e quella di chi attende che la sinistra della Quercia si assuma la responsabilità di fermare questo processo .

Il convegno di Chianciano, programmato dall’Associazione “I popolari”, ha avuto il coraggio di approfondire questa discussione (che non riguarda solo la cultura politica) ed io penso che in questo modo i popolari possano recuperare quel ruolo politico che è essenziale per chi vuole contribuire ad un reale superamento delle diverse storie democristiane, socialiste (e comuniste) e liberali. Non si tratta di liquidare ciò che è stato costruito con la Margherita, ma di riconoscere che se si affida questo compito, in una società secolarizzata ma alla ricerca di valori su cui fondare le proprie scelte, a chi punta ad un rapporto diplomatico con le gerarchie ecclesiastiche, il discorso non potrà non svilupparsi più sul versante gentiloniano che su quello sturziano. Anche se Rutelli ha riconosciuto il contributo “politico” che il personalismo ed il pluralismo hanno dato alla rinascita della democrazia, alla difesa della libertà ed alla costruzione dello stato sociale, ed ha affrontato alcune delle questioni inevitabili per chi voglia costruire il partito democratico non sulla sabbia.

Un partito senza una chiara identità e che ognuno pensa a modo suo, un partito chelasciasse indefinito il punto di incontro tra ciò che scrive “Europa” guardando al liberismo americano e ciò che scrive “il Riformista” guardando al socialismo europeo, un partito che navigasse tra il “movimentismo” dei girotondini ed il tatticismo dei vertici, non susciterebbe la passione necessaria per diventare il perno della democrazia dell’alternanza e dell’azione riformatrice del governo. E le “convergenze parallele” dei congressi della Quercia e della Margherita su ciò che deciderà il seminario di Orvieto, non sembrano capaci di fare decollare una discussione che sin’ora è soffocata dal timore che un confronto vero incida sugli assetti di potere centrale e periferici.

Resta difficile capire quale possa essere il punto di equilibrio tra chi, da sinistra, è disposto ad accettare al più la strategia “socialdemocratica”, poiché teme di approfondire il solco verso la sinistra radicale, che resta comunque decisiva nella competizione tra i due poli, e chi persegue un progetto liberal-democratico al fine di conquistare il consenso dell’area intermedia, questione altrettanto decisiva nella sfida elettorale e politica con il conglomerato conservatore.

In Europa, con il partito del socialismo europeo?

Sulla questione dell’approdo europeo, potremmo chiederci: quale è il bilancio dell’operazione varata in occasione delle elezioni europee del 2004, con l’obiettivo di dare vita ad un “terzo polo” in grado di rilanciare il “sogno” dell’Europa “politica”? Non era difficile prevedere che non aveva senso promettere la nascita dell’Ulivo nel parlamento di Strasburgo. Ma all’assemblea della Margherita che ha deciso la lista unica questa critica è caduta nel vuoto, poiché l’obiettivo di Prodi in quel momento era solo la conquista di Palazzo Chigi.. Quando è riesplosa la polemica hanno  spiegato che i partiti ed i gruppi parlamentari europei sono al più una confederazione di delegazioni nazionali, alle quali non è  imposta alcuna disciplina ideologica. Pertanto non sarebbe importante discutere dell’approdo europeo del nuovo partito, poichè l’adesione al gruppo socialista non comporta un vero vincolo. Fassino ha spiegato che si potrebbe ipotizzare un’adesione simile a quella prevista per i conservatori britannici dallo statuto del Ppe. Ma ha ribadito che comunque quando si dovrà decidere sulla collocazione europea, nel partito democratico si deciderà a maggioranza. Questa è anche l’opinione di Ceccanti (l’Unità del 20 settembre) ed a Dario Franceschini è stato detto che non dovrebbe trascurare questo particolare, quando afferma che prima viene la nascita del partito nuovo e poi il dibattito sull’approdo europeo dei riformisti di radici socialiste o popolari. Comunque, a parte il fatto che i leader del socialismo tedesco e francese non hanno dubbi su ciò che significa l’approdo al Pse, e che Fassino ha concluso la Festa dell’Unità affermando che è inevitabile definire la collocazione europea del partito democratico poiché “l’Europa è il futuro”, si deve riconoscere che sino ad oggi è stata più “europeista” la delegazione tedesca del Ppe che il conglomerato socialdemocratico. Ed il fatto che i conservatori britannici abbiano abbandonato il Ppe, dimostra che i democristiani del “gruppo Schuman” (i quali con Francois Bayrou sono stati determinanti nella promozione del soggetto politico di cui fanno parte gli europarlamentari della Margherita) avrebbero potuto incidere assai di più sull’avvenire dell’Europa se avessero costretto la maggioranza del Ppe a scegliere tra la linea europeista dei democristiani e l’euroscetticismo dei conservatori (compresi Berlusconi e Fini)..

 Ma chi per realizzare il “sogno europeo” ha deciso di dare vita al Partito democratico europeo, in competizione sia con i socialisti che con i popolari, e poi alla lista unitaria con la Quercia (mentre Bayrou presentava proprie liste, sfidando Chirac ed i socialisti francesi, che per cancellare i centristi hanno elevato la clausola di sbarramento al 12 per cento), chi infine ha aderito ad un  gruppo parlamentare a maggioranza liberale, non può ribaltare quelle decisioni senza riflettere sulla battuta che a Strasburgo ha accompagnato la pretesa di fare nascere l’Ulivo europeo: ”eh, les italiens!”

 Una questione di democrazia, soprattutto.

D’altra parte è sufficiente leggere i resoconti delle assemblee convocate per promuovere il “partito democratico” e le interviste rilasciate da esponenti delle diverse anime dell’Ulivo, per capire che l’evocazione del nuovo riformismo è per ora ferma al riformismo dall’alto ed alla selezione della classe dirigente per cooptazione. Se si seguono sulla cronaca mondana i comportamenti della elite riformista (abitudini e comportamenti non significativamente diversi da quelli del “partito conservatore”), si ha l’impressione che stia per nascere il “partito della borghesia” e che si stia delineando – nel segno della modernità – un ineluttabile ritorno all’italietta pre-fascista. Anche l’itinerario immaginato per la costituente del partito democratico sarebbe rimasto interno alla logica della “ratifica” delle proposte elaborate dal vertice romano, senza lo scossone di Chianciano..

Una lunga lettera di convocazione firmata da Romano Prodi ha anticipato ciò che dovrebbe decidere il seminario di Orvieto.Si è giustamente criticata la legge elettorale “oligarchica” (così la definisce Il Mulino) imposta da Berlusconi , ma la si è comunque interpretata nel modo peggiore. E dopo questa negativa esperienza Rosy Bindi teme che tutto si concluda – anche per il Partito democratico – con un rafforzamento dell’oligarchia che guida questo processo. Ed allora, cosa possiamo attenderci, se non proposte che si riferiscono alla “democrazia diretta”, da una cultura che ritiene che la modernità conceda ai cittadini solo la possibilità di ratificare, con il voto ed al più con la liturgia delle primarie, ciò che hanno deciso il premier e l’oligarchia che lo affianca? Un partito nuovo – dicono giustamente Prodi e Veltroni – non nasce da un seminario di studio, richiede passione, partecipazione, consenso; e tuttavia entrambi concludono con l’esaltazione di “primarie” che appartengono, come ha notato Corrado Belci, più alla logica plebiscitaria che alla democrazia rappresentativa. E chi pensa, come pare stia facendo Giuliano  Amato, di sciogliere tutti i nodi con il doppio turno, rifletta sull’esperienza francese, sulle sinistre costrette a votare Chirac per fermare Le Pen. Una protesi elettorale non risolve i problemi della politica. Potrebbe aggravarli. Con grande chiarezza Leopoldo Elia ha sostenuto a Chianciano che dal referendum costituzionale viene un forte messaggio a favore del parlamentarismo temperato, e l’invito a riesaminare le leggi che hanno introdotto nei comuni e nelle regioni una esagerata personalizzazione della politica 

Comunque, se si vuole andare oltre una “alleanza strategica” tra Ds e Margherita per dare vita ad un “partito nuovo”, bisogna che si tratti di un’operazione politica con forti riferimenti culturali, poiché non si può fare un partito e poi decidere quale è la sua identità. Alberto Monticone ha anticipato le critiche di un cattolico democratico che non scende nella trincea clerico-moderata ma si riferisce alle idee che hanno caratterizzato il popolarismo (il Riformista del 21 settembre). Possiamo ignorare il fatto che quando i parlamentari dell’Ulivo affrontano temi “eticamente sensibili”, ma anche quando si trovano di fronte a scelte che hanno a che fare con la qualità della democrazia (e quindi con la revisione costituzionale), si apre un contrasto non risolto; e che quando il governo Prodi imbocca la via disegnata dal programma elettorale per le riforme sociali ed economiche (e non solo sul problemi della guerra e della pace, dell’Afganistan e del Libano), la maggioranza parlamentare dell’Unione rischia di disgregarsi ed è tenuta insieme solo dal timore di nuove elezioni? Possiamo ignorare che la sinistra diessina ribadisce ogni giorno la sua contrarietà al Partito democratico, e che la nascita di questo nuovo partito comporta la formazione di un partito della sinistra radicale e/o massimalista in competizione con i riformisti?

Mentre stava per nascere il governo Prodi, Gad Lerner ha ricordato a Fabio Mussi esponente della sinistra diessina e ministro dell’Università,  che non si dovrebbe criticare chi – promuovendo il partito democratico – si propone di rafforzare  l’Unione. Ma Mussi avrebbe potuto replicare che senza i voti di tutta la sinistra l’Unione non avrebbe vinto e Prodi non sarebbe premier. Il discorso non finisce qui. Anche Gad Lerner ha riconosciuto, su Repubblica, che manca un riferimento politico all’altezza della sfida del tempo che stiamo vivendo: Potrei aggiungere, per parte mia, che l’assemblearismo confina più con il populismo che con l’idea di un partito democratico. E si può sostenere che l’Unione rischia di perdere il consenso dell’area intermedia se la componente “riformista” del centro-sinistra appare succube della sinistra radicale che è necessaria per vincere.

La politica non può ignorare questa contraddizione ed accusare chi la evidenzia di “avere paura del

 futuro”. Questa accusa ha colpito anche Pierluigi Castagnetti poichè il convegno dei popolari, “rappresentanti di un pensiero politico compiuto”, non poteva non rappresentare una rimessa in campo del popolarismo, non poteva non suscitare i sospetti delle altre “anime” della Margherita. Ma non rappresenta in alcun modo la tentazione di organizzare una “corrente cattolica”.

Piero Fassino ha ragione quando nota che non è possibile restare troppo a lungo in mezzo al guado. Tuttavia, se dopo dieci anni di rinvii manca ancora una proposta attorno alla quale costruire una maggioranza di governo non “contro” ma “per”, questo dipende anche dal fatto che senza un comune progetto istituzionale, se si hanno opinioni diverse ed anche divergenti sull’assetto costituzionale e sulla riforma elettorale, non si può andare oltre una alleanza strategica ,oltre una coalizione in grado di diventare maggioranza parlamentare, non si può stare nello stesso partito pretendendo di farlo diventare il pilastro del sistema bipolare.

Anche per queste ragioni, l’esito del referendum costituzionale non deve essere archiviato, poiché  il confronto politico, comunque necessario per la revisione del Titolo V° e per cambiare il sistema elettorale, si intreccerà naturalmente con il dibattito sul se e sul comedel Partito democratico. Se i popolari intendono partecipare a questo dibattito in modo significativo, su queste questioni debbono prendere una posizione all’altezza del contributo che hanno dato per l’affermarsi dei valori della libertà e della solidarietà.

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